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Sinodo, la relazione di Hummes: servire al tavolo dei poveri di Dio

I lavori del Sinodo per l'Amazzonia entrano nel vivo con la relazione introduttiva del cardinale brasiliano Claudio Hummes, che propone almeno sei "nuclei". Dai nuovi cammini per una Chiesa "in uscita" in Amazzonia all'inculturazione e interculturalità, dalla carenza dei presbiteri e dei sacramenti all'ecologia integrale, dalla Chiesa nelle città fino alla questione dell'acqua

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

“Questo sinodo è come un tavolo che Dio ha imbandito per i suoi poveri e ci chiede di servire a quel tavolo”. Con questo appello ai confratelli padri sinodali, per non lasciarsi ”sopraffare dall’autoreferenzialità, ma dalla misericordia davanti al grido dei poveri e della terra” il cardinale brasiliano Claudio Hummes, relatore generale al Sinodo per l’Amazzonia, conclude la sua relazione introduttiva. Nella quale propone, per le tre settimane di lavori, almeno “sei nuclei generativi”, che vanno dai nuovi cammini per la Chiesa “in uscita” in Amazzonia, all’ inculturazione e interculturalità per dare davvero un volto amazzonico alla Chiesa; dalla questione della carenza di prebiteri, il ruolo dei diaconi e quello della donna, alla cura della Casa Comune nello spirito dell’ecologia integrale; dalla Chiesa amazzonica nella realtà urbana fino alla questione dell’acqua.

Nuovi cammini per la Chiesa “in uscita” in Amazzonia

Partendo dal tema dell’assemblea “Amazzonia: Nuovi Cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”, l’ 85enne arcivescovo emerito di San Paolo ricorda che fin dall’inizio del suo pontificato, Papa Francesco ha sottolineato la necessita della Chiesa di camminare, di uscire “e mettersi in cammino nella storia, in questi tempi di cambiamenti epocali, camminando sempre al fianco di tutti, soprattutto di chi vive nelle periferie dell’umanità.

“Perché uscire? Per accendere luci e riscaldare cuori che aiutino la gente, le comunità, i paesi e l’umanità intera a trovare il senso della vita e della storia. Queste luci sono soprattutto l’annuncio della persona di Gesù Cristo, morto e risorto e del suo regno, così come la pratica della misericordia, della carità e della solidarietà soprattutto verso i poveri, i sofferenti, i dimenticati e gli emarginati del mondo di oggi, i migranti e gli indigeni.”

Camminare arricchendo la tradizione e includendo

“Come deve camminare la Chiesa?” si chiede il porporato  presidente della Repam, la Rete ecclesiale panamazzonica. “Fedele alla vera tradizione”, che è la storia viva della Chiesa, non trradizionalismo legato al passato, “in cui ogni generazione, accogliendo ciò che le è stato dato dalle generazioni precedenti”, nella comprensione e nell’esperienza della fede in Gesù Cristo, arricchisce la tradizione “con la propria esperienza e comprensione della fede in Gesù Cristo nei tempi attuali”. E poi “in un procedere inclusivo che invita, accoglie e incoraggia tutti, senza eccezioni, a camminare insieme, verso il futuro, come amici e fratelli, rispettando le nostre differenze”.

Coraggiosi e intrepidi, senza paura del nuovo, che è Cristo

E camminare, aggiunge Hummes, che è anche prefetto emerito della Congregazione per il clero  senza paura del nuovo, che è Cristo, il nuovo “ieri, oggi e sempre”. “Non temiamo Cristo, il nuovo – è il suo appello - Questo sinodo cerca nuovi cammini”. Ricorda infatti che già nel suo discorso, per certi versi “programmatico”, ai vescovi brasiliani nel luglio 2013, durante  la Gmg di Rio del Janeiro, il Papa propone di “rilanciare in Amazzonia l’opera della Chiesa”, “di consolidare il volto amazzonico della Chiesa” e “di formare un clero autoctono”, aggiungendo: “ In questo, per favore, vi chiedo di essere coraggiosi, di essere intrepidi”.

