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Seminario in Vaticano: una leadership etica al servizio della Casa comune

Si è tenuto nel pomeriggio in Vaticano, nel contesto del Sinodo dei vescovi per l’Amazzonia, il Seminario promosso dalla Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI sul tema: “Le sfide della regione panamazzonica: cooperazione necessaria tra gli Organismi internazionali e la Chiesa cattolica e leadership etica”. Al termine la presentazione di canti e musiche da parte di artisti provenienti dalla Bolivia

Adriana Masotti - Città del Vaticano

Luogo del Seminario è l’atrio dell’Aula Paolo VI in Vaticano. L’iniziativa è organizzata insieme alla Segreteria del Sinodo, ma in collaborazione anche con l’Osservatore della Santa Sede presso le Organizzazioni internazionali presenti a Roma (FAO, IFAD, PAM), con l’Istituto “Razón abierta” di Madrid, e il sostegno della Fondazione Templeton, nell’ambito di un progetto che mira alla formazione alla “Leadership etica”. Come dice il titolo, davanti alle sfide della regione amazzonica, si intende sottolineare la necessità di un lavoro comune tra Organismi internazionali e Chiesa cattolica, evidenziando la concordanza fra la "Laudato sì" di Papa Francesco e l'Agenda 2030 dell'Onu.

I relatori 

Dopo il saluto del cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi, che dà il benvenuto, le parole introduttive del cardinale Pedro Ricardo Barreto Jimeno, presidente delegato del Sinodo e presidente vicario della Rete Ecclesiale Panamazzonica (Repam), aprono il Seminario. Anche se i problemi dell'umanità sono molti, il porporato fa notare che "sempre si può riorientare il nostro cammino per cercare di risolverli" e che "le preoccupazioni per il nostro pianeta non oscurano la nostra gioia e la nostra speranza" che vengono da Cristo. Seguono, quindi, gli interventi di René Castro-Salazar, assistente del Direttore generale della FAO per il Dipartimento Clima, Biodiversità, Terra e Acqua; di Mattia Prayer Galletti, lead technical specialist presso l’IFAD e di Francisco Torralba, professore ordinario di Sociologia presso l’Università Ramon Llull di Barcellona. Le conclusioni dell’incontro, moderato da padre Federico Lombardi, presidente della Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, sono esposte da monsignor Fernando Chica Arellano, osservatore permanente della Santa Sede presso FAO, IFAD e PAM. Il concerto finale è a cura del complesso Coros y Orquestra Palmarito & Urubichà, proveniente dalla Bolivia appositamente per il Sinodo, che esegue canti e musiche caratteristici.

Perchè promuovere questo Seminario

Nel suo ruolo di moderatore, padre Federico Lombardi, spiega come mai la Fondazione ha promosso questo incontro. Suo compito, ha spiegato, è continuare a sviluppare i grandi temi del pontificato di Benedetto XVI mostrando la continuità totale con Papa Francesco, il cui pontificato sta approfondendo tanti temi già toccati dal suo predecessore. Ricorda che Benedetto XVI ad un certo punto è stato chiamato “il Papa verde” per i suoi numerosi interventi riguardo alla cura del Creato, questione ora tanto sviluppata da Francesco.

Possibilità tecniche e volontà politica per salvare il Pianeta 

Prende quindi la parola René Castro-Salazar della Fao. Nel suo intervento sottolinea che tutti, singoli, popoli e Stati devono sentirsi coinvolti in un cambiamento per salvare la Terra. Afferma che la possibilità di farcela esiste, citando ad esempio le buone pratiche in tema ambientale messe in atto da Cile e Costa Rica. Le possibilità tecniche per invertire la rotta e affrontare i cambiamenti climatici esistono, ripete, ciò che occorre è la volontà politica di farlo. Per questo ci vuole la cooperazione di tutti gli Stati nei diversi continenti ed è necessario che la persona umana ritorni ad essere posta al centro di tutti i processi.

Gli indigeni sfidano il nostro mondo 

Mattia Prayer Galletti dell' IFAD descrive l’impegno per i popoli indigeni e dice subito che l’organizzazione “ha come missione la lotta alla povertà rurale”, visto che il 75% dei poveri nel mondo vive proprio in queste zone. Un impegno nato già 30 anni fa e che oggi vede l’Ifad finanziare 63 progetti in 32 paesi in tutte le regioni del mondo raggiungendo 6 milioni di persone e circa 150 diversi popoli indigeni. Dice poi che sono due gli strumenti utilizzati per raggiungere gli obiettivi: lo strumento finanziario per dare concretezza a piccoli progetti a diretto contatto con la gente locale, e lo strumento politico attraverso il Forum dei Popoli indigeni che permette un dialogo continuo tra gli indigeni, le Organizzazioni internazionali e i governi. Elenca poi le sfide che comportano il lavoro con gli indigeni: la sfida economica, con l'abbandono del modello economico attuale “dove pochi prendono e molti si prendono troppo poco”.
I popoli indigeni sono spesso visti come un ostacolo al modello economico predatorio di oggi, dice, ma non solo perchè vivono nei territori da cui si possono estrarre ingenti risorse, ma anche perchè "i principi su cui basano i loro modelli di vita, quelli della condivisione, del dono, della proprietà collettiva, del rifiuto degli sprechi, e della responsabilità comune sono in aperto conflitto con il modello dominante". Siamo sicuri di non aver niente da imparare?

