Musei Vaticani: il San Girolamo di Leonardo per tre mesi in piazza S.Pietro

Per celebrare i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, i Musei del Papa permettono a tutti di ammirare gratuitamente l'unico capolavoro del genio fiorentino custodito in Vaticano, il "San Girolamo nel deserto", esposto dal 22 marzo al 22 giugno nel Braccio di Carlo Magno di piazza San Pietro

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Per celebrare il genio immortale di Leonardo da Vinci a 500 anni dalla morte, avvenuta ad Amboise, in Francia, il 2 maggio 1519, il Governatorato della Città del Vaticano e i Musei Vaticani offrono ai romani e ai turisti di tutto il mondo, dal 22 marzo al 22 giugno, la possibilità di ammirare gratuitamente il San Girolamo nel deserto, che l’artista, inventore e scienziato fiorentino ha realizzato tra il 1486 e il 1490, unica sua opera presente nelle Collezioni Pontificie, in uno spazio riservato nel Braccio di Carlo Magno del colonnato di piazza San Pietro.

Opera che è sicuramente di Leonardo da Vinci

Il “San Girolamo nel deserto” di Leonardo è certamente un capolavoro assoluto – spiega Barbara Jatta, direttore dei Musei Vaticani - ma anche un’opera che esalta la spiritualità di un grande padre e dottore della Chiesa”. Si tratta una delle poche creazioni di Leonardo la cui attribuzione al genio toscano non è mai stata messa in discussione. Il dipinto ha una movimentata storia collezionistica, ma si segnala soprattutto, sottolinea Guido Cornini, direttore del Reparto per l’arte dei secoli XV e XVI dei Musei Vaticani, “per la sua tecnica esecutiva caratterizzata da un diffuso ‘non finito’, presente in ampie parti dell’opera, che permette di analizzare le modalità esecutive dell’artista”.

Il documento che prova la presenza del genio in Vaticano

All’interno dello spazio espositivo è presente anche un documento datato 1513, dell’Archivio Storico della Fabbrica di San Pietro in Vaticano, che testimonia la permanenza di Leonardo in un appartamento per lui allestito nel Belvedere Vaticano presso l’originario nucleo storico dei Musei Vaticani. Leonardo si ferma a Roma per tre anni, nel periodo in cui è certa la presenza in città di Bramante, Michelangelo, Raffaello e di numerosi altri grandi protagonisti della storia dell’arte.

San Girolamo visto da Benedetto XVI

Per narrare la vita di san Girolamo, nato nel 347 a Stridone, in Dalmazia, e morto a Betlemme nel 419 o 420, sono state riportate, su un grande pannello al centro del salone espositivo, le parole del Papa emerito Benedetto XVI, pronunciate durante l’udienza generale del 7 novembre 2014. Papa Ratzinger ha definito Girolamo “un Padre della Chiesa che ha posto al centro della sua vita la Bibbia: l’ha tradotta nella lingua latina, l’ha commentata nelle sue opere e soprattutto si è impegnato a viverla concretamente nella sua lunga esistenza terrena, nonostante il ben noto carattere difficile e focoso ricevuto dalla natura”.

Tutti gli elementi della mostra nel Braccio di Carlo Magno

In mostra, una serie di pannelli didattici consentono di conoscere meglio la figura di Leonardo da Vinci e il contesto storico e culturale nella quale vide la luce il “San Girolamo”. Vengono anche presentate la storia collezionistica del dipinto, la sua particolarissima tecnica esecutiva, gli interventi di restauro e le analisi diagnostiche eseguite di recente sul capolavoro, che hanno permesso di apprezzarne la struttura e le caratteristiche tecniche e di verificarne collocazioni e conservazione fino alla realizzazione del pannello “climaframe” nel quale è attualmente conservato. Completa l’esposizione un video realizzato dalla Direzione dei Musei Vaticani. La mostra sarà visitabile da lunedì a sabato dalle 10 alle 18 (ultimo ingresso 17.30) escluso il mercoledì, quando l’ingresso sarà limitato dalle 13.30 alle 18.