Il coraggio di missionari e laici, che rischiano sempre la vita

Coraggiosi come i missionari cattolici che “tra luci e ombre, sicuramente più luci che ombre” prosegue il cardinale brasiliano “hanno cercato di portare Gesù Cristo ai popoli locali e di costruire comunità cattoliche. È giusto ricordare, riconoscere ed esaltare, in questo sinodo, la storia eroica, e spesso di martirio, di tutti i missionari e missionarie del passato e anche di quelli e quelle di oggi nella Panamazzonia”. Accanto ai missionari, sottolinea Hummes “ci sono sempre stati numerosi leader laici e indigeni che hanno dato una testimonianza eroica e che spesso sono stati – e lo sono tuttora – uccisi”.

Carenza di risorse e dei sacramenti essenziali

Il relatore generale sottolinea anche che la chiesa missionaria dell’Amazzonia si è sempre distinta per i servizi alla popolazione locale “in ambito scolastico, sanitario, nella lotta contro la povertà e contro la violazione dei diritti umani”.  Ma sottolinea che ha “la necessità di aumentare il suo potenziale di comunicazione”, attraverso radio e Tv, e lamenta che

La storia della Chiesa in Panamazzonia mostra che c’è sempre stata grande carenza di risorse materiali e di missionari per un pieno sviluppo delle comunità, in particolare l’assenza quasi totale dell’Eucaristia e di altri sacramenti essenziali per la vita cristiana quotidiana.

Inculturazione per un volto amazzonico della Chiesa

Va consolidato quindi “il volto amazzonico della Chiesa locale”, ma anche  “il suo volto indigeno nelle comunità indigene, come ha esortato Francesco a Puerto Maldonado” il 19 gennaio 2018. “Fin dall’annuncio del Sinodo, il Papa ha messo in chiaro che il rapporto della Chiesa con i popoli indigeni e con la foresta Amazzonica, è uno dei suoi temi centrali”. Il Pontefice chiede di “individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta”. Il cardinal Hummes ricorda che nella fase dell’ascolto sinodale, che ha portato all’Instrimentum Laboris

“I popoli indigeni hanno manifestato in molti modi che vogliono il sostegno della Chiesa nella difesa e nella tutela dei loro diritti, nella costruzione del loro futuro. E chiedono alla Chiesa di essere un’alleata costante. Di fatto, l'umanità ha un grande debito verso le popolazioni indigene nei diversi continenti della terra e anche in Amazzonia. Ai popoli indigeni deve essere restituito e garantito il diritto di essere protagonisti della loro storia, soggetti e non oggetti dello spirito e dell’azione del colonialismo di chiunque”

Preservare e includere le culture dei popoli indigeni

“Le loro culture, le lingue, le storie, le identità, le spiritualità  - sottolinea il relatore generale - costituiscono ricchezze dell’umanità e devono essere rispettate e preservate e incluse nella cultura mondiale”. Perchè questo è un sinodo “della Chiesa per la Chiesa”, ma una Chiesa “integrata nella storia e nella realtà del territorio – in questo caso, dell’Amazzonia – attenta al grido di aiuto e alle aspirazioni della popolazione e della ‘Casa Comune’ aperta al dialogo” e desiderosa di condividere un cammino sinodale “con le altre chiese, religioni, scienza, governi, istituzioni, popoli, comunità e persone, rispettando le differenze”, per difendere e promuovere “la vita delle popolazioni dell’area, soprattutto dei popoli originari e preservare la biodiversità del territorio nella regione amazzonica”.

