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Convegno su Santa Sede e primo dopoguerra: per ribadire il no ad ogni conflitto

Organizzato dal Pontificio Comitato di Scienze Storiche, avrà luogo a Roma nei giorni 14-16 novembre prossimi. Due le sedi in cui si svolgeranno i lavori: i primi due giorni presso la Pontificia Università Lateranense e il terzo giorno presso l’Accademia di Ungheria

Adriana Masotti - Città del Vaticano

Nove milioni di morti, sei milioni di invalidi, quattro milioni di vedove, otto milioni di orfani: sono solo alcune delle drammatiche cifre che descrivono le conseguenze del Primo conflitto mondiale. Con quella guerra, definita “inutile strage” da Papa Benedetto XV, muta lo scenario mondiale, cadono il Reich tedesco, l’Impero cattolico Austroungarico e l’Impero Ottomano, nascono nuovi Stati con nuove frontiere. Notevoli le conseguenze della guerra anche per la Santa Sede, non solo per i suoi rapporti con gli Stati, ma anche per la sua azione missionaria, le dinamiche tra Roma e le Conferenze episcopali locali. In ogni caso una grande lezione di cui tener conto.

Anche il card. Parolin tra i relatori

Non stupisce dunque l’iniziativa presentata stamattina in Sala Stampa vaticana di promuovere il Convegno Internazionale di Studi sul tema: “Santa Sede e Cattolici nel mondo postbellico (1918-1922)”, in occasione del Centenario della conclusione della Prima guerra mondiale e con la partecipazione di studiosi di università di Italia, Francia, Belgio, Ungheria, Slovacchia, Russia, Polonia, America Latina. A tenere un intervento su: “Le sfide della diplomazia vaticana dopo la Prima guerra mondiale” sarà il segretario di Stato, card. Pietro Parolin.

Studiare il passato per costruire un mondo di pace

In conferenza stampa padre Bernard Ardura, presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, sottolinea le conseguenze disastrose del conflitto mondiale, ancora presenti sullo scenario europeo e medio orientale, e il prezzo altissimo costato in termini di vite umane e di sofferenza. Lo studio delle conseguenze del conflitto e degli stessi Trattati di pace, dice, può aprire nuove piste di riflessione “per costruire oggi un mondo di pace e di serenità e di armoniosa convivenza umana”. Padre Ardura indica anche le opportunità e sfide che ne sono derivate in riferimento alla Chiesa e all’agire della Santa Sede, “impedita - ricorda- di partecipare al negoziato di pace dall'allora irrisolta 'Questione Romana'.

Per la Chiesa una grande prova e un'opportunità 

“Bisogna dire – afferma a Vatican News, padre Ardura - che per la Chiesa la guerra è stata una grande prova, ma anche l’opportunità per dare il via a profondi cambiamenti. “Dopo la guerra, la Santa Sede – dice ancora padre Ardura - ha sviluppato la sua rete diplomatica, si è preoccupata di una nuova strategia per le missioni, ha iniziato a consacrare i primi vescovi autoctoni; la Chiesa ha aumentato la sua presenza in campo umanitario e sociale.  Poi c’è stata una riconciliazione tra laici e religiosi, laici e sacerdoti, perché nelle trincee essi hanno condiviso le stesse sofferenze dei commilitoni". Ma, ribadisce, il prezzo pagato è stato troppo elevato e sottolinea l’importanza di imparare dalla storia per non ripetere gli errori del passato: “E' per questo - dice -  che il fatto che ci sia una Unione europea, anche con tutti i suoi difetti e mancanze, è un elemento importante. In fondo noi stiamo vivendo il periodo di pace più lungo che l’Europa abbia mai conosciuto”.

Noi benediciamo solo la pace

Padre Ardura ricorda il rifiuto di Pio X di benedire uno degli eserciti in guerra, sostenendo: "Noi benediciamo solo la pace” e poi la caduta nel vuoto e l'opposizione ad ogni appello alla pacificazione di Benedetto XV in un contesto di guerra che si profilava di lunga durata. Tanto da venir chiamato in Italia “Maledetto XV” o in Germania “il Papa francese”. Sarà lui, di fronte ad eserciti cattolici schierati su fronti opposti, a cominciare a distinguere i due piani, quello religioso e quello politico, una visione che per affermarsi ha richiesto del tempo. 

Intervista a padre Bernard Ardura

Il percorso della Chiesa verso il rifiuto della guerra

Un excursus sugli avvenimenti prima, durante e dopo la Prima guerra mondiale, lo ha offerto in Conferenza stampa, don Roberto Regoli, direttore della Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa della Pontificia Università Gregoriana. Sollecitato anche dalle domande sulla posizione della Chiesa riguardo alla guerra, il prof. Regoli ha illustrato un percorso in forte evoluzione. Se nel 1914, ha detto, i cattolici volevano dimostrare di essere buoni cittadini, non diversi dagli altri nell’amore di Patria e quindi in un primo tempo vissero come un dovere partecipare alla guerra, dopo il pronunciamento contrario di Benedetto XV, cambiarono atteggiamento, fino a maturare oggi una nuova sensibilità.

Il principio di 'guerra giusta'

E sull’attualità del concetto di ‘guerra giusta’, presente nel Catechismo della Chiesa cattolica, ai nostri microfoni ha spiegato: “Sotto san Giovanni Paolo II al tempo della guerra dei Balcani, si introduce la categoria della cosiddetta 'ingerenza umanitaria': cioè, se fino ad ora la guerra 'giusta' era una guerra di risposta proporzionata all’aggressione ricevuta, al tempo della guerra dei Balcani si introduce l’idea che si può anche agire militarmente per motivi umanitari senza che essa sia conseguenza di un attacco diretto. Noi poi abbiamo avuto gli interventi dei successivi pontefici: sia Benedetto XVI sia Papa Francesco che ci parlano sempre di più di un’azione papale e cattolica promotrice della pace”.

La proposta di un mondo di pace

Ed è questa l’intenzione che la Chiesa ha interesse a sottolineare in questo anniversario e con questo Convegno. “L’interesse a proporre un mondo di pace”, conferma don Regoli. “Il fatto di ricordare questi grandi conflitti per noi storici è utile per l’interpretazione, per confrontarci con nuove acquisizioni, ma in un discorso cattolico più ampio che guarda al presente e al futuro: cioè come evitare situazione di conflitto e quali contributi portare. Ovviamente il mondo è complesso e ci vogliono più voci per arrivare alla pace, ma riflettere dopo 100 anni significa anche far vedere quel contributo cattolico che allora fu profetico". 

Intervista a don Roberto Regoli
12 novembre 2018, 16:52