Jatta: in Pinacoteca prima Raffaello e poi Leonardo

Il direttore Barbara Jatta ricorda che dal 1932 il “San Girolamo nel deserto” è esposto nella sala IX della Pinacoteca Vaticana, che segue, nel percorso di visita, il grande salone dedicato a Raffaello e concepita fin dalla sua costruzione, proprio per conservare il capolavoro di Leonardo. “L’iconografia scelta da Leonardo per raffigurare il suo san Girolamo  - aggiunge Guido Cornini - è quella dell’eremita penitente nel deserto, nell’eremo o nella cosiddetta selva. Vestito di pochi stracci, è accovacciato, in una posizione di tensione del corpo”. Leonardo dipinge il corpo del santo come “personificazione della passione”, e nell’opera esprime i suoi interessi per lo studio anatomico del corpo umano.

Cornini: un "non finito" come l'Adorazione dei Magi 

Realizzato con tempera a olio su una tavola di legno di noce, composta di due assi affiancate verticalmente, è caratterizzato da un diffuso “non finito”, e dall’uso della tecnica del finger painting, la pittura con le dita. I pigmenti, infatti, appaiono distribuiti in grande parte della composizione con le dita, per ammorbidire i contorni netti delle figure. Naturalmente Leonardo ha utilizzato anche i pennelli. La committenza del San Girolamo di Leonardo rimane ancora oggi incerta e divide la critica. Non abbiamo appigli documentari, non esistono carte che lo riguardino direttamente e l’opera non è citata da nessun biografo antico dell’artista. “È stata più volte sottolineata la sua vicinanza, stilistica, tecnica e compositiva con la Adorazione dei Magi, oggi agli Uffizi – ricorda Cornini - che sappiamo essere stata commissionata nel 1481 e lasciata incompiuta, per la partenza di Leonardo per Milano, l’anno successivo”.

La datazione più corretta: intorno al 1490

C’è chi ha voluto vedere nel quadro il frutto di una devozione privata dell’artista, chi una committenza di ambito fiorentino, dove il soggetto era molto richiesto, chi, ancora, la richiesta di una confraternita di san Girolamo o quella dei monaci benedettini della Badia Fiorentina, dove esisteva la tomba di famiglia di Leonardo e che commissionò a Filippino Lippi un dipinto di analogo soggetto. Forse perché quello di Leonardo era stato lasciato incompiuto? Altri studiosi propendono invece per una datazione, forse più convincente, vicino agli anni Novanta, trovando un confronto con la prima versione della “Vergine delle rocce” del Louvre.

Una lunga storia collezionistica, dalla Kaufmann al card. Fesch

Il dipinto è documentato agli inizi dell’Ottocento nella collezione della celebre Angelica Kauffmann. Non è chiara la sua sorte dopo la morte della pittrice, nel 1807, ma è noto che entrò a far parte della collezione del cardinale Joseph Fesch, zio di Napoleone, che stando al suo biografo J.B. Lionnet, ebbe il merito di ricongiungere le due parti dell’opera che erano state segate: la parte bassa, di più grandi dimensioni, utilizzata come anta di una credenza e trovata presso un rigattiere; la seconda, la parte della testa del santo, utilizzata come piano di uno sgabello da un ciabattino.

Nel 1856 l'acquisto, per volere del beato Pio IX

Il dipinto infine arrivò in Vaticano per la volontà di Papa Pio IX di accogliere nelle collezioni pontificie importanti opere di soggetto religioso presenti sul mercato antiquario. Il “San Girolamo nel deserto” venne acquistato nel 1856 grazie a Tommaso Minardi e Filippo Agricola, che la raccomandarono come “dipinto di mano di Leonardo da Vinci e perciò rarissimo e pregevolissimo”. L’opera venne collocata nell’allora Pinacoteca pontificia, che si trovava nella Sala del Bologna dei Palazzi Vaticani, e fece poi parte della Nuova Pinacoteca di san Pio X, inaugurata nelle Gallerie Vaticane nel 1909. Ora si trova per tre mesi in piazza San Pietro, prima di raggiungere, dal luglio all’ottobre di quest’anno il Metropolitan Museum di New York e poi, fino al febbraio 2010 il Louvre a Parigi, per due importanti esposizioni dedicate a Leonardo.

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

Photogallery

Presentazione della mostra del "San Girolamo"
21 marzo 2019, 16:42