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Mons. Nykiel: la vera misericordia non è lassista né rigorista

Simposio della Penitenzieria Apostolica su "Penitenza e Penitenzieria al tempo del giansenismo (secc. XVII-XVIII). Culture. Teologie. Prassi". Intervista con mons. Krzysztof Josef Nykiel

Fabio Colagrande - Città del Vaticano

Si conclude oggi,  presso il Palazzo della Cancelleria a Roma, il VI simposio della Penitenzieria Apostolica. L’appuntamento ha per tema "Penitenza e Penitenzieria al tempo del giansenismo (secc. XVII-XVIII). Culture. Teologie. Prassi".
Mons. Krzysztof Josef Nykiel, reggente della Penitenzieria Apostolica, ci inquadra l’evento nel contesto di queste giornate di studio ormai tradizionali:

R. - Fin dal 2009 la Penitenzieria Apostolica si è resa promotrice di giornate di studio in occasione delle quali autorevoli studiosi hanno offerto il loro contributo per l’approfondimento della Penitenza sacramentale e del Tribunale Apostolico a essa preposto. Il I Simposio ha inizialmente offerto una visione d’insieme dell’attività della Penitenzieria. Con gli appuntamenti successivi ha preso avvio un percorso sullo sviluppo storico della Penitenzieria e del sacramento della Penitenza che conduce fino a oggi. Il II Simposio ha preso in esame il lasso di tempo che intercorre tra l’età carolingia e il XIII secolo. Il III ha poi proseguito lo studio dell’evoluzione del sacramento tra i due pontificati chiave di Gregorio VII e di Bonifacio VIII : è il tempo in cui emerge la figura e il ruolo del Cardinale Penitenziere Maggiore; è il tempo del concilio Lateranense IV (1215) e in cui sorge l’istituto del Giubileo. Col IV Simposio, l’ambito della ricerca si è concentrato sul periodo che corre tra il 1300, anno del primo Giubileo, e il 1517, anno della Riforma luterana.  Il ‘secolo’ del Concilio di Trento infine, è stato l’oggetto del V Simposio. Il presente convegno è invece consacrato a far luce sui secoli centrali dell’età moderna: si riparte dal 1614, anno dell’editio princeps del Rituale Romanum, per giungere fino allo scoppio della Rivoluzione francese e alle soglie dell’età contemporanea.

Come indica il titolo, il tema al centro della discussione sarà quello del giansenismo? Quali furono i contenuti principali di questo “movimento”?

R. - Sarebbe più appropriato parlare al plurale di “giansenismi”, data la varietà di sfumature espresse da quanti, nel corso di quasi due secoli hanno preso le mosse dal pensiero di Giansenio. L’olandese Cornelius Jansen vescovo di Ypres dal 1636 alla morte, in sostanza riteneva che l’uomo fosse intrinsecamente e irrimediabilmente corrotto dal peccato e la sua volontà resa impotente ad agire per il bene senza l’indispensabile aiuto della grazia divina. Dio ha predestinato ogni creatura all’inferno o al paradiso, a prescindere da ogni considerazione di merito. Cristo è morto solo per i predestinati, ai quali soltanto è comunicata la grazia efficace, che determina infallibilmente la volontà dell’uomo al bene.

Quali sono le conseguenze di una tale dottrina?

R. - Annullando la libertà dell’uomo e la possibilità di acquisire meriti, la dottrina di Giansenio conduce inevitabilmente a un fatalismo teologico e al determinismo psicologico. Le condanne della Chiesa non tardarono ad arrivare: prima un decreto del Sant’Uffizio, nel 1641, quindi Urbano VIII e Innocenzo X misero in guardia dai gravi danni alla vita spirituale dei fedeli che una tale visione avrebbe comportato.

Riguardo alla vita sacramentale e, in particolare, alla Penitenza, quali erano le tesi dei giansenisti?

R. - Antoine Arnauld, uno degli autori giansenisti che maggiormente ha sviluppato la riflessione sulla pratica sacramentale, nel suo trattato De la fréquente communion (1643) arriva a sostenere che la Comunione settimanale non deve essere consigliata a ogni fedele, perché essa richiede disposizioni per nulla comuni. L’abitudine al peccato, anche solo veniale, deve invece necessariamente tenere lontani dalla Comunione. Arnauld riteneva che si dovesse considerare sempre valida la prassi penitenziale della Chiesa primitiva, per cui qualunque peccato mortale induceva ad astenersi per un certo tempo dalla Comunione. Solo la verifica dell’avvenuto compimento dell’esercizio penitenziale da parte del penitente autorizzava il confessore a concedergli l’assoluzione. L’eccessivo rigore delle condizioni che Arnauld prescriveva per la degna ricezione dei sacramenti finì con l’allontanare i fedeli da questi canali della grazia divina, come ebbe modo di costatare san Vincenzo de’ Paoli.

D. - Questi temi non sembrano lontani dalla sensibilità di oggi? Che valore hanno per l’uomo del XXI secolo?

R. - Questi temi non sono affatto estranei alla riflessione odierna. Facendosi promotrice di queste giornate di studio, la Penitenzieria Apostolica intende ribadire l’importanza del sacramento della Penitenza, canale privilegiato della misericordia di Dio che va incontro a ogni creatura che desidera riconciliarsi con Lui. Allo stesso tempo, essa avverte come un’esigenza morale ineludibile, favorire nei fedeli la formazione di una retta coscienza, che richiama l’uomo "a fare il bene e fuggire il male". Vorrei ricordare le parole di Papa Francesco che, parlando nel 2014 ai parroci di Roma, ha indicato con chiarezza lo stile da adottare nella Confessione, biasimando sia i sacerdoti rigoristi sia quelli lassisti: "né il lassista né il rigorista rende testimonianza a Gesù Cristo, perché né l’uno né l’altro si fa carico della persona che incontra". Viceversa, è Cristo Buon Samaritano l’incarnazione della vera misericordia che "si fa carico della persona, la ascolta attentamente, si accosta con rispetto e con verità alla sua situazione, e la accompagna nel cammino della riconciliazione".

Ascolta l'intervista a mons. Nykiel

 

16 febbraio 2018, 11:44