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Perego: Fame, guerra e miseria, nei rifugiati cerchiamo il volto di Cristo

"Dopo l'ondata della pandemia occorre ripensare ad un piano di soccorso e accoglienza che faccia sentire fratelli e sorelle coloro che cercano vita lontano dalle loro terre". A commento dei forti appelli di Papa Francesco dopo l'Angelus del 20 giugno, a Vatican News le parole di monsignor Gian Carlo Perego, neo presidente della Fondazione Migrantes della Cei

Fabio Colagrande- Città del Vaticano

Apriamo il nostro cuore ai rifugiati, facciamo nostre le loro tristezze, le loro gioie, impariamo dalla loro coraggiosa resilienza.

Hanno ancora una forte eco le parole pronunciate domenica scorsa dal Papa al termine della preghiera mariana dell'Angelus, in riferimento alle condizioni di centinaia di migliaia di rifugiati dei cinque continenti, e in particolare in Myanmar, in occasione della Giornata Mondiale a loro dedicata e promossa dalle Nazioni Unite. Francesco ha chiesto uno sforzo congiunto per una emergenza umana. Di "prospettive nuove" per l'unica "famiglia umana" parla ai nostri microfoni monsignor Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e neo presidente della Fondazione Migrantes della Cei anche in attesa che la politica, in particolare europea, si pronunci su queste tematiche, nel vertice in programma in questa settimana:

Ascolta l'intervista a monsignor Perego

Quali riflessioni le suscitano le parole del Papa?

I dati parlano chiaramente: 82 milioni di sfollati, richiedenti asilo e rifugiati. Il Papa ha fatto cenno anche al Myanmar dove moltissimi sono gli sfollati a causa di quanto sta accadendo, a causa della fame come in altri 35 Paesi che vivono altre situazioni di disastri ambientali. Il mondo dei rifugiati ci ricorda questa drammatica realtà della fame, della miseria, della guerra, dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali e al tempo stesso ci ricorda questo mondo di persone che sono in cammino, che stanno attraversando in questo momento il Mediteranneo e che muoiono in mare come 700 persone quest'anno o sono rimandati indietro o sono rifiutati. In questo momento in cui  viviamo una rinascita dopo la pandemia, credo che sia necessario ripensare a un piano di soccorso in mare europeo e ripensare veramente ad un piano di accoglienza che ci faccia sentire fratelli e sorelle, sulla scia dell'appello del Papa quando andò in visita a Lampedusa e si domando: "Dov'è tuo fratello?" Credo che questa sia la cosa più urgente.
 

Il Papa ha detto: "impariamo dalla loro coraggiosa resilienza così tutti insieme faremo cresce una comunità più umana, una sola grande famiglia". Interessante questa prospettiva possiamo imparare da rifugiati?

Possiamo imparare perché hanno il coraggio di osare, di mettersi in cammino, di ricercare, che sono parole importanti anche oggi, dopo la pandemia, per tante persone pure nel nostro Paese, in Europa e in tutto il mondo. Ripartire, avere il coraggio di rimettersi in gioco, di camminare insieme, di cercare insieme anche alcune prospettive nuove che riguardano soltanto il nostro particolare, la nostra realtà ma riguardano il mondo che è una sola famiglia umana.

Se la pandemia non ha fatto diminuire il flusso dei rifugiati, però ha confermato la tendenza di molti Paesi a chiudere le porte a questo flusso, oltre 160 Nazioni hanno bloccato le frontiere, 99 stati non hanno fatto eccezione neppure per chi cerca protezione. I dati Onu ci confermano che serve davvero un cambiamento dal punto di vista delle politiche...

Certamente serve uno scatto di umanità che metta al centro la tutela di ogni persona e serve anche una solidarietà che si allarghi sempre di più, che dall'Italia si allarghi a tutta l'Europa, che si allarghi a tutti i confini e le frontiere del mondo dove tante volte anziché creare corridoi umanitari, anziché creare accoglienza, c'è il rischio di ricreare quei muri, quelle distinzioni, quelle divisioni pensando che la divisione, la distinzione, la separazione, il rifiuto possa essere la nostra sicurezza. In realtà è una grande integrità perché soltanto la capacità del riconoscere l'altro e dell'accoglienza può generare un mondo diverso.

Il Papa parlando ai diaconi di Roma ha ricordato sabato scorso che compito dei cattolici, non è solo quello di cercare le povertà, individuarle, ma soprattutto di insegnare, far capire che dietro i miseri, i pover,i gli scartati, c'è il volto di Cristo. Come credenti dovremmo trovare il volto di Cristo anche in questi fratelli che fuggono da conflitti da sconvolgimenti climatici, questo dovrebbe essere un po' no il nostro mandato..

Certamente il Papa lo scrive in vari punti della Fratelli tutti: il prossimo oggi è soprattutto la persona che si mette in cammino, lasciando il propio Paese, alla ricerca di una storia nuova, di comunità, di vita e quindi l'accoglienza diventa veramente uno dei segni del cristiano di riconoscere in chi è in cammino il volto di Cristo. Quindi educare a camminare nella carità certamente è uno degli impegni più importanti che oggi siamo chiamati, anche come Chiesa, a compiere, in questo tempo in cui il rifiuto, l'egoismo, l'individualismo rischiano di segnare anche quei principi democratici e costituzionali che hanno al centro il rispetto della dignità di ogni persona, di ogni richiedente asilo o rifugiato.

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21 giugno 2021, 08:00