San Mosè, legislatore e profeta

La storia di Mosè è narrata negli ultimi quattro libri del Pentateuco, cioè i libri con cui inizia l’Antico Testamento. Precisamente, nell’Esodo si racconta la liberazione degli ebrei dalla schiavitù degli egiziani e la fuga nel deserto; nel Levitico si parla di Mosè come guida del popolo eletto; nel Libro dei Numeri c’è l’ultima parte dei 40 anni trascorsi nel deserto, in viaggio verso la Terra promessa; nel Deuteronomio troviamo Mosè in punto di morte, secondo la tradizione all’età di 120 anni.

Mosè, da eroe a profeta

La radice del nome Mosè significa “salvato dalle acque”, ma secondo altri studiosi significa anche “colui che salva”: il suo popolo. Comunque sia, nel nome del più grande profeta di tutti i tempi, considerato Santo dalla Chiesa cattolica, ci sono le sue origini e il suo destino. Mosè è ebreo di nascita, appartiene alla tribù di Levi, ma all’epoca del faraone Thutmose III tutti i primogeniti ebrei dovevano essere gettati nel Nilo per impedire che il popolo divenisse più grande e forte degli egizi. Mosè, però, si salva perché raccolto dalle acque proprio dalla figlia del faraone che lo alleva come fosse suo. A corte egli riceve l’educazione migliore. In lui si fa strada un’idea chiara di giustizia: è sempre il più debole che difende, tanto che non esita a uccidere un egiziano che sta maltrattando un ebreo. Per questo, con una condanna del faraone, è costretto a fuggire e trovare rifugio nel deserto.

La fuga nel deserto e il roveto ardente

Mosè vaga nel deserto del Sinai, è stanco e provato, ma la solitudine gli fa capire la propria piccolezza davanti al Creato e la meditazione lo avvicina sempre di più a Dio. Ed è qui che un giorno Dio gli parla apertamente, apparendo sotto forma di un roveto ardente che non si consuma mai. “Io sono Colui che sono”, risponde Dio alla domanda dell’uomo e gli ordina di tornare dal faraone e chiedergli la liberazione degli israeliti dalla schiavitù per guidarli, quindi, verso la Terra promessa. Per aiutarlo, Dio dona a Mosè un bastone capace di operare prodigi e pone accanto il fratello Aronne, più abile nell’arte oratoria. I due, quindi, si mettono in cammino accompagnati da Sefora, la figlia del re di una tribù nomade che Mosè aveva incontrato nel deserto e sposato.

Il ritorno dal faraone e le piaghe

Dio, come si legge nella Bibbia, “aveva indurito il cuore del faraone”: così di fronte a lui Mosè e Aronne non hanno il compito facile. A nulla vale il bastone trasformato in serpente e l’acqua del Nilo cambiata in sangue: i maghi di corte sanno fare lo stesso. Allora Dio manda in Egitto le famose piaghe: il Paese viene invaso dalle rane, poi da zanzare e mosconi, quindi sul bestiame si abbatte una misteriosa pestilenza che miracolosamente risparmia gli animali degli ebrei, e poi arriva la grandine che distrugge lino e orzo ma lascia intatti grano e spelta, infine ecco le cavallette e il sole oscurato per giorni. Il faraone promette, ma appena Dio fa passare la piaga, eccolo che torna sulle sue decisioni. Alla fine Dio manda la peggiore delle piaghe: in una notte farà morire tutti i primogeniti maschi degli egiziani, compreso il figlio del faraone. È anche il giorno dell’istituzione della festa di Pesah, la Pasqua che gli ebrei poi ricorderanno ogni anno con il sacrificio di un agnello, mangiando pane non lievitato per la fretta della fuga e le erbe amare come simbolo della condizione da schiavi. Solo allora il faraone acconsente a liberare gli ebrei, ma quando questi arrivano al Mar Rosso è già pentito: per questo Dio, appena passato il popolo d’Israele, fa richiudere le acque travolgendo i soldati che il faraone aveva inviato.

Inizia il viaggio

Gli ebrei sono ufficialmente in viaggio verso la Terra promessa, diretti a Cana. Nel deserto Dio li protegge attraverso i prodigi che fa operare a Mosè: con il suo bastone fa sgorgare l’acqua dalle rocce per farli dissetare, inoltre manda, per sfamarli, le quaglie e la manna, quel cibo particolare che consiste in piccoli chicchi dal sapore di focaccia al miele. Il viaggio è lungo e molte sono le insidie che il deserto nasconde, come i popoli contro i quali si dovrà combattere, ma Dio è con il suo popolo e ogni volta che Mosè prega tenendo in alto le braccia e puntando il bastone verso il cielo, Israele ne esce vittorioso.

Le tavole della legge sul Monte Sinai

Durante l’esodo, il popolo ebraico arriva alle pendici del Monte Sinai. Qui Dio avverte Mosè che sta per mostrarsi al popolo per comunicare il suo volere. Gli ebrei allora si preparano con tre giorni di purificazioni, ma a vedere il monte che si trasforma in una fornace, ne hanno paura e mandano Mosè da solo. Il profeta resta sul Sinai per 40 giorni e qui riceve le Tavole della Legge, i Dieci Comandamenti scolpiti nella pietra direttamente dal dito di Dio. Quando però Mosè torna all’accampamento trova una situazione terribile: il popolo, stanco e miscredente, aveva costruito un vitello d’oro ed era caduto nell’idolatria. Questa e molte altre prove dovrà superare Mosè alla guida di un popolo non sempre facile, e intensa sarà la sua opera di “mediatore” tra il suo popolo e Dio.

Di nuovo in viaggio e la successione di Giosuè

Mosè e il suo popolo si rimettono in viaggio, ma i problemi non sono ancora finiti. Ora i rappresentanti delle 12 tribù d’Israele mandati in ricognizione verso Cana tornano con notizie nefaste: secondo loro è impossibile stabilirsi laggiù. La misura è colma. Mosè riesce a malapena a placare la collera divina e riesce a ottenere che sarà solo la generazione successiva, libera dalle colpe dei padri, a riuscire a conquistare la Terra Promessa. Gli ebrei trascorrono, così, ancora 40 anni nel deserto e lo stesso Mosè morirà senza essere entrato nella Terra promessa che però riuscirà a vedere dall’alto, dal suo rifugio sul Monte Nebo. Alla morte di Mosè, alla guida di Israele succede Giosuè.