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Il panico di non vedere la fine del contagio: essere insieme aiuta

Chiara D’Urbano, psicoterapeuta, riflette sulla preghiera di Papa Francesco a Santa Marta per chi è spaventato dal coronavirus e non riesce a reagire. "Chi ha più forza interiore - dice - deve metterla al servizio di chi non ce la fa. Aiuta molto la vicinanza, anche sui social, delle comunità di fede”

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Questa mattina, all’inizio della Messa a Casa Santa Marta, Papa Francesco ha chiesto di pregare per i tanti che non riescono a reagire e rimangono “spaventati per questa pandemia”, chiedendo che li Signore li aiuti a rialzarsi “per il bene di tutta la società”. Del male di vivere che può prendere tutti in questi giorni di malattia, di dolore, di solitudine e purtroppo di morte, abbiamo chiesto un parere alla psicologa e psicoterapeuta Chiara D’Urbano.

Ascolta l'intervista a Chiara D'Urbano

R. - Teniamo conto che abbiamo impattato con un trauma, un evento che sovrasta la capacità umana ordinaria di far fronte alle difficoltà giornaliere e questo evento può essere più o meno soverchiante, cioè difficoltoso, per le persone. Di fatto per tutti c'è un impegno a integrare ciò che sta accadendo, che è fuori controllo nella nostra esistenza ordinaria. E’ un evento forte per tutti: certamente c'è chi vive oggi un calo enorme di risorse per affrontare questo momento così duro.

Da psicoterapeuta nota un aumento di questi casi in questo periodo? Qual è la situazione?

R. – La cosa interessante è che forse nel momento stesso in cui si vive l'evento non ci si rende neanche bene conto. In questo momento, e direi meno male, le risorse umane sono abbastanza positive, il che vuol dire che stiamo ancora tutti tenendo duro nonostante il dramma che alcuni - in particolare soprattutto dal punto di vista economico - vivono. Molto probabilmente però siamo proprio sul crinale. Significa che siccome è già da un po' che viviamo questa situazione, probabilmente da questo momento in poi cominceranno a vedersi situazioni di maggiore difficoltà o maggiore capacità di reazione. Certo influiscono i fatti esterni, come l’aver mantenuto un lavoro, poter percepire anche una risorsa economica o meno. Ma evidentemente fa la differenza anche la capacità interiore: si tratta proprio delle risorse di cui disponiamo, alcuni riescono ad attivarle nei momenti di difficoltà e alcuni meno.

Per chi non ce la sta facendo, come reagire alla paura che ti paralizza e tornare a dare il proprio contributo alla società come chiede il Papa. La fede può aiutare?

R. - Certamente sì, ma se non si riesce a trovare una risorsa nella fede vuol dire che l’evento traumatico ha superato anche tutto il bagaglio spirituale che la persona ha. Quindi toglierei subito un'accezione colpevolizzante, come dire: “Ah, non hai abbastanza fede”, perché entrano in gioco troppi fattori. Direi che sono importanti due aspetti. Il primo è riuscire a contestualizzare e circoscrivere l'evento, che ha un inizio e ha una fine, sebbene la persona travolta non lo percepisca come tale perché non vede il termine della situazione, in realtà sarebbe importante fermarsi e riconoscere che è un segmento di vita, uno snodo importante che terminerà e quindi il punto di svolta sarà proprio il significato da dare a questo momento. L'altro aspetto che mi sembra fondamentale è proprio la comunità circostante. E' fondamentale non trovarsi da soli, avere altri intorno che ci restituiscono una prospettiva finita, e non infinita, di questo momento. Il trovarsi da soli aggrava molto questa sensazione diel “non finirà mai”.

Credere che ne usciremo insieme, cambiati in meglio

Per esempio le comunità religiose stanno dando una grande prova di solidarietà, ma anche di luce. Abbiamo tanto da dire sull'uso dei social, però in questo momento sono una grande risorsa per tutti noi. Ad esempio le comunità si mettono a disposizione per l'ascolto di chi può avere bisogno di un confronto, offrendo parole positive, una lettura della Parola di Dio del giorno, della Scrittura. Si stanno attivando, se vogliamo, risorse che erano lì latenti è che in momenti di difficoltà invece vengono messe a disposizione di altri. E sentirsi sostenuti, sapere che qualcuno prega per noi ed è lì ci dà veramente un grandissimo conforto e ci dà la speranza che ne usciremo tutti insieme. Cambiati, ma non è detto cambiati in negativo. Anzi, direi che proprio noi dobbiamo sperare e credere che ne usciremo cambiati in positivo.

Ci sono poi forme minori di “paura”, di chi comunque si adagia e si lascia andare a giornate davanti alla televisione o attaccato ai social. Quale consiglio per loro?

R. - Intanto nessuno di noi deve vergognarsi se vive un momento di defaillance, nel senso che viviamo in modo diverso questo tempo “monastico”, lo stare all'interno di un ambiente chiuso e senza margini d'uscita se non per motivi essenziali. Ogni momento della nostra storia ha un significato ed è un peccato perderlo. E’ un peccato perdere anche il dramma di questo momento, lasciandosi andare o semplicemente lasciando scorrere il tempo. Credo che se una differenza si possa fare è proprio quella del tornare sovrani di questo tempo con povertà, con debolezza, con paura, ma riappropriarci anche di una stagione di vita che non ci siamo scelti e che sicuramente non ci saremmo dati in questo modo.

Facciamo un ultimo step. Per chi riesce a dominare la paura, come utilizzare questo tempo per diventare uomini e donne migliori per il futuro?

R. - Mi piace molto questa prospettiva, perché penso che veramente abbiamo una grandissima possibilità di fare un po' un bilancio della nostra storia, per poterci focalizzare nuovamente sulle cose importanti, per riconoscere quali sono stati i punti di debolezza, le cose inutili su cui ci siamo concentrati, quello sguardo piccolo e mediocre che magari tante volte abbiamo avuto col nostro senso di onnipotenza, pensando che tutto fosse a nostra disposizione. Possiamo ritrovare le cose essenziali proprio all'interno di un tempo che ha ridotto moltissimo questa nostra immagine di esseri umani che possono tutto, senza confini. Noi possiamo essere di conforto, di sostegno, per altre persone, fratelli e sorelle che possono avere meno risorse. Insomma davvero mi concentrerei sulle parole del Papa di venerdì scorso. Siamo tutti sulla stessa barca, tutti noi siamo stati presi alla sprovvista. Facciamo parte di una grande famiglia, che è quella umana, nella quale siamo solidali, e se un membro sta male, tutti stiamo male. Ma se un membro sta bene può fare molto per altri.

30 marzo 2020, 16:04