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Papa Francesco riceve la carezza di una donna al termine di un'udienza Papa Francesco riceve la carezza di una donna al termine di un'udienza  (AFP or licensors)

Alazraki: Papa fa sua la sofferenza delle donne vittime di violenza

Intervista alla vaticanista messicana, Valentina Alazraki, autrice insieme a monsignor Luigi Ginami del libro “Grecia e le altre”, citato da Papa Francesco durante il volo che lo portava in Mozambico

Alessandro Gisotti

Un libro “per far capire il dolore e lo sfruttamento delle donne al giorno d’oggi”. Papa Francesco ha descritto così il volume “Grecia e le altre. Donne di speranza contro la violenza”, salutando i giornalisti sull’aereo che lo portava in Mozambico. Un libro - edito da San Paolo, nelle librerie in questi giorni - scritto a quattro mani dalla “decana dei vaticanisti”, la giornalista messicana Valentina Alazraki e da monsignor Luigi Ginami, presidente della Fondazione Santina Onlus. Sul messaggio che si lancia con questo libro e sulla particolare attenzione che il Papa mostra alla sofferenza delle donne vittime della violenza, abbiamo intervistato Valentina Alazraki:

Come è nata l’idea di scrivere questo libro, ritenuto così importante anche da Papa Francesco?

R. – L’idea del libro è nata da monsignor Luigi Ginami, presidente della Fondazione Santina, che attraverso dei viaggi in tutto il mondo entra in contatto con donne, uomini e bambini vittime di violenze, che vivono nel degrado e nella povertà. Il mio rapporto con lui è iniziato circa due anni fa, quando mi chiese di scrivere il prologo di un libretto, “Juana”, dedicato ad una donna peruviana. Per me questa lettura è stata un pugno nello stomaco: Juana vive in una specie di porcile dove ha dovuto anche seppellire sua figlia. Mi è sembrata una cosa veramente straziante. Da qui è poi nata l’idea di fare questo libro su donne vittime di violenza in varie parti del mondo.

Il Papa non perde occasione per parlare delle donne vittime della violenza. Lo abbiamo visto anche nella intervista che ti ha rilasciato per Televisa nel maggio scorso. E poi appunto “Juana”, questo libretto, è stato citato dal Santo Padre nell’incontro con i vescovi peruviani …

R. – Durante l’intervista, avevo questa camicetta di una donna messicana, Rocío, che è stata ammazzata davanti a suo figlio e ho pensato di dargliela come simbolo, perché so quanto lui tenga ai gesti, ai simboli. Mi sono detta: “Questa camicetta in mano sua è un po’ come mettere tutte le donne vittime di violenze nella lista di persone per le quali pregare”. La grande sorpresa è che alla fine lui ha voluto concludere rendendo protagonista questa camicetta come “bandiera”, bandiera di tutte le donne di cui non si conosce il volto, di cui non si conosce il nome e ha ripetuto più volte il nome di Rocío. Il Papa si era veramente commosso, prendendo in mano questa camicetta e chiedendo a tutti di pregare e anche di piangere per lei.

Queste donne, che hai incontrato, sentono la vicinanza del Papa che denuncia anche l’indifferenza, l’ignoranza rispetto a un male presente anche in tanti Paesi a maggioranza cattolica ?

R. – Sì, moltissimo. Possiamo immaginare per queste persone, queste donne che vivono in zone pericolose, in situazioni di povertà, di degrado, donne malate di aids, donne vittime di mutilazione genitale. Ecco sapere che c’è un Papa che fa sua, con commozione, con il cuore, non a parole e basta, la loro sofferenza, credo che sia un grande dono. Secondo me questo appoggio morale di Papa Francesco, essere da lui menzionate, sentire queste parole nella bocca di un Papa è una cosa che non si sarebbero mai immaginate. Come ha detto ieri il Papa, in aereo, durante il volo per il Mozambico: “Bisogna riflettere su questo tema”, perché è un tema che è nei giornali ogni giorno con le statistiche, ma poi che cosa si fa veramente?

Il Papa, richiamando un libro – un libro scritto da una giornalista – sottolinea ancora una volta anche la responsabilità dell’informazione …

R. – Certo. Si tratta di denunciare, ma anche di fare un passo oltre, cioè riuscire a scuotere le coscienze anche a livello sociale, a livello familiare perché non ci dimentichiamo che tante di queste violenze avvengono nelle famiglie. Quindi c’è bisogno di un cambiamento di educazione, perché se mancano i valori, se manca questa educazione degli uomini, dei ragazzi di oggi è ovvio che i femminicidi continueranno. Quindi la nostra responsabilità come media è di promuovere un invito alla conversione, a un’educazione diversa nelle famiglie, nelle scuole. Credo che in questo senso possiamo – dobbiamo! – contribuire anche noi, assolutamente.

05 settembre 2019, 12:03