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I Papi e lo sport, quando correre ha un traguardo più alto

La raccolta di pensieri sullo sport, pubblicata dalla LEV col titolo “Mettersi in gioco” dimostra quanto il tema stia a cuore di Papa Francesco. E il magistero dei suoi predecessori conferma che l’importanza che il cristianesimo dà ai valori dello sport ha radici lontane

Maria Milvia Morciano - Città del Vaticano

Nella Bibbia un verbo che si ripete è “correre” e non solo con il significato di fuga o inseguimento, ma soprattutto per portare buone notizie (Gen 29 12; S 33, 4; 2Sam 18,19-27; GdC 13 10…), per venire incontro all’altro, con gioia (2Sam 18, 19-27; Ct 1,4, Tb 11, 9; Mc 10, 17; Lc  15, 20; At 12,14), e coloro  che sperano  nel Signore "corrono senza affannarsi” (Is 40, 31).  Nei Vangeli sulla Risurrezione del Signore, l’energia dinamica del movimento è una nota pervasiva, che ne caratterizza il racconto. All’inizio le donne abbandonano il sepolcro piene di spavento e di stupore o di timore e gioia grande, poi corrono per dare l’annuncio ai discepoli.  La reazione della fuga inziale, del ritrarsi, del farsi indietro, si trasforma nella corsa piena di gioia e incontenibile dell’“andare verso” (Cfr. Mc 16, 8; Mt 28,8; Gv 20,2).

Correre insieme

Papa Francesco, parlando a braccio ai rappresentanti degli atleti che avrebbero partecipato nel maggio scorso al meeting “We Run Together - Simul Currebant”, organizzato da Athletica Vaticana, spiega il perché del nome dell’iniziativa citando il passo di Giovanni che parla proprio di corsa, Currebant autem duo simul (20, 4):  “E sempre c’è un atteggiamento che troviamo in quel passo del Vangelo, dei due discepoli che correvano al sepolcro di Gesù la mattina della Risurrezione (cfr. Gv 20, 3-6). Arriva prima il più giovane [Giovanni], e il più vecchio [Pietro], resta indietro. Ma sempre c’è il rispetto di aspettare l’altro. (…) Si deve andare al passo di quello che è più debole, di quello che cammina più adagio. ‘No, ma io vado prima...’. No. Si deve andare al passo. Come ha fatto Giovanni: sì, è arrivato per primo, ma ha aspettato l’altro. Questa è una cosa molto bella, che noi dobbiamo imparare, come umanità: andare al passo delle persone che hanno un altro ritmo, o almeno considerarli e integrarli nel nostro passo”.

Lo sport ponte di pace

E Francesco continua nel messaggio: “Campioni olimpici avrebbero corso - per la prima volta - con atleti paralimpici, atleti con disabilità mentale, e con rifugiati, migranti e carcerati, che sarebbero stati anche giudici di gara. Tutti insieme e con pari dignità. Una testimonianza concreta di come dovrebbe essere lo sport: cioè un “ponte” che unisce donne e uomini di religioni e culture diverse, promuovendo inclusione, amicizia, solidarietà, educazione. Cioè un ‘ponte’ di pace” (…) Vi incoraggio, care amiche e cari amici sportivi, a vivere sempre più la vostra passione come un’esperienza di unità e di solidarietà. Proprio i veri valori dello sport sono particolarmente importanti per affrontare questo tempo di pandemia e soprattutto, la difficile ripartenza. E con questo spirito vi invito a correre, insieme, la corsa della vita” (Parole e Messaggio del Santo Padre durante l’Incontro con una Delegazione di partecipanti al Meeting internazionale di atletica “We Run Together - Simul Currebant”, 20 maggio 2020).

Lo sport per dare il meglio di sé

Papa Francesco afferma ancora: “È importante portare, comunicare questa gioia trasmessa dallo sport, che non è altro che scoprire le potenzialità della persona, che ci chiamano a svelare la bellezza del creato e dell’essere umano stesso in quanto fatto a immagine e somiglianza di Dio. Lo sport può aprire la strada verso Cristo in quei luoghi o ambienti dove per vari motivi non è possibile annunciarlo in maniera diretta; e le persone, con la loro testimonianza di gioia, praticando lo sport in forma comunitaria possono essere messaggere della Buona Notizia.  Dare il meglio di sé nello sport è anche una chiamata ad aspirare alla santità” (Lettera del Santo Padre al Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita in occasione della pubblicazione del nuovo documento del Dicastero: Dare il meglio di sé. Sulla prospettiva cristiana dello sport e della persona umana, 1° giugno 2018).

