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Vatican News

Abiti "sporchi" di sfruttamento: i grandi marchi in ritardo sui controlli - prima parte

Cura e conduzione: Paola Simonetti

Ospite: Deborah Lucchetti, coordinatrice Campagna Abiti Puliti 

E' un mercato sempre più globalizzato e iperproduttivo, governato dalla legge del profitto spinto. Parliamo del business miliardario legato al commercio dell'abbigliamento, quello che spinge all'acquisto rapido con offerta sempre nuova e in continua evoluzione e che, per far questo, affonda le radici della sua produzione nel lavoro "sporco" di persone sfruttate in modo indegno nei quattro angoli del pianeta: Asia, Americhe, Africa, ma anche est Europa. Nei malsani, poco sicuri laboratori tessili lavorano per lo più donne per oltre 10 ore al giorno per paghe al di sotto 4 volte di quello che dovrebbe essere uno stipendio minimamente dignitoso per vivere. Lavoratori e lavoratrici senza diritti e tutele, che per cifre simboliche, ma non rifiutabili perchè la povertà morde, di fatto divengono schiavi del lavoro. Qualche mese fa parlammo della situazione in particolare del Bangladesh,  il secondo più grande produttore di abiti pronti del mondo, dove si sono scatenate le proteste di questi lavoratori per un adeguamento delle paghe, ma le condizioni lavorative di questa fascia di lavoratori sono pressochè le stesse ovunque. Un nuovo rapporto della Clean Clothes Campaign, la campagna abiti puliti, rivela che nessun grande marchio di abbigliamento è in grado di dimostrare che i lavoratori nei paesi coinvolti dalla manodopera a bassissimo costo siano pagati abbastanza per sfuggire alla trappola della povertà, nonostante alcuni di questi avessero in passato preso degli impegni per rendere più etica la filiera. 

07 giugno 2019