Responsabilità collettiva dei beni comuni

La seconda sfida è quella ambientale e “chi meglio dei popoli indigeni può essere ritenuto oggi come migliore custode del creato?” Loro che "hanno mantenuto una relazione stretta con l'ambiente che vivono in maniera simbiotica, ambiente con cui sono interconnessi". Inoltre, dice, “nella loro cosmogonia la natura ha un fortissimo elemento di spiritualità”.La terza è una sfida culturale. “Le culture dei popoli indigeni sono chiave per la gestione delle risorse del pianeta. Nostro compito è di metterle in relazione con il pensiero scientifico, in un dialogo costruttivo”. Infine la quarta sfida è quella politica: “Fino a quando non arriveremo a comprendere l’importanza di tutelare i diritti della natura, così come quelli dei più deboli e delle future generazioni, la semplice consapevolezza dei problemi non basterà a trovare una soluzione efficace e duratura, afferma. Una questione chiave è il riconoscimento della responsabilità collettiva di fronte ai beni comuni. E la regione amazzonica è un bene comune. C’è però un punto da cui non si può prescindere: “Ma come facciamo - sostiene Galletti - a riconoscere i beni comuni, ad occuparci di una “nostra” casa comune se non ci riconosciamo prima di tutto in una sola umanità, in una fratellanza condivisa, con un comune senso del destino, dove qualunque cosa accada nel pianeta, qualunque guerra, calamità naturale ci tocca da vicino e ci spinge a reagire”. Concludendo il suo intervento Galletti dice ancora: “La comunità mondiale ha bisogno dei popoli indigeni. Abbiamo molto da imparare da culture che danno valore alle relazioni comunitarie, alla condivisione, al profondo rispetto per la natura, interconnesse con tutti gli elementi della vita".

Lavorare per la formazione di leader etici

A parlare dell’importanza della formazione di leader etici per rompere con la visione miope del mondo di oggi, per passare dallo spazio micro, a quello macro, cioè universale, è il sociologo Francisco Torralba che descrive quali dovrebbero essere le caratteristiche, le virtù, del nuovo leader: una persona non arrogante, ma generosa, in grado di saper lavorare insieme agli altri. La funzione fondamentale di un leader, dice, è la capacità del dono di sé, dei propri talenti e capacità, perché gli altri possano crescere senza confondere la propria persona con il servizio a cui è chiamato e quindi capace di passare il testimone per poter andare avanti. E citando Papa Francesco che afferma: "Viviamo un cambio di epoca e non solo un’epoca che cambia" conclude osservando che si richiede un cambio del paradigma della leadership politica per poter affrontare le sfide di oggi e di domani.

Diffondere nel mondo "una cultura delle virtù"

Nell’intervento conclusivo di monsignor Fernando Chica Arellano, la domanda fondamentale: che fare di fronte alla crisi socio-ambientale vissuta dall’Amazzonia e che produce effetti a livello universale? “E' necessario- risponde- promuovere azioni sincrone e coordinate a livello internazionale”, perché in “un mondo interconnesso e globalizzato, solo la cooperazione può produrre risultati significativi e concretamente incidenti sulla realtà”. Molte le azioni che già vengono promosse da vari soggetti a tutela della regione. Tra questi, osserva monsignor Arellano, c’è la Chiesa cattolica, ma perché tutto questo impegno possa avere efficacia, sottolinea, è fondamentale l’attività di responsabilizzazione e di formazione delle persone. “A questo serve la leadership etica che mira ad orientare i comportamenti umani all’insegna dell’onestà, dell’affidabilità, della trasparenza e della cura della casa comune, nel tentativo di formare i responsabili politici di domani all’insegna dei valori". Altrettanto necessaria è diffondere nel mondo “una cultura delle virtù”. E a questo proposito fa notare “Abbiamo molto da imparare dagli indigeni” a partire dalla generosità nel vivere per la propria gente, dall’ attaccamento alla famiglia e al rispetto per gli anziani, alla valorizzazione della vita e della spiritualità, fino al valore dato al tempo e alla saggezza legata ai ritmi e ai processi della natura. Monsignor Arellano conclude con un auspicio: “Possiamo noi tutti venire istruiti da questo modo di vivere delle popolazioni indigene, che più di chiunque altro ha conservato questa umanità e l’imprescindibile legame con il Creato, ormai dimenticato dal mondo occidentale”.

19 ottobre 2019, 18:55