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1959.01.25 Giovanni XXIII a San Paolo fuori le Mura 1959.01.25 Giovanni XXIII a San Paolo fuori le Mura 

Sessant’anni fa l’annuncio del Concilio

Intervista a Marco Roncalli, biografo di San Giovanni XXIII

Eugenio Bonanata – Città del Vaticano

L’anniversario è di quelli da ricordare assolutamente. Il 25 gennaio 1959 nella basilica di San Paolo fuori le Mura, Papa Giovanni XXIII annunciava il suo progetto di indire un Concilio per la Chiesa universale. Ne parliamo con Marco Roncalli, biografo del Santo Pontefice bergamasco al quale ha dedicato numerose opere tradotte in diverse lingue.

R. - Sì, proprio sessant’anni fa, dopo la celebrazione conclusiva della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, Giovanni XXIII, eletto papa da tre mesi, con umile risolutezza di proposito - sono parole sue - affermava il suo progetto di indire un Concilio per la Chiesa universale, ma anche un Sinodo per la diocesi di Roma e la riforma del Codice di Diritto Canonico. Era domenica quel 25 gennaio e il Pontefice faceva questo annuncio inatteso a meno di una ventina di cardinali riuniti. Sì, per ringiovanire la Chiesa, ai suoi occhi e da sempre non un museo ma un giardino, per rispondere ai quesiti riversati sul suo tavolo, per far partire la ricomposizione dell’unità dei cristiani, per dar voce all’universalità ecclesiale, per avviare l’esercizio della collegialità episcopale, per discernere “i segni dei tempi”…non doveva inventare niente. Studioso di storia, conosceva bene lo strumento più adatto, da sempre presente nella dinamica della storia della Chiesa: il Concilio. E non importa se esistevano correnti che dopo la proclamazione del dogma sull’infallibilità pontificia al Concilio Vaticano I lo ritenevano superfluo.

Lei ha detto che fu un annuncio inatteso. Con chi si era consultato in precedenza? Come è nata in lui l’idea del Concilio?

R. - Fu davvero una sorpresa per quasi tutti gli stessi cardinali presenti, meno di una ventina, che del resto rimasero attoniti, in un silenzio che il papa faticò a giustificare…tutti come stupiti. E per la verità la notizia arrivò al mondo prima che a quei porporati. Infatti, dopo la messa celebrata dall'abate e l’omelia papale, Giovanni XXIII varcava la soglia dell’aula capitolare per la sua comunicazione mentre era già passato mezzogiorno, l’ora in cui - per i vaticanisti - cessava l’embargo dell'annuncio e le agenzie cominciavano a far partire i loro lanci. Quest’idea in lui, che lungo la sua vita più volte aveva parlato dell’importanza dei Concili, in Bulgaria, in Turchia e Grecia, in Francia, a Venezia, tornò a sbocciargli in modo spontaneo. E ne parlò con il suo segretario particolare don Loris Francesco Capovilla (poi cardinale centenario di Papa Francesco), quarantotto ore dopo l’elezione, la sera di giovedì 30 ottobre ’58, dopo il rosario. Ne fece un cenno così, da storico, en passant. Pochi giorni dopo, la sera del 2 novembre il Papa torna sul tema con Capovilla dopo averne parlato la mattina con il cardinale Ernesto Ruffini. Ma sappiamo che in segreto il Papa toccò il tema in più di un incontro; con il suo confessore monsignor Alfredo Cavagna; con il suo successore a Venezia, il cardinale Giovanni Urbani; con il vescovo di Padova monsignor Girolamo Bortignon; con il cardinale Gregorio Agagianian; con l’amico don Giovanni Rossi; ecc. E, come è ben documentato, anche se non fu il primo, ma fu quello di cui avvertì il bisogno di un assenso, con il Segretario di Stato Domenico Tardini.

Quando Giovanni XXIII gli chiese il suo parere?

R. - Lo fece non appena fu sicuro - è lui a scriverlo - che la sua non era fantasia peregrina, ma un’ispirazione per così dire divina, che arrivava dall’alto e cui occorreva sottomettersi…per così dire un’illuminazione dello Spirito Santo. Dal diario di Papa Roncalli scopriamo che parlò con Tardini, non senza un po’ di titubanza, il 20 gennaio ‘59, in udienza. E gli parlò sia della sua decisione di convocare il Concilio, sia già della sua intenzione di annunciarlo cinque giorni dopo. Il Segretario di Stato gli manifestò il suo plauso e parlò di una grande benedizione per il mondo intero. Giovanni XXIII era felice. L’idea del Sinodo per Roma invece, e lo documenta ancora il diario papale, arrivò da monsignor Angelo Dell’Acqua, sostituto della Segreteria di Stato. Ovvio che a quel punto era necessaria anche una revisione del Codice di diritto canonico, bisognoso di aggiornamento. Tutte modalità per rispondere a preoccupazioni pastorali, come vescovo di Roma e come pastore della Chiesa universale.