Per l’interculturalità di molte e diverse culture

Già san Giovanni Paolo II ricordava, nella “Redemptoris Missio”, che l’esigenza dell’inculturazione è oggi per la Chiesa “particolarmente acuta e urgente”

Assieme all’inculturazione, l’evangelizzazione dei popoli amazzonici richiede anche particolare attenzione all’interculturalità, perché è lì che le culture sono molte e diversificate, sebbene mantengono alcune radici comuni. Il compito dell’inculturazione e dell’interculturalità si svolge soprattutto nella liturgia, nel dialogo interreligioso ed ecumenico, nella pietà popolare, nella catechesi, nella convivenza dialogale quotidiana, con le popolazioni autoctone, nelle opere sociali e caritatevoli, nella vita consacrata, nella pastorale urbana.

Cura della Casa Comune minacciata in Amazzonia

Il cardinal Hummes tocca poi il “nucleo generativo” dell’azione della Chiesa per la cura della Casa Comune. “La vita in Amazzonia” denuncia “forse non è mai stata tanto minacciata come oggi

La minaccia alla vita in Amazzonia deriva da interessi economici e politici dei settori dominanti della società odierna, in particolare delle imprese che estraggono in modo predatorio e irresponsabile, legalmente o illegalmente, le ricchezze del sottosuolo e alterano la biodiversità, spesso in connivenza, o con la permissività dei governi locali e nazionali e  a volte anche con il consenso di qualche autorità indigena.

Le minacce alla vita: l’uccisione dei leader locali

Le comunità locali hanno segnalato, nella preparazione del Sinodo, che la vita in Amazzonia sia minacciata soprattutto, elenca Hummes citando l’Instrumentum Laboris, “dalla criminalizzazione e l’assassinio di leader e difensori del territorio”;  “dall’appropriazione e la privatizzazione di beni naturali, come l'acqua”;”dalle concessioni a imprese di disboscamento legali” e “l’ingresso di quelle illegali”; “da caccia e pesca predatorie, soprattutto nei fiumi”;  “da megaprogetti: idroelettrici, concessioni forestali, disboscamento per produrre monocolture, strade e ferrovie, progetti minerari e petroliferi”; “dall’inquinamento provocato dall'industria estrattiva che crea problemi e malattie”, soprattutto ai minori e ai giovani; e poi il narcotraffico, l'alcolismo, la violenza contro la donna, il lavoro sessuale, il traffico di esseri umani, la perdita della loro cultura originaria e della loro identità, “e l’intera condizione di povertà a cui sono condannati i popoli dell'Amazzonia”.

Ecologia integrale e crisi climatica

L’ecologia integrale, ricorda il relatore generale del Sinodo, ci dimostra “che tutto è collegato, gli esseri umani e la natura”. “Non si può affrontare separatamente ecologia, economia, cultura”, ma, come si sostiene nella “Laudato si’”, “devono essere pensate congiuntamente: un’ecologia ambientale, economica, sociale e culturale”. Il cardinal Hummes evoca quindi l’attuale “crisi climatica ed ecologica che coinvolge tutto il nostro pianeta”.

“Il riscaldamento globale del pianeta per l’effetto serra ha generato uno squilibrio climatico senza precedenti, grave e impellente, come mostrato dalla Laudato si’ e dal COP21 di Parigi, dove è stato sottoscritto, praticamente da tutti i paesi del mondo, l’Accordo Climatico in verità fino ad oggi quasi inattuato, malgrado l’urgenza. Al tempo stesso, sul Pianeta avviene una devastazione, una depredazione e un degrado galoppante delle risorse della terra, tutto promosso da un paradigma tecnocratico globalizzato, predatorio e devastante, denunciato dalla Laudato si’. La terra non ce la fa più.”