Lo sport nel pensiero dei Papi del XIX secolo

Sono molte le testimonianze dell’importanza che i Papi precedenti davano allo sport. Pio IX praticava il calcio con il bracciale, antico gioco derivante dalla pallacorda. La passione di Pio X era tale da permettere che nel cortile di San Damaso e in quello della Pigna in Vaticano si svolgessero attività ginniche. Alle rimostranze di un cardinale che gli chiese dove voleva che si andasse a finire, rispose in dialetto veneto: «Vorlo che ghelo diga? In Paradiso!». Venne anche in contatto con il fondatore delle Olimpiadi, Pierre de Coubertin, che desiderava svolgere i giochi del 1908 a Roma, possibilmente alla presenza del Pontefice, desiderio che non poté essere realizzato se non molti anni dopo, nel 1960 con Papa san Giovanni XXIII, che incontrò gli atleti in Piazza San Pietro.

Lo stesso Papa Roncalli si rivolge spesso e anche in altre occasioni agli sportivi, in particolare a una delegazione di atleti disabili, dove afferma che “voi siete una dimostrazione vivente delle meraviglie che può operare la virtù della energia. Perché l’energia è una virtù, una virtù necessaria all’uomo, più necessaria ancora al cristiano, secondo l’insegnamento stesso del Cristo: Il regno dei Cieli soffre violenza, sono i violenti che se ne impadroniscono (Mt 11,12)” (Ad una rappresentanza di atleti paraplegici, 25 settembre 1960). E ancora prima di san Giovanni XXIII, Pio XI è noto per essere stato un alpinista, come ricorda anche il suo successore Pio XII, che pronunciò un lungo e illuminante discorso agli sportivi italiani, nel  1945, dove si sofferma in modo particolare a  commentare il celebre passo di san Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi sullo sport come metafora della spiritualità cristiana.

La comunione tra forza fisica ed energie morali è ribadita da san papa Paolo VI che in un discorso dice: “La padronanza di sé, il culto dell’onore e della lealtà, l’addestramento al coraggio fisico e morale mediante una regola di vita volontariamente accettata: sono valori umani che il Cristianesimo ha sempre riconosciuto come suoi. La Chiesa perciò, che ha la missione di accogliere ed elevare tutto ciò che nella natura umana vi è di bello, armonioso, equilibrato e forte, non può che approvare lo sport, tanto più se l’impiego delle forze fisiche si accompagna all’impiego delle energie morali, che possono fare di esso una magnifica scuola di forza spirituale e di severo allenamento ai contatti sociali fondati sulla lealtà, sul rispetto della persona altrui, e sullo spirito di amicizia e di fraterna solidarietà” (Discorso al pellegrinaggio giubilare degli sportivi, 8 novembre 1975). 

Papa Giovanni Paolo II, atleta di Cristo

San Giovanni Paolo II è considerato il “Papa sportivo” per eccellenza. In lui la fisicità si è rivelata interamente, passando dal vigore del corpo, espresso praticando le più varie discipline, fino alla sua sublimazione nel dolore e nell’accettazione della malattia. Sono oltre 120 i discorsi rivolti al mondo sportivo, tra i quali quelli pronunciati durante i due Giubilei degli sportivi, il primo nel 1984 e il secondo nel 2000. Papa Wojtyła, pur muovendosi nel solco del magistero dei suoi predecessori, allarga la visione e la cala nel proprio vissuto personale, dove si compie l’unione tra l’agire e il pensare sportivo. Afferma: “Sappiamo anche quanti sforzi sono fatti perché sempre prevalga una ‘filosofia dello sport’, il cui principio-chiave non è ‘lo sport per lo sport’ o per altre motivazioni che non siano la dignità, la libertà, lo sviluppo integrale dell’uomo!... Lo sport è confronto leale e generoso, luogo di incontro, vincolo di solidarietà e di amicizia… Lo sport può essere autentica cultura quando l’ambiente in cui si pratica e l’esperienza che si compie sono aperti e sensibili ai valori umani e universali per lo sviluppo equilibrato dell’uomo in tutte le sue dimensioni” (Omelia nella Messa per il Giubileo internazionale degli sportivi, 12 aprile 1984).

