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Vatican News

Al Centro protezione minori sono aumentate le richieste di percorsi formativi

Alessandra Campo, network coordinator del Centro per la protezione dei minori, racconta ai microfoni di Vatican News l’impegno nella promozione di una cultura della prevenzione e del safeguarding

Barbara Castelli – Città del Vaticano

I differenti percorsi formativi offerti dal Centro per la protezione dei minori, anche ritagliati sulle differenti realtà locali; la specificità del contributo delle donne nel contrastare il fenomeno degli abusi; la declinazione culturale necessaria per affrontare il problema e per prevenirlo. Di questo e di altro parla Alessandra Campo, network coordinator del Centro per la protezione dei minori. Il Centre for Child Protection è stato istituito dalla Pontificia Università Gregoriana, l’arcidiocesi di Monaco e Frisinga e il Dipartimento di Psichiatria e Psicoterapia dell’Infanzia e dell’Adolescenza Department dell’Università Clinica Statale di Ulm. È stato inaugurato con un simposio, sul tema: “Verso la guarigione e il rinnovamento”. Durante la sua fase pilota (dal 2012 al 2014), il Centro aveva sede a Monaco, pur essendo sempre stato parte dell’Istituto di Psicologia della PUG e componente della sua struttura accademica. Il Ccp è stato inaugurato ufficialmente a Roma nel febbraio 2015, con un evento intitolato: “Un impegno rinnovato. Il Centre for Child Protection tre anni dopo il Simposio ‘Verso la guarigione e il rinnovamento’”. Attualmente il Centro ha la sua sede presso il Collegio San Roberto Bellarmino, una residenza di Gesuiti vicina alla Chiesa di Sant’Ignazio.

Ascolta l'intervista ad Alessandra Campo

In cosa consiste il lavoro del Centro per la protezione dei minori?

R. – Il Centre for Child Protection è un centro per la protezione dei minori. Offre percorsi formativi per coloro, persone o istituzioni, che sono interessati a promuovere una cultura della prevenzione e del safeguarding. Noi non lavoriamo con casi, con vittime di abuso, quindi, il nostro lavoro di prevenzione è concentrato nell’ambito della formazione: cioè, offrire strumenti formativi di diverso livello perché si crei una cultura, una consapevolezza diffuse, che favoriscano la creazione di un contesto più sicuro per i minori.

Come è cambiata la vostra attività dopo l’Incontro sulla protezione dei minori che si è svolto in Vaticano, dal 21 al 24 febbraio scorsi?

R. – Abbiamo riscontrato un aumento di richieste rispetto soprattutto all’offerta del nostro programma e-learning. Offriamo tre tipi di programmi formativi, due di tipo accademico presso l’Università Gregoriana e un programma e-learning. I due programmi sono il diploma semestrale in Safeguarding of minors e la licenza, la laurea specialistica per intenderci, in safeguarding. Ma abbiamo anche un programma e-learning, cioè una serie di unità formative online che vengono messe a disposizione di istituzioni che desiderano creare il proprio percorso formativo in sede, quindi nei diversi Paesi di appartenenza. Queste istituzioni possono, previo accordo con noi, utilizzare i nostri materiali online per creare dei loro percorsi blended, quindi combinando le sessioni online, con sessioni face-to-face organizzate dalle diverse istituzioni. Questo permette di declinare percorsi formativi differenti in base ai contesti: università, congregazioni, conferenze episcopali, diocesi. Ovviamente, chiunque fosse interessato a creare un percorso formativo ad hoc per il proprio gruppo di interesse può rivolgersi a noi e insieme è possibile sviluppare una risposta ritagliata di volta in volta sulle diverse esigenze, quindi è chiaro che un evento di respiro mondiale come quello del summit che ha visto partecipare vescovi da tutto il mondo a Roma ha chiaramente risvegliato l’interesse e la consapevolezza soprattutto rispetto all’esigenza di creare percorsi adeguati di prevenzione che devono fare i conti con le specificità locali. Questa è una nostra prerogativa, quella di cercare di facilitare percorsi che tengano conto delle esigenze culturali, sociali dei diversi Paesi in cui si va ad operare e quindi abbiamo effettivamente riscontrato un aumento di richieste soprattutto per quanto riguarda il lavoro che facciamo qui nell’ufficio del Ccp rispetto al programma e-learning.

