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Il card. Parolin ad Aquileia: rinnoviamo l'impegno per la pace

“La guerra: una sconfitta per tutti. A cento anni dalla fine del primo conflitto mondiale”. E' il titolo della Lectio magistralis che il card. Parolin ha tenuto ieri ad Aquileia, arcidiocesi di Gorizia, in occasione della festa dei Santi Ermacora e Fortunato, patroni della Regione Friuli Venezia Giulia

Adriana Masotti - Città del Vaticano

Quattro anni fa era stato lo stesso Papa Francesco a ricordare l’inizio della Prima Guerra celebrando una Messa nel vicino Sacrario Militare di Redipuglia.
Il segretario di Stato vaticano prendendo ieri la parola nella sala Romana di Aquileia, ha subito sottolineato le profetiche intuizioni di Benedetto XV, eletto papa un mese dopo l’inizio del conflitto, che aveva parlato di “suicidio d’Europa” e più tardi di “inutile strage”. Allora la Santa Sede aveva adottato la linea dell’imparzialità verso gli Stati contendenti, sperimentando per questo un grande isolamento. Tutti, ha affermato il card. Parolin, respinsero l’appello papale alla pace:

La guerra, una sconfitta anche per i vincitori

“E dicendo tutti non mi riferisco soltanto ai Governi- spiega il porporato - ma anche, purtroppo, a gran parte dell’Episcopato europeo. Molti vescovi francesi e austro-tedeschi preferirono non pubblicare nei rispettivi bollettini diocesani l’appello pontificio (...) con la speciosa giustificazione che il Papa si sarebbe rivolto ai Governi e non ai fedeli cattolici del continente". Papa Benedetto aveva perfettamente compreso  "che la guerra sarebbe stata una sconfitta per tutti, anche per i vincitori, che si stava seminando il virus malefico di nuovi rancori, di nuovi conflitti”.

Con la guerra cambiò radicalmente il mondo

Il segretario di Stato elenca i terribili danni provocati da quella guerra, tra cui non ultimo, come aveva detto lo stesso Benedetto XV, la trasmissione nelle nuove generazioni di “un triste retaggio di odio e di vendetta”.
Con la guerra tutto lo scenario internazionale mutò dando il via all’esperimento rivoluzionario in Russia, ad esempio, rompendo in Medioriente gli antichi equilibri e gettando la regione in una crisi che continua fino ai nostri giorni, dando inizio a stragi di massa come quella in Armenia, tanto che si coniò una parola fino ad allora inesistente: “genocidio”.

Scenari  nuovi anche per la Chiesa

Ma anche alla Chiesa la guerra aprì scenari inediti, proiettandola verso la modernità. Cambiò il rapporto tra Stato e Chiesa, e la Chiesa si trasformò da federazione di Chiese locali in quella “grande organizzazione sovrannazionale che è ora sotto la guida della Santa Sede e del Santo Padre”. Una grande trasformazione si ebbe nel mondo missionario con la progressiva presa di distanza dall’ideologia coloniale.

Nell’enciclica "Maximum Illud", promulgata il 30 novembre 1919, ha affermato il card. Parolin, “il Papa imponeva ai missionari europei di liberarsi dal nazionalismo, dall’idea della superiorità europea sui popoli fino ad allora sottoposti, di promuovere le lingue locali in luogo delle lingue del conquistatore, di formare e valorizzare il clero indigeno", perché la cristianità non è “per nulla straniera presso nessun popolo”.

L'opera del futuro card. Celso Costantini

Il successore di Benedetto XV, Pio XI consacrerà negli anni Trenta i primi vescovi cinesi, giapponesi, vietnamiti, africani. E in quest’opera di valorizzazione dell’elemento locale, ricorda il car. Parolin, “fu preziosa l’opera di un prelato che mi è caro qui rammentare: il futuro cardinale Celso Costantini, nato non lontano da Gorizia, al quale si deve la riscoperta e la salvezza di Aquileia durante la guerra. Poi Costantini fu Amministratore apostolico di Fiume negli anni difficili dell’immediato dopoguerra e quindi, per un decennio, Delegato apostolico in Cina, dove creò le strutture portanti della Chiesa cattolica in quel lontano Paese. Alla sua memoria va il nostro ricordo, sperando di poter assistere presto alla sua canonizzazione”.

Uno sguardo alla storia di questa terra di confine

Il card. Parolin dedica l’ultima parte della sua Lectio magistralis ad alcune considerazioni legate alla terra goriziana e alla sua storia. Fino al 1918 Gorizia era una città e una diocesi imperiale, guidata da eminenti figure di vescovi. L’interetnicità e il plurilinguismo erano una sua caratteristica peculiare e costitutiva, qui "i bambini imparavano senza difficoltà tre lingue – italiano, tedesco e sloveno – giocando fra loro nelle piazze e nelle strade e frequentando le scuole”. L’annessione all’Italia, dopo la fine della Prima guerra mondiale, ruppe all’improvviso questo equilibrio, trasferendo il Goriziano dal mondo asburgico a quello italiano, con la conseguente irruzione di un nazionalismo divisivo ed escludente”.

La guerra distrugge tutto, è follia

Il porporato ricorda gli ammonimenti dei vescovi locali di allora contro le derive del nazionalismo, dicendo che essi “non hanno perduto nulla della loro attualità e meritano tutta la nostra attenzione, in questa Europa del terzo millennio nella quale tali sentimenti, che speravamo definitivamente superati, sembrano purtroppo riemergere”.
Il segretario di Stato conclude la sua Lectio riproponendo alcune affermazioni di Papa Francesco sulla guerra nella sua visita a Redipuglia:
‘Mentre Dio porta avanti la sua creazione, e noi uomini siamo chiamati a collaborare alla sua opera, la guerra distrugge. Distrugge anche ciò che Dio ha creato di più bello: l’essere umano. La guerra stravolge tutto, anche il legame tra i fratelli. La guerra è folle’.

Rinnovare l'impegno dei cristiani per la pace

Quindi l’invito del card. Parolin a rinnovare l’impegno per la pace, la giustizia e la riconciliazione. E cita le recenti parole di Francesco a Bari: “i cristiani sono luce del mondo non solo quando tutto intorno è radioso, ma anche quando, nei momenti bui della storia, non si rassegnano all’oscurità che tutto avvolge e alimentano lo stoppino della speranza con l’olio della preghiera e dell’amore”.

Al termine della Conferenza, il cardinale Parolin ha presieduto nella Basilica patriarcale di Aquileia una solenne liturgia eucaristica in onore dei Santi Ermacora e Fortunato, insieme all’arcivescovo Mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, e con i vescovi del Triveneto, della Slovenia e dell’Austria.
 

13 luglio 2018, 14:46