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San Giuseppe, l’ispiratore dei Papi

Un legame speciale lega i Pontefici degli ultimi cento anni alla figura di San Giuseppe. Lo “stile” dello sposo di Maria e custode silenzioso di Gesù ha ispirato in vari modi il loro ministero petrino a seconda dell’epoca e dell’esperienza personale. Ecco la storia

Alessandro De Carolis – Città del Vaticano

La sua sagoma allungata nel sonno, accanto al tavolo dove studia e provvede ai bisogni della Chiesa universale, è lì a ricordargli che anche in un sogno può nascondersi la voce di Dio. Da una vita Jorge Mario Bergoglio tiene nelle stanze in cui ha vissuto e lavorato la statuetta di San Giuseppe dormiente, icona meno popolare in Occidente rispetto all’America Latina.

Il “risolutore”

Anche adesso la statuetta spicca nel suo studio a Casa Santa Marta. Questa immagine, e la devozione di Francesco verso ciò che essa rappresenta, ha goduto di un’improvvisa popolarità mondiale quando qualche anno fa il Papa stesso ne ha parlato durante l’Incontro mondiale delle famiglie di Manila. Una confidenza che ha rivelato una consumata fiducia nella forza mediatrice del padre putativo di Gesù e un’ammirazione per il ruolo e per lo stile che Giuseppe ha sempre incarnato:

“Io amo molto San Giuseppe perché è un uomo forte e silenzioso. Sulla mia scrivania ho un’immagine di San Giuseppe mentre dorme e quando ho un problema o una difficoltà io scrivo un biglietto su un pezzo di carta e lo metto sotto la statua di San Giuseppe affinché lui possa sognarlo. Questo gesto significa: prega per questo problema!” (Incontro con le famiglie a Manila - 16 gennaio 2015)

Un nome per molti Papi

Dopo Pietro, molti Giovanni, Benedetto, Paolo, Gregorio ma nessun Giuseppe. L’anagrafe dei Pontificati non registra Papi con questo nome. Tanti di loro però, specie nell’ultimo secolo, lo hanno avuto come nome di Battesimo, quasi che l’uomo chiamato a custodire Gesù fosse un viatico per gli uomini chiamati a custodirne la sua Chiesa. A inizio Novecento diventa Pio X Giuseppe Melchiorre Sarto e più tardi salgono al Soglio petrino Angelo Giuseppe Roncalli, Karol Józef Wojtyla e Joseph Ratzinger. Francesco non fa di nome Giuseppe ma celebra, grato, la sua Messa di inizio ministero il 19 marzo, che è poi il giorno dell’onomastico di chi lo ha preceduto. Richiami, o meglio ricami di una trama che offre una chiave di lettura discreta come il modello che la ispira.

Molti Papi per un nome

Lungo sarebbe ricordare le tappe che hanno portato la Chiesa a stabilire il culto di San Giuseppe, da Sisto V che alla fine del XV secolo ne fissa la festa al 19 marzo all’ultima decisione di Papa Francesco che, confermando la volontà di Benedetto XVI, il primo maggio 2013 decreta l’aggiunta del nome di San Giuseppe, Sposo della Beata Vergine Maria, nelle Preghiere eucaristiche II, III e IV (in precedenza, il 13 novembre 1962, era stato Giovanni XXIII a stabilirne l’inserimento nell’antico Canone romano della Messa, accanto al nome di Maria e prima di quello degli Apostoli). Proprio Papa Roncalli, volendo affidare al “papà” terreno di Gesù il Concilio Vaticano II, scrive nel ’61 la Lettera apostolica Le Voci, nella quale fa una sorta di sommario della devozione per San Giuseppe nutrita da suoi predecessori. Non sono grigie operazioni di “burocrazia” liturgica. Dietro ogni nuovo decreto si coglie un sentimento e una consapevolezza ecclesiale sempre più radicati che per esempio, come accade con Pio XII, possono arrivare a incidere anche nella vita civile.

Il Santo di chi lavora

Il primo maggio 1955 è domenica e una folla di lavoratori riempie Piazza San Pietro. Sono iscritti alle Acli e tanti di loro ricordano l’incontro con Pio XII di dieci anni prima, avvenuto il 13 marzo del ’45, un mese e mezzo prima della fine di una guerra che ha lacerato profondamente l’Italia. Adesso c’è un Paese che cresce impetuosamente, il “boom” non è lontano, ma tra le fila dei cattolici italiani Papa Pacelli riconosce i “delusi”, quelli che lamentano una scarsa incisività della presenza cristiana “nella vita pubblica”, mentre l’ideologia socialista sembra farla da padrone. Pio XII imbastisce un discorso energico, richiama le Acli alla loro identità perché si impegnino per la “pace sociale” e alla fine, quasi come un colpo di scena, il “regalo” che sorprende ed entusiasma:

“Affinchè vi sia presente questo significato (…) amiamo di annunziarvi la Nostra determinazione d'istituire — come di fatto istituiamo — la festa liturgica di S. Giuseppe artigiano, assegnando ad essa precisamente il giorno 1° maggio. Gradite, diletti lavoratori e lavoratrici, questo Nostro dono? Siamo certi che sì, perché l'umile artigiano di Nazareth non solo impersona presso Dio e la S. Chiesa la dignità del lavoratore del braccio, ma è anche sempre il provvido custode vostro e delle vostre famiglie”.