Alla 4 giorni, come dicevamo con partecipanti provenienti da tutto il mondo, sono intervenute anche 4 donne, con relazioni per le quali lo stesso Papa Francesco ha espresso riconoscenza. Quale ritiene sia il contributo specifico delle donne in questo orizzonte?

R. – Ci sono diversi livelli, il problema degli abusi sessuali sui minori è un problema purtroppo globale e universale, riguarda trasversalmente non solo la Chiesa cattolica, evidentemente, ma diverse realtà nel mondo e tocca tutti i Paesi e i più diversi contesti culturali, quindi anche a livello sociale, investe e tocca non solo persone ma sensibilità differenti. Quindi, anche una risposta al problema non può non tenere conto di questa molteplicità e di questa varietà di sfaccettature. La sensibilità femminile, lo specifico femminile, ha sicuramente la possibilità di dare un contributo, non solo nel dibattito, nella sensibilità rispetto a certi aspetti del problema ma anche poi nell’attivazione di strategie propositive per la risoluzione del problema. Non dimentichiamoci, inoltre, questo non è un mistero, che quando si parla di persone vulnerabili, le donne sanno bene cosa vuol dire essere una persona vulnerabile… La discriminazione… Quello che le donne hanno vissuto e vivono nella storia e nei contesti più diversi… sicuramente c’è anche una consapevolezza che deriva dall’essere toccate in molti casi personalmente da uno status di vulnerabilità e quindi anche la possibilità di dare quello sguardo altro, lo sguardo di chi ha sofferto anche l’abuso, quindi in questo senso la donna, le donne possono dare un contributo.

Il vostro centro, come ha detto, è composto da un team internazionale e interdisciplinare. Avendo questo sguardo mondiale, quali difficoltà culturali incontrate?

R. – Il problema degli abusi sessuali è un problema che si incontra e si scontra con l’enorme varietà di sfaccettature e declinazioni socio-culturali non solo a livello delle cause dell’abuso, che evidentemente hanno sempre anche a che fare con il contesto culturale – la mentalità in cui avviene, l’organizzazione sociale, quella familiare – ma questo vuol dire che anche la risposta al problema non può non tenere conto delle specificità culturali, regionali, in cui l’abuso avviene. Questo riguarda la Chiesa, ma riguarda tutto il mondo. Quindi quello dell’abuso è un problema che va affrontato in quanto problema globale, non può essere parcellizzato come fosse solo incombenza di una o due istituzioni che ne sono toccate: riguarda tutta la società trasversalmente – in maniera diversa ovviamente – ma la risposta al problema dell’abuso e l’impegno per la prevenzione non può non tenere conto del fatto che c’è poi l’esigenza di affrontate le specificità che il problema assume nei diversi contesti culturali – ripeto – non solo a livello di causa quali sono i fattori di rischio in un certo contesto invece che in un altro. Chiaramente in Paesi diversi, in contesti diversi, i fattori di rischio possono cambiare, ma anche il mondo di intervento, perché poi ci si confronta con persone con mentalità con culture con tradizioni di cui non si può fare tabula rasa. Vanno prese in considerazione perché poi la lotta all’abuso sia veramente efficace. Quindi come Ccp ci confrontiamo con istituzioni, gruppi, studenti di tutto il mondo, non solo abbiamo l’enorme privilegio di poter imparare da questa esperienza – siamo a Roma, ma ci arrivano input dai contesti più diversi e più lontani – ma abbiamo anche la possibilità di affinare poi le nostre risposte cercando di venire incontro il più possibile alle diverse esigenze culturali regionali e di stimolare una risposta che sia adeguata ai diversi contesti. Il fatto di avere un team internazionale chiaramente ci aiuta in questo, perché viviamo ogni giorno l’esperienza dell’ascolto dell’altro e quindi dello sguardo altro da quello personale.

16 marzo 2019, 08:05