La Chiesa amazzonica nella realtà urbana

Altro “nucleo” di lavoro proposto ai padri sinodali dal presidente della Repam, è “l’enorme realtà urbana dell’Amazzonia, in parte conseguenza delle migrazioni interne, e la presenza della Chiesa nelle città” perché anche nella città, “la Chiesa deve sviluppare e consolidare il suo volto amazzonico, senza essere la riproduzione della Chiesa urbana di altre regioni”. Vanno difesi la foresta amazzonica e i suoi popoli, elenca Hummes: “indigeni, caboclos, ribeirinhos, quilombolas, poveri di ogni specie, piccoli agricoltori, pescatori, seringueiros, spaccatrici di cocco”. E ricorda tra le tante migrazioni in Panamazzonia, “in passato quella degli haitiani, oggi quella dei venezuelani, ma soprattutto degli stessi indigeni e altre porzioni di poveri dell’interno della regione”. La Chiesa, sottolinea, ha fatto un grande sforzo di accoglienza.

Ma bisogna porre l’accento sulla migrazione degli indigeni nelle città. Migliaia e migliaia. Hanno bisogno di un’attenzione efficace e misericordiosa per non soccombere culturalmente e umanamente in città, davanti alla miseria, all’abbandono, al disprezzo e al rifiuto, con un disperante vuoto interiore.

La carenza di preti e la mancanza dell’Eucaristia

Per molte ragioni, l’indigeno in città, denuncia il cardinale brasiliano, è obbligato all’invisibilità. “Il grido spesso silenzioso, ma non meno forte e pungente, degli indigeni urbani deve essere ascoltato”. Il relatore generale affronta quindi la questione della “carenza di presbiteri al servizio delle comunità locali sul territorio, con la conseguente mancanza della Eucaristia, almeno domenicale, e di altri sacramenti”. Mancano, sottolinea, “anche preti incaricati, questo significa una pastorale fatta di visite sporadiche anziché di un’adeguata pastorale con presenza quotidiana”. Dato che, chiarisce Hummes “la partecipazione nella celebrazione dell’Eucaristia, almeno la domenica, è fondamentale per lo sviluppo progressivo e pieno delle comunità cristiane e per la vera esperienza della Parola di Dio nella vita delle persone”, vanno definiti “nuovi cammini per il futuro”.

Le comunità indigene hanno chiesto che, pur confermando il grande valore del carisma del celibato nella Chiesa, di fronte all’impellente necessità della maggior parte delle comunità cattoliche in Amazzonia, si apra la strada all'ordinazione sacerdotale degli uomini sposati residenti nelle comunità. Al tempo stesso, di fronte al gran numero di donne che oggi dirigono le comunità in Amazzonia, si riconosca questo servizio e si cerchi di consolidarlo con un ministero adatto alle donne dirigenti di comunità.

La questione dell’acqua, potabile e sicura per tutti

Ultimo “nucleo” proposto dal relatore generale è la questione dell’acqua, perchè, ricorda, “la scarsità di acqua potabile e sicura è una minaccia crescente in tutto il pianeta”. L’ accesso all’acqua potabile e sicura “è un diritto umano essenziale e una delle questioni cruciali nel mondo attuale”, ha detto Papa Francesco, e Hummes sottolinea, citando l’Instrumentum Laboris, che “Il bacino del Rio delle Amazzoni e le foreste tropicali che lo circondano nutrono i suoli e regolano, attraverso il riciclo dell'umidità, i cicli dell'acqua, dell'energia e del carbonio a livello planetario. Solo il Rio delle Amazzoni getta nell’Oceano il 15% di acqua dolce totale del pianeta”. Di fatto, “in Amazzonia la foresta si prende cura dell’acqua e l’acqua si prende cura della foresta e insieme producono la biodiversità, e i popoli indigeni sono i millenari guardiani di questo sistema”.

Per questo anche la Chiesa si sente chiamata a prendersi cura dell’acqua della “casa comune”, minacciata in Amazzonia principalmente dal riscaldamento climatico, dalla deforestazione e dalla contaminazione causata dalle miniere e dai pesticidi.

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Momenti della relazione del cardinale Claudio Hummes
07 ottobre 2019, 12:00