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Santi Giovanni Fisher, vescovo di Rochester, e Tommaso Moro, martiri inglesi

Santi Giovanni Fisher e Tommaso More, sec. XVII Santi Giovanni Fisher e Tommaso More, sec. XVII 

“Popolo cristiano, sono venuto qui a morire per la fede nella Santa Chiesa cattolica di Cristo”.

Queste le ultime parole di Giovanni Fisher prima di essere decapitato. È il 22 giugno 1535 e il vescovo di Rochester, dopo aver ribadito per tre volte il no alla sottomissione del clero al re d’Inghilterra, muore da martire dopo essere stato in vita “l’uomo più colto e il vescovo più santo”, come lo aveva definito Erasmo da Rotterdam, di cui era grande amico.

Una cultura fuori dal comune

Giovanni nasce in una famiglia ricca dello Yorkshire e subito mostra di avere un’intelligenza fuori dal comune. A 14 anni accede all’università di Cambridge e si laurea in teologia. A 22 anni viene eccezionalmente ordinato sacerdote e diventa il confessore personale e cappellano presso la contessa Margherita Beaufort, la futura nonna di Enrico VIII. Insieme fonderanno il Saint John’s e il Christ’s College, di cui diventa vice cancelliere, imponendo lo studio del latino, del greco o dell’ebraico, le lingue della Bibbia, per meglio familiarizzare con le Scritture. Grande latinista, a 48 anni inizia a studiare anche greco e a 50 anni l’ebraico.

Da vescovo contro la Riforma

Nel 1504 Giovanni viene consacrato vescovo di Rochester, una delle diocesi più piccole e più povere del Paese, dalla quale non vorrà più muoversi – pur avendone avute le possibilità – e che chiamerà per sempre “la mia povera sposa”. Sostenuto dalla sua profonda cultura, nel 1523 si lancia nella lotta alla Riforma luterana che si stava espandendo anche in Inghilterra. Sono gli anni in cui è accanto al re nella salvaguardia del primato della Chiesa di Roma e pubblica il De veritate corporis et sanguinis Christi in Eucharistia, che gli varrà il soprannome di “difensore della fede”.

Lo scontro con Enrico VIII

Il rapporto con Enrico VIII s’incrina quando questi divorzia da Caterina d’Aragona – di cui Giovanni è confessore – per sposare Anna Bolena, ma il Papa non gli concede la dispensa. Il re chiede allora l’aiuto del vescovo di Rochester, che però si rifiuta di andare contro il Romano Pontefice. Il sovrano s’indispettisce e impone al prelato di giurare fedeltà al re. La risposta di Giovanni è chiara: “Solo fin dove lo consente la legge di Cristo”. È la rottura. Nel 1534 Enrico VIII prepara l’Atto di Supremazia che dovranno sottoscrivere e cui dovranno sottomettersi tutti i vescovi: è, di fatto, la nascita della Chiesa Anglicana, che non riconosce il Papa bensì il re come massima autorità religiosa. Giovanni non ci sta e il 13 aprile viene arrestato imprigionato nella Torre di Londra. La sede vescovile di Rochester viene dichiarata vacante.

L’amicizia ritrovata con Moro in carcere e il martirio

Nel periodo della prigionia e del processo in cui sarà condannato a morte, Giovanni ritrova in carcere un amico di vecchia data: Tommaso Moro, un giurista laico anche lui condannato alla pena capitale per non aver giurato obbedienza al re. Non sono nella stessa cella, ma in quei giorni sono sostegno l’uno per l’altro, si aiutano e si confortano, condividono il poco che hanno. Intanto a Roma Papa Paolo II decide di creare cardinale Giovanni nel disperato tentativo di salvarlo dal martirio, ma Enrico VIII rifiuta di scarcerarlo per mandarlo a Roma. Arriva, dunque, quel 22 giugno in cui Giovanni viene svegliato dalle guardie con l’avviso che l’esecuzione è stata fissata per le 10 di quello stesso giorno. Sul patibolo, prima di morire, per altre tre volte nega la sua fedeltà a Enrico VIII. Tommaso Moro lo seguirà pochi giorni dopo: per questo la Chiesa cattolica fissa la memoria dei due Santi allo stesso giorno. Saranno beatificati tra i 54 martiri inglesi da Leone XIII e canonizzati da Pio XI; i loro resti riposano nella cappella di San Pietro in Vincoli della Torre. Entrambi, oggi, sono venerati anche dalla Chiesa anglicana.