Universita Pontificia Lateranense una delle università ecclesiastiche di Roma Universita Pontificia Lateranense una delle università ecclesiastiche di Roma 

Università ecclesiastiche: aprirsi al mondo senza perdere identità

Per mons. Vincenzo Zani, segretario della Congregazione per l’educazione cattolica, gli istituti devono riformarsi in modo sapiente diventando seme buono per una società secolarizzata. Il cardinale Gianfranco Ravasi: mantenere il rigore della ricerca senza perdere di vista il messaggio cristiano

Federico Piana- Città del Vaticano

Un rischio: quello di non capire la necessità del rinnovamento, dettato dal cambiamento dei tempi, e rimanere nel limbo dell’autoreferenzialità sterile. Un’opportunità: quella di riformarsi in modo sapiente e diventare il seme buono e fecondo per una società ormai priva di solidi punti di riferimento culturali e completamente confusa. E’ mons. Vincenzo Zani, segretario della Congregazione per l’educazione cattolica, a mettere nero su bianco i pericoli e le grandi chance che le università e le facoltà ecclesistiche si trovano a dover affrontare nell’attuale contesto storico. Considerazioni che poggiano le fondamenta sulla costituzione apostolica ‘Vertitatis Gaudium’, voluta da Papa Francesco proprio per “imprimere agli istituti ecclesiastici quel rinnovamento sapiente e coraggioso che è richiesto dalla trasformazione missionaria di una chiesa in uscita”.

Riforma non è maquillage

L’occasione per un’intervista a tutto campo con mons. Zani su tematiche così centrali per il futuro prossimo della chiesa universale, arriva durante il congresso per il venticinquesimo anniversario dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum , svoltosi a Roma dal 28 al 29 marzo scorsi. E’ in questo contesto che il segretario per la Congregazione per l’educazione cattolica avverte: “C’è il rischio di andare a cercare le sicurezze. Portare avanti i progetti di sempre, pur percependo la necessità di modificare la rotta. Anche la Veritatis Gaudium può correre un pericolo: la costituzione apostolica ha un proemio e delle norme; se non si mettono insieme le due cose si rischia di ottenere solo un maquillage, si cambia qualcosa degli statuti senza capire che il proemio è uno strumento di profonda trasformazione degli istituti”. Le norme debbono trarre vita dal proemio.

Farsi contagiare dal dinamismo

Prendere spunto dalla vitalità che sta investendo le università laiche di tutto il mondo potrebbe essere una strategia vincente anche per quelle pontificie e cattoliche. “Gli istituti ecclesiastici - è il pensiero di mons. Zani- devono poter entrare nel dinamismo che sta caratterizzando i sistemi universitari globali in modo tale da rendersi più sensibili alla terza missione di qualsiasi università: la missione sociale. Le università non devono garantire sé stesse ma intercettare i grandi bisogni culturali e sociali di oggi”.

Confrontarsi col mondo senza perdere identità

Poi al ragionamento aggiunge un importante tassello che riguarda la ‘chiesa in uscita’ amata da Papa Francesco: “Anche le facoltà ecclesiastiche dovrebbero promuovere di più quella che in molte parti del mondo si chiama il ‘service learning’, cioè insegnare a mettersi a servizio della nuova evangelizzazione della chiesa e non insegnare solo a diventare dei pozzi di scienza chiusi nelle torri d’avorio del proprio io”. Tutto senza aver timore di perdere la propria identità. Su questo mons. Zani è chiaro: ”Non perdiamo quello che siamo chiamati a portare nel mondo, non ci si deve dissolvere. Il confronto con il mondo porta a consolidare le nostre idee, non a farle sparire nel nulla”.

Ascolta l'intervista a mons. Zani

Card. Ravasi: università pontificie artefici del dialogo

Della necessità, da parte delle università e delle facoltà ecclesiastiche, di rafforzare la conoscenza delle proprie radici ma al contempo aprire un dialogo verace con il mondo, ne parla anche il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Nell’incipit di questo colloquio, il cardinale spiega che “c’è la necessità, da un lato, di approfondire in maniera sistematica, accurata, le proprie radici culturali cristiane, tutto l’orizzonte nel quale si è sviluppato un pensiero, ed un’arte, grandiosi. Senza dimenticare però la necessità del dialogo, di ascoltare gli altri: la verità per sua natura è una sinfonia per cui più voci devono intrecciarsi su quella fondamentale. Evitando soprattutto due rischi: quello del sincretismo o della genericità e quello del fondamentalismo, dell’integralismo, dell’esclusivismo”.

Una dimensione globale tra fede e ragione

Il card. Ravasi individua un’altra necessità impellente: le facoltà ecclesiastiche devono poter conservare, in una società sempre più liquida, “una dimensione globale, simbolica. Cioè unire spiritualità e corporeità, unire fede e ragione, unire individuo e società, unire spiritualità rivolta verso l’alto e anche l’orizzonte nel quale siamo immersi, quello concreto”.

Il messaggio cristiano come stella polare

La strada per arrivare a tutto questo? “Il rigore della ricerca, prima di tutto – risponde il cardinale Ravasi -. Questo è comune a tutte le università e lo deve essere in particolare anche per le università cattoliche. Ma soprattutto devono avere una loro stella polare: il messaggio cristiano, che è, proprio per la ricchezza che contiene dal punto di vista teologico, antropologico e culturale, un punto di riferimento eccezionale”.

Stare nel mondo evitando il secolarismo

Molte università cattoliche hanno il timore che il troppo dialogo col mondo rischi di annullare le loro specificità. Come evitarlo? Senza indugiare troppo, il cardinale risponde partendo da una constatazione: il mondo non è sotto il segno della maledizione. Però ben sappiamo che esiste il problema del secolarismo che tenta di cancellare qualsiasi dimensione trascendente, qualsiasi ambito dove si pongono le domande fondamentali”. Poi da una soluzione: “Ecco, il compito delle università cattoliche, ma direi della teologia stessa, dovrebbe essere quello di raccogliere anche questo mondo dove noi siamo inseriti ed inoculare in esso il proprio seme. Il Vangelo, dopotutto, è stato un principio di inculturazione in un mondo completamente pagano”.

Ascolta l'intervista al card. Ravasi


 

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31 marzo 2019, 07:00