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Krajewski a Lesvos: serve apertura corridoi umanitari in Europa

L’elemosiniere apostolico ha visitato i campi profughi di Moria e Kara Tepe prima di concludere il suo viaggio tra i migranti di Lesvos, con mons. Jean-Claude Hollerich, presidente della Comece, e mons. Sevastianos Rossolatos, arcivescovo di Atene

Giada Aquilino – Lesvos

“Una nuova apertura di corridoi umanitari in vari Paesi europei”: la comunità cristiana è “pronta” ad ospitare chi cerca pace, un futuro, un luogo dove far crescere i propri figli. Questo il messaggio del cardinale Konrad Krajewski al termine della missione a Lesvos, per portare la solidarietà del Papa ai migranti dei campi dell’isola greca. “Abbiamo bisogno di più dialogo, più collaborazione tra le autorità nazionali e la società civile e, dentro di essa, la Chiesa cattolica vuole lavorare con tutte le religioni” ha aggiunto mons. Jean-Claude Hollerich, presidente della Comece, la Commissione episcopale europea: “quando le persone soffrono e perdono la speranza, la gente di buona volontà deve reagire”, ha proseguito l’arcivescovo di Lussemburgo, ribadendo l’auspicio dei corridoi umanitari a livello europeo, grazie all’azione di diocesi, parrocchie e associazioni cattoliche. Anche il sindaco di Lesvos, Spyros Galinos, incontrando ieri la delegazione guidata dal cardinale Krajewski, ha appoggiato l’opzione, proprio mentre le autorità greche autorizzavano l’attracco a Mytilene, principale centro dell’isola, della nave Open Arms ferma fuori dal porto dai primi di maggio, con a bordo un carico di cibo, medicine e vestiti per i migranti.

Non perdere la speranza

L’Elemosiniere apostolico ha poi visitato l’hot-spot di Moria, dove tre anni fa Francesco volle lasciare un messaggio particolare di fronte a “situazioni di bisogno tragico e veramente disperato”: “non perdete la speranza”, disse ai migranti del più grande campo dell’isola greca. Oggi quella stessa struttura ospita esattamente 4752 persone: l’80 per cento afghani, poi ci sono siriani, congolesi, eritrei, etiopi e anche qualche yemenita. La permanenza media è da 8-9 mesi a 2-3 anni. Ora sull’isola non ci sono i flussi del 2015, quando scoppiò la crisi migratoria con 1 milione e 200 mila arrivi in Grecia, ma le condizioni di vita dei migranti permangono precarie e difficilissime. Segnalati casi di autolesionismo e tentativi di suicidio, spaccio e consumo di stupefacenti oltre che di alcool, violenza sessuale.

Una giovane afghana tra i profughi di Lesvos

Mancanza di medicine

“Mio padre è malato di cuore, sta molto male e non ha un medico”, ci racconta Jila, 21 anni, da 10 mesi a Moria con tutta la sua numerosa famiglia dall’Afghanistan: “un dottore che l’ha visitato - spiega - gli ha detto di prendere dell’acqua”, niente più, “perché non abbiamo medicine”. Intanto lei fa la volontaria al centro “The hope project”, dove ogni giorno avvengono 150 distribuzioni di indumenti e generi di prima necessità, ma si impara pure a dipingere, a suonare la chitarra, a cucire. Qui il cardinale Krajewski, come nei giorni scorsi ad altre associazioni di Lesvos, ha portato una “carezza” particolare del Papa, un contributo in denaro per l’ampliamento dei locali.

Da Kara Tepe a Roma

Quindi la tappa al campo di Kara Tepe, gestito dalla municipalità con fondi europei: dal 2018 ne sono stati stanziati per 4 milioni di euro. Qui vivono 1.300 persone, individuate tra quelle cosiddette “vulnerabili”, famiglie numerose, persone con disabilità, donne incinte e senza assistenza. Da uno dei 261 alloggi del campo partì nel 2016 una delle tre famiglie di rifugiati dalla Siria che il Papa condusse a Roma sul volo di ritorno dalla sua visita a Lesvos. E al campo si nota una certa soddisfazione quando si apprende che una di quelle ragazze migranti accompagnate da Francesco in Italia si è da poco laureata.

10 maggio 2019, 09:14