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Iraq: le sofferenze dei cristiani in attesa di Francesco

Padre Benham Benoka, sacerdote siro-cattolico, racconta a Vaticanews le sofferenze delle comunità cristiane irachene minacciate da chi vuole impossessarsi dei loro territori. “La nostra è un’attesa disperata, senza giustizia non può esserci fratellanza”

Fabio Colagrande – Città del Vaticano

Tra i momenti più significativi del programma del viaggio di Papa Francesco in Iraq ci sono sicuramente la visita alla città di Mosul e quella a Qaraqosh nella Piana di Ninive, previste per domenica 7 marzo. Si tratta di territori che rappresentano il cuore della cristianità irachena, dove, fra il 2014 e il 2016, i terroristi dell’Is - il sedicente Stato islamico - perseguitarono ferocemente le comunità cristiane costringendo circa centoventicinquemila persone ad abbandonare le loro case. Ancora oggi però, dopo la liberazione nel 2016 di Mosul e degli altri centri e il progressivo ritorno delle comunità cristiane nei loro villaggi, la loro permanenza è in forte pericolo. Lo ha spiegato, ai microfoni di Radio Vaticana, in collegamento telefonico dalla città di Bartella, a pochi chilometri da Mosul, padre Benham Benoka, sacerdote siro-cattolico.

L'intervista a padre Benham Benoka

R.- Essendo la prima visita di un Pontefice in Iraq, in tutta la storia della Chiesa cattolica, è davvero un evento storico. Non sappiano se avremo un'altra opportunità nel futuro. Quindi è senz’altro un evento notevole anche perché coincide con la situazione molto particolare, molto grave, che sta vivendo da tempo il nostro Paese: violenze continue e grande sofferenza soprattutto per noi cristiani. Quindi, direi che questa visita è disperatamente aspettata da tutti i cattolici, ma anche da tutti i cristiani.

Quale Iraq troverà a Papa Francesco?

R.- Purtroppo il Paese è oggi molto sofferente e molto diviso, frammentato. Ci sono continui scontri fra le fazioni che governano l’Iraq e ogni milizia ha un suo territorio che controlla autonomamente e il governo pare completamente impotente. Poi, soprattutto nella regione cristiana dell'Iraq, cioè la Piana di Ninive, l’ultimo baluardo dei cristiani, dove siamo ancora una maggioranza, noi soffriamo infinitamente. Dopo la sconfitta dell’Is - il sedicente Stato islamico - e il ritorno alle nostre città liberate, siamo purtroppo tornati a soffrire, anche di più rispetto a prima. Il fatto è che le forze che oggi controllano la nostra terra vogliono, per così dire, “spadroneggiare”, vogliono “farci fuori” e impossessarsi delle nostre terre. Se questo accadrà, se nessuno ci aiuta, in pochi anni non ci saranno più cristiani nella Piana di Ninive. Per questo noi speriamo che il viaggio del Papa possa in qualche modo aiutarci.

Perché dice questo? Quali sono le difficoltà che incontrate come comunità cristiane?

R.- Dopo la liberazione della Piana di Ninive nel 2016, e il graduale ritorno nelle nostre città negli anni successivi, avevamo la speranza di tornare alle nostre case e iniziare una vita di pace e sicurezza assieme a tutte le altre minoranze religiose. Dopo la liberazione però ci siamo accorti che c'erano delle case di cittadini cristiani e delle Chiese che erano rimaste intatte, anche sotto il dominio dell’Is, eppure – dopo la cacciata dell’Is - sono state subito rubate o completamente distrutte. Ci siamo accorti poi che era molto difficile per un padre di famiglia - e lo è ancora oggi - trovare un lavoro per poter sostenere i propri cari. Questo perché c'è un immenso piano per attuare un cambiamento demografico nelle nostre città cristiane. A Bartella, dove mi trovo, per esempio, sono state fatte arrivare da altri luoghi circa quindicimila famiglie di etnia shabak, musulmani sciiti, per farli vivere qui, in questo sub-distretto della Piana di Ninive. Questo cambiamento demografico è stato attuato da alcune fazioni per farci capire che ormai questo villaggio non è più un luogo cristiano ma sciita. Quindi la nostra sofferenza nasce dal fatto che stiamo subendo una vera e propria “pulizia etnica e religiosa” e uno dei suoi aspetti è proprio questo cambiamento demografico forzato. Ma ci sono altri aspetti. Per esempio, alcune fazioni musulmane dicono ai loro fedeli di non comprare nulla dai commercianti cristiani di Bartella, con il chiaro obbiettivo di distruggere l'economia della città. Poi, ogni tanto, vengono eretti monumenti sciiti e costruzioni sciite proprio in corrispondenza di siti archeologici cristiani, per dare il messaggio che non esiste più un volto cristiano della città. Per queste persone la città deve diventare “sciita”, musulmana, le bandiere nere sono ovunque e nessuno, nemmeno il Governo iracheno, osa rimuoverle. Inoltre hanno iniziato a chiamare le strade di Bartella con i nomi dei loro martiri che mai hanno versato il loro sangue per difendere questa città.

Lei ci parla di una convivenza difficile tra cristiani e musulmani, ma il viaggio del Papa avverrà nello spirito del motto “Siete tutti fratelli” e il Pontefice a Najaf incontrerà l'ayatollah Ali Sistani, considerato la massima autorità dell’islam sciita. Che significato dà a questo avvenimento?

R.- Quello del Papa è il progetto cristiano per eccellenza, quello della fraternità. Siamo tutti fratelli, questo è vero. Però siamo tutti fratelli quando c'è un reciproco rispetto dei propri diritti e ognuno conosce i propri doveri verso gli altri, quando cioè c'è la giustizia su tutti i livelli. Quando qualcuno vuol rubarci la terra, la casa e il lavoro, vuole rubarci la sicurezza e la pace, come si può realizzare la convivenza? Ci deve essere qualcuno che abbia la forza di imporre la pace. Sappiamo tutti quanti che queste difficoltà non sono create dalla gente comune, ma dalle autorità, da chi ha la forza militare o la capacità di imporre una certa ideologia per realizzare i propri piani. La convivenza e la fratellanza umana sono importantissime, senza la fratellanza umana avremo sempre un Paese diviso. Però, per garantire questa fratellanza fra tutte le religioni serve anche la giustizia, la giustizia accanto all’amore.

Quali sono dunque le sue speranze per questa visita del Papa? Riuscirà a portare un vento nuovo in Iraq?

R.- Ho parlato della città dove vivo, Bartella, per fare un esempio. Ma questa sofferenza di cui parlavo è la stessa sofferenza di tutto il Paese.  Tutti soffrono per la stessa violenza, per la volontà di alcuni che non vogliono la pace, né la sicurezza, né la fratellanza o l’amore. Questa situazione che caratterizza tutto l’Iraq, ci fa davvero guardare alla visita del Papa come alla visita di qualcuno che viene a farci capire cos’è il vero amore, la vera fratellanza fra tutti. Speriamo davvero che il Papa possa portare avanti questa sua missione che è senz’altro molto faticosa ma è accompagnata dalle nostre preghiere.

02 marzo 2021, 12:00