E nell’Omelia del 2000 aggiunge: “In questi ultimi anni essa è andata sempre più sviluppandosi come uno dei fenomeni tipici della modernità, quasi un ‘segno dei tempi’ capace di interpretare nuove esigenze e nuove attese dell'umanità. Lo sport si è diffuso in ogni angolo del mondo, superando diversità di culture e di nazioni. Per il profilo planetario assunto da questa attività, è grande la responsabilità degli sportivi nel mondo. Essi sono chiamati a fare dello sport un'occasione di incontro e di dialogo, al di là di ogni barriera di lingua, di razza, di cultura. Lo sport può, infatti, recare un valido apporto alla pacifica intesa fra i popoli e contribuire all'affermarsi nel mondo della nuova civiltà dell'amore” (Omelia nella Messa per il Giubileo internazionale degli sportivi, 29 ottobre 2000).

Benedetto XVI

Per sua stessa ammissione, Benedetto XVI, in giovane età, provava una certa riluttanza a praticare sport, ma questo non gli ha impedito brevi ma numerose riflessioni, specialmente sul valore dell’attività fisica nella formazione, come veicolo di educazione e come modello di vita per i giovani, mentre per i “campioni” costituisce una precisa responsabilità di dare l’esempio non solo “sul campo” ma anche nella vita, per essere veri e credibili. Così si rivolge ad alcuni atleti: “Con le vostre gare offrite al mondo un avvincente spettacolo di disciplina e di umanità, di bellezza artistica e di tenace volontà. Mostrate a quali traguardi può condurre la vitalità della giovinezza, quando non si rifiuta la fatica di duri allenamenti e si accettano volentieri non pochi sacrifici e privazioni. Tutto questo costituisce anche per i vostri coetanei un’importante lezione di vita… lo sport, praticato con passione e vigile senso etico, specialmente per la gioventù, diventa palestra di sano agonismo e di perfezionamento fisico, scuola di formazione ai valori umani e spirituali, mezzo privilegiato di crescita personale e di contatto con la società (Agli organizzatori e atleti dei Mondiali di Nuoto Roma 2009, 1° agosto 2009).

Le radici antiche dello sport nel pensiero cristiano

L'idea che lo sport, dal primo cristianesimo fino all'epoca della Riforma, fosse considerato negativo perché legato al corpo e che quindi l'attività sportiva risultasse addirittura dannosa allo spirito, risulta infondata dall’evidenza di quanto riportano gli scritti dei Padri e dei teologi.

Tutto ciò che Dio ha creato “vide che era buono”, dice la Genesi, e il corpo dell’essere umano ne è parte in unità all’anima e allo spirito. Le stesse pratiche religiose cristiane coinvolgono il corpo nei Sacramenti, hanno immagini cultuali, partecipano a processioni e riti. In particolare, san Paolo, ebreo di lingua greca, quando si rivolge ai greci di Corinto e Filippi ricorre a metafore tratte dalle attività sportive, pone in relazione la cultura atletica dei greci con la spiritualità cristiana: “Non sapete che, nelle corse allo stadio, tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre. Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio pugilato, ma non come chi batte l'aria; anzi tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non succeda che, dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato” (1Cor 9, 24-27).

Le parole di san Paolo influenzarono profondamente gli scritti dei teologi successivi come Ignazio di Antiochia, nel II secolo e Giovanni da Cassiano nel IV. Vale anche la pena ricordare la figura di una donna tra i martiri di Lione e Vienna, la piccola e debole Blandina, disprezzata da tutti che, “rivestita di Cristo, divenne grande e invincibile atleta e aveva sconfitto a più riprese l'avversario riportando nella lotta la corona dell'immortalità” (Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, V, 1, 42). Infine, nel XIII secolo fondamentale importanza riveste l’opera di Tommaso d’Aquino che si occupò diffusamente del valore dei giochi per una vita virtuosa nel secondo libro della Summa Theologiae.

 

 

 

05 settembre 2020, 08:31