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Covid-19. Cautela sì, allarmismi no - Linfedema, come contrastarlo - Morte in culla, prevenzione

L’invito è quello di affrontare con pacatezza questa emergenza. “Credo che sia importante che, se uno vuole uscire da questa situazione di oggettiva emergenza e preoccupazione per il grande pubblico, per tutti noi direi, si debba mantenere i nervi saldi – commenta il professor Roberto Cauda, ordinario di Malattie Infetti dell’Università Cattolica Sacro Cuore di Roma. “I giorni scorsi abbiamo assistito ad un proliferare di notizie e, soprattutto, ad una serie di numeri che venivano e che vengono aggiornati di ora in ora. Tutto questo ha creato, com’è giusto che sia, una legittima preoccupazione nelle persone. Però, io credo che i numeri vadano letti con attenzione, nel senso che tutti questi casi dei cosiddetti ‘contagiati’ non sono pazienti ammalati proprio perché questa malattia nell’80% dei casi decorre in forma lieve e solo in una piccola percentuale decorre in forma grave, in una piccolissima percentuale in forma gravissima con una mortalità, e al di fuori della Cina è stimata allo 0,8% secondo le casistiche. Il che non vuol dire, ovviamente, che non si possa considerare con grande attenzione il problema della letalità di questi pazienti, ma, a fronte di questi numeri, come dicevo, e considerando anche al netto di tanti casi asintomatici, quel numero di soggetti hanno il virus nel loro tampone nasale. Cosa vuole dire avere il virus? Vuol dire – prosegue il professor Cauda – che, grazie ad un test sofisticatissimo di biologia molecolare, si riesce a vedere anche singole copie del RNA virale. Avere un test positivo è qualitativo, cioè positivo/negativo, ma non ci può dire il test se c’è tanto virus, se il soggetto sarà molto contagioso, se svilupperà facilmente la malattia o se c’è poco virus e il soggetto è o non contagioso o molto poco contagioso e magari non svilupperà mai la malattia. I ricoverati sono una quota parte non significativa rispetto al numero globale dei cosiddetti contagiati. Quindi, la maggioranza rimane a casa sua in quarantena”.

 “Il linfedema – spiega la professoressa Marzia Salgarello, responsabile del Centro per il trattamento chirurgico del linfedema e direttore dell’Unità Operativa Complessa di chirurgia plastica e ricostruttiva del Policlinico Gemelli - è una malattia cronica progressiva dovuta il più delle volte all’asportazione dei linfonodi e, quindi, la linfa non riesce a progredire perché si trova davanti una diga. La diga è rappresentata dalla cicatrice dell’intervento per l’asportazione dei linfonodi e dall’assenza dei linfonodi stessi. E’ soprattutto dovuta alle malattie oncologiche la linfoadenectomia (tumori al seno, tumori ginecologici, tumore della prostata e della vescica gravi) e c’è anche un linfedema primario che non è dovuto alla chirurgia, ma è un linfedema primitivo di natura malformativa, anche esso abbastanza frequente, purtroppo”. Fisioterapia, movimento dell’arto e indumento elastico hanno un ruolo importante per contrastare questa patologia, ma quando questo non basta si interviene chirurgicamente. “La novità da qualche anno – prosegue la professoressa Salgarello – è che i fisioterapisti si collegano con i chirurghi plastici e ricostruttivi. Attraverso dei mini by-pass molto superficiali (perché i collettori linfatici sono soprattutto superficiali), ecco, riusciamo con la microchirurgia a collegare i piccoli linfatici alle piccole vene e, quindi, a bypassare l’ostruzione”.

La Sids, Sudden Infant Death Syndrome, è la morte improvvisa dei neonati al di sotto di un anno di età, particolarmente quelli entro i 6 mesi di vita. Ne parla il dottor Andrea Dotta, Responsabile Terapia Intensiva Neonatale dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù.

(Eliana Astorri)

27 febbraio 2020