In ogni caso, lungo il ‘900 al Concilio, avevano pensato anche altri. E’ così?

R. - Certamente. Ci avevano pensato di sicuro sia Papa Ratti, decisosi poi a lasciar cadere tutto aspettando di veder risolta la “Questione Romana”, sia Papa Pacelli al quale i cardinali Alfredo Ottaviani ed Ernesto Ruffini avevano motivato le ragioni per una convocazione: due abbozzi tenuti a lungo segreti. Ma, ad auspicare un Concilio all’alba del secolo, c’erano già vescovi come Geremia Bonomelli e un prelato come Celso Costantini che nel 1939 aveva scritto un dossier molto articolato dal titolo eloquente “Sulla convenienza di convocare un Concilio Ecumenico”. Sul tema abbiamo articoli di scrittori come Giovanni Papini, auspici formulati con chiarezza da preti ben noti come don Giovanni Calabria o come don Don Zeno Saltini che lo aspettavano. E’ poi innegabile che già prima dell’elezione di Giovanni XXIII sono all’opera vari movimenti di riforma che in qualche modo preparano questo straordinario evento: quello liturgico; biblico; patristico; ecumenico; quello per l’apostolato dei laici…

Di fatto però è Papa Giovanni XXIII a superare ogni difficoltà e tentennamento e a convocare il Concilio, dopo aver pregato, insomma dopo essersi consultato con il Signore e la sua coscienza.

R. - Proprio così. E quindi si superano certe idee come quelle del gesuita Louis Billot per cui con la definizione dell’infallibilità pontificia doveva essere considerata chiusa l’epoca dei Concili “così dispendiosi, così scomodi, così pieni di difficoltà e di pericoli di ogni specie”. Anzi come gli storici del Concilio hanno sottolineato a questo riguardo, il Papa ha preso questa storica decisione anche con piena coscienza della natura primaziale del suo atto. Dietro il quale non è difficile vedere anche la sua sconfinata fiducia in Dio. Quella che l’aveva portato a rispondere all’ispirazione, prima ancora di aver ogni risposta circa quanto necessario per realizzarla. C’è però una cosa alla quale dare risalto in tutto questo discorso legato all’anniversario.

Di cosa si tratta nello specifico? 

R. - Cercare di capire a che tipo di Concilio pensava già Giovanni XXIII. E cioè, capire anche se il Papa non avesse ancora tutte le idee chiare: la durata; i vari temi; le procedure; il nome stesso, il nome Vaticano II lo decide ai primi di luglio ’59; il luogo preciso, San Pietro, ma qualcuno ipotizzava pure San Paolo, San Giovanni in Laterano. Capire cosa non voleva che fosse il suo Concilio come poi emergerà con chiarezza all’apertura dell’assise nel discorso “Gaudet Mater Ecclesia” nell’ottobre ‘62. Certo - mi pare - fin da subito c’è la connotazione pastorale, c’è la necessità di mutamenti di stile e linguaggio. Ma ai suoi occhi si trattava di aggiornamento di strategia pastorale oppure le trasformazioni del vocabolario implicavano anche la trasmissione di nuovi valori come l’apprezzamento dell’ ’altro" nella disponibilità a trovare terreni comuni di collaborazione? Quale conversione esigeva di fatto il Concilio dai padri chiamati ad un ruolo di protagonisti per decidere con lui il futuro della Chiesa? Forse c’è un momento successivo, ma non troppo lontano nel tempo, che aiuta a rispondere a queste domande non irrilevanti.

E qual è questo momento successivo?

R. - Dopo l’annuncio per la convocazione del Concilio è necessario redigere un documento ufficiale: la Bolla di indizione. Sappiamo che il Papa e il suo segretario approntarono alcune note sul carattere necessario da dare a questo documento. E oggi conosciamo più di una espressione che ci dice - non possiamo negarlo - che Giovanni XXIII non solo voleva un nuovo Concilio, ma voleva distanziarsi dal Vaticano I riconoscendo che erano parecchio mutate le condizioni. Per trovare un punto di ispirazione per la sua Bolla, il Papa però andava ancora più indietro nel tempo arrivando sino al Concilio di Trento e al discorso finale pronunciato dall’allora vescovo coadiutore di Famagosta, e futuro vescovo di Bergamo. Più che lamentele sulle difficoltà in quel testo -subito piaciutogli - si poneva in luce “la sana dottrina nella sua forza di attrazione verso lo spirito e l’insegnamento di Cristo”. Credo che questo meriti una riflessione che ci riporta ancora al dibattito a lungo sotto i riflettori negli anni scorsi: quello sull’ermeneutica del Concilio, fra rottura o discontinuità, e riforma o rinnovamento, nella continuità dell’unico soggetto Chiesa.

 

25 gennaio 2019, 08:30