“Papa Giuseppe” non si può

Quattro anni più tardi la Chiesa è guidata da un uomo che avrebbe voluto chiamarsi “Papa Giuseppe”. Ci ha rinunciato perché, dice, “ciò non è d’uso tra i Papi”, ma la spiegazione tradisce la nostalgia e svela il forte attaccamento a San Giuseppe di Giovanni XXIII. L’occasione è l’incontro che il 19 marzo del ’59 Papa Roncalli fa con un gruppo di addetti alla Nettezza urbana. L’anno successivo, in un radiomessaggio del primo maggio 1960, il “Papa buono” conclude intonando una preghiera a S. Giuseppe lavoratore:

“Fa' che anche i tuoi protetti comprendano di non essere soli nel loro lavoro, ma sappiano scoprire Gesù accanto a sé, accoglierlo con la grazia, custodirlo fedelmente, come Tu hai fatto. E ottieni che in ogni famiglia, in ogni officina, in ogni laboratorio, ovunque un cristiano lavora, tutto sia santificato nella carità, nella pazienza, nella giustizia, nella ricerca del ben fare, affinché abbondanti discendano i doni della celeste predilezione”.

L’uomo dei rischi

Anche Paolo VI non fa di nome Giuseppe, ma dal ’63 al ’69 in particolare non c’è anno in cui non celebri una Messa nella solennità del 19 marzo. Ogni omelia diventa così tassello di un ritratto personale in cui Papa Montini si mostra affascinato dalla “completa, sommessa dedizione” di Giuseppe alla sua missione, dall’uomo “forse timido” ma dotato “di una grandezza sovrumana che incanta”. E che non lo fa arretrare nonostante accettare una sposa come Maria e un figlio come Gesù significhi essere un alieno tra gli uomini del suo tempo. Dice in una considerazione del 1969:

“Un uomo perciò, S. Giuseppe, ‘impegnato’, come ora si dice, per Maria, l’eletta fra tutte le donne della terra e della storia, sempre sua vergine sposa, non già fisicamente sua moglie, e per Gesù, in virtù di discendenza legale, non naturale, sua prole. A lui i pesi, le responsabilità, i rischi, gli affanni della piccola e singolare sacra famiglia. A lui il servizio, a lui il lavoro, a lui il sacrificio, nella penombra del quadro evangelico, nel quale ci piace contemplarlo, e certo, non a torto, ora che noi tutto conosciamo, chiamarlo felice, beato. È Vangelo questo. In esso i valori dell’umana esistenza assumono diversa misura da quella con cui siamo soliti apprezzarli: qui ciò ch’è piccolo diventa grande”.

Lo sposo sublime

In 26 anni di Pontificato Giovanni Paolo ha una infinità di occasione di parlare di San Giuseppe che, racconterà, prega intensamente ogni giorno. Questa devozione si riassume nel documento che gli dedica il 15 agosto 1989, giorno di pubblicazione dell’Esortazione apostolica Redemptoris Custos, scritta 100 anni dopo la Quamquam Pluries di Leone XIII. Nel documento Papa Wojtyla scandaglia la vita di Giuseppe in ogni suo atto e sensibile com’è agli aspetti del matrimonio cristiano offre una profonda lettura del rapporto tra i due sposi di Nazareth. Ovvero della “grazia di vivere insieme il carisma della verginità e il dono del matrimonio”, che riprende in un’udienza generale del ’96 rovesciando peraltro un falso mito:

“La difficoltà di accostarsi al mistero sublime della loro comunione sponsale ha indotto alcuni, sin dal II secolo, ad attribuire a Giuseppe un’età avanzata e a considerarlo il custode, più che lo sposo di Maria. È il caso di supporre, invece, che egli non fosse allora un uomo anziano, ma che la sua perfezione interiore, frutto della grazia, lo portasse a vivere con affetto verginale la relazione sponsale con Maria”.

Il papà silenzioso

Dell’uomo che Matteo nel Vangelo chiama “giusto”, il Patrono della Chiesa universale, dei lavoratori e di un’infinità di città e luoghi non si conoscono parole ma solo silenzi. Che dunque vanno compresi come fossero parole e pensieri. In questa apparente assenza si addentra anche Benedetto XVI e ne estrae la ricchezza di una vita completa, di un uomo-sfondo che, sostiene in un Angelus del 2005, con il suo esempio senza proclami inciderà sulla crescita di Gesù l’uomo-Dio:

“Un silenzio grazie al quale Giuseppe, all'unisono con Maria, custodisce la Parola di Dio (…) un silenzio intessuto di preghiera costante, preghiera di benedizione del Signore, di adorazione della sua santa volontà e di affidamento senza riserve alla sua provvidenza. Non si esagera se si pensa che proprio dal "padre" Giuseppe Gesù abbia appreso – sul piano umano - quella robusta interiorità che è presupposto dell'autentica giustizia, la "giustizia superiore", che Egli un giorno insegnerà ai suoi discepoli”.

Il Santo della tenerezza

Dalla piccola “parrocchia” di Santa Marta, Papa Francesco ha riflettuto a lungo sul Santo al quale affida ogni preoccupazione. “L’uomo che custodisce, l’uomo che fa crescere, l’uomo che porta avanti ogni paternità e ogni mistero, ma non prende nulla per sé”, ha elencato in una delle Messe del mattino. In definitiva, sottolinea il 20 marzo 2017, Giuseppe è l’uomo che agisce anche quando dorme perché sogna quello che Dio vuole. E dunque:

“Io oggi vorrei chiedere, ci dia a tutti noi la capacità di sognare perché quando sogniamo le cose grandi, le cose belle, ci avviciniamo al sogno di Dio, le cose che Dio sogna su di noi. Che ai giovani dia – perché lui era giovane – la capacità di sognare, di rischiare e prendere i compiti difficili che hanno visto nei sogni. E ci dia a tutti noi la fedeltà che generalmente cresce in un atteggiamento giusto, lui era giusto, cresce nel silenzio - poche parole - e cresce nella tenerezza che è capace di custodire le proprie debolezze e quelle degli altri”.

19 marzo 2019, 07:20