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Papa agli Esercizi spirituali ad Ariccia Papa agli Esercizi spirituali ad Ariccia 

Esercizi spirituali: in Quaresima lasciare che Dio restauri la nostra bellezza

Nella terza meditazione offerta a Papa Francesco e alla Curia Romana per gli esercizi spirituali ad Ariccia, l'abate di San Miniato invita con il poeta Luzi a riflettere sull'indifferenza, malattia delle nostre città e con La Pira sullo sradicamento dalla vita delle metropoli. "Parliamo di bellezza ai giovani, è l'unico modo col quale si accettano e accettano gli altri"

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Un invito a riflettere sull’indifferenza, “schermatura di sé” per proteggersi dagli altri e dalla responsabilità verso la realtà, sullo sradicamento dalla vita della città, cercando la bellezza e la misura che vengono dall’essere amati da Dio e dall’amarlo anche noi. E’ questo il cuore della terza meditazione offerta dall’abate di San Miniato al Monte a Firenze, Bernardo Francesco Maria Gianni, benedettino olivetano, a Papa Francesco e ai suoi collaboratori della Curia Romana, per gli esercizi spirituali in corso ad Ariccia. Il tema delle riflessioni del predicatore “Il presente di infamia, di sangue, di indifferenza”, è tratto dai versi di Mario Luzi in “Felicità turbate”, la poesia dedicata all’abbazia fiorentina nel dicembre del 1997.

Guardare alle ferite delle città, la realtà prevale sull’idea

Quando le scrive, ricorda l’abate benedettino, Luzi ha negli occhi la strage mafiosa di quattro anni prima in via dei Georgofili, le cinque vittime innocenti e la distruzione di  “una porzione preziosissima del centro artistico della nostra città”.

Siamo invitati, da quell’evento drammatico, a guardare, come sempre stiamo cercando di fare, alle ferite delle città di tutto il mondo, anche quelle molto più complesse e segnate da ingiustizie di ogni tipo, di tutto il nostro pianeta. Ma farlo con uno sguardo sulla realtà che il nostro Papa ci ha insegnato, come prevalente rispetto all’idea.

L’indifferenza, “schermatura” per proteggersi dagli altri

Il predicatore si sofferma su uno dei tre “segni del male”, l’indifferenza, così estranea alla “portata caritativa” della poesia di Luzi e dell’azione politica di Giorgio La Pira. Indifferenza “che tante volte in modo sottile paralizza il nostro cuore, rende il nostro sguardo” opaco, nebbioso. Quella che Charles Taylor qualificava come la “schermatura del sé”.

Come se la nostra persona indossasse uno schermo, dal quale e con il quale proteggersi nei riguardi degli altri, nei riguardi di quella responsabilità che i problemi del nostro tempo sollecitano, alla luce di quella passione evangelica che il Signore vuole accendere con la forza del suo Santo Spirito nel nostro cuore.

Guardare alla realtà senza sognare città ideali

Citando il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer e la sua preoccupazione per la vita delle generazioni future, l’abate Gianni sottolinea che ci deve stare a cuore la possibilità di lasciare alle nuove generazioni “un futuro migliore del presente che viviamo, affidandoglielo, con uno spirito radicalmente antitetico all’indifferenza, ma tutto mosso da una partecipazione ardente”. Romano Guardini ci invitava ieri, ricorda il benedettino, ad accogliere con responsabilità il divenire “realizzandolo il più possibilmente insieme al Signore”:

Guardare alla realtà evidentemente senza sognare città ideali o utopie di alcun tipo. L’utopia di per sé non è una prospettiva autenticamente evangelica. La Gerusalemme celeste, che il visionario dell’Apocalisse contempla, non è un’utopia: è anzi il contenuto di una promessa reale, affidabile, che il Signore consegna alle sue Chiese nella prova.

L’azione della Chiesa, allora, e quella degli uomini e delle donne di buona volontà, chiarisce l’abate Bernardo Francesco Maria Gianni, “credo sia davvero questa fecondità generata dall’ascolto obbediente e appassionato del Vangelo di vita” di Gesù. E la poesia di Mario Luzi, secondo il predicatore, ci restituisce la consapevolezza “della tradizione rappresentata dal fuoco dei suoi antichi santi”. E’ quella brace che “con la santità del tempo presente”, “può tornare davvero ad infuocarsi per essere luce di speranza nella notte delle città del nostro mondo”.

Lo sradicamento della persona dalla vita della città

E qui l’abate di San Miniato al Monte riporta le parole di La Pira in un convegno di sindaci di tutto il mondo, il 2 ottobre 1955: la crisi del nostro tempo, diceva il sindaco di Firenze, “è una crisi di sproporzione e di dismisura rispetto a ciò che veramente è umano”.

“La crisi del nostro tempo può essere definita come sradicamento della persona dal contesto organico – cioè vivo, connettivo, - della città. Ebbene, questa crisi non potrà essere risolta che mediante un radicamento nuovo, più profondo, più organico, della persona nella città in cui essa è nata e nella cui storia, e nella cui tradizione essa è organicamente inserita”.

Le medicine della bellezza e della misura

Va vinta quindi la tentazione dell’indifferenza, della “schermatura di sé”, dello sradicamento, che prende anche gli uomini di Chiesa, il “sentirci estranei, non interpellati dal tessuto vivo con le sue difficoltà, i suoi problemi, le sue contraddizioni, che sono la città dove siamo chiamati a portare, costi quello che costi, la Parola di Dio, incarnandola”. Per questo il predicatore propone le medicine della bellezza e della misura: “Una dimensione corale contro ogni individualismo, una grande testimonianza che la Chiesa non può mancare di dare, con la sua indole radicalmente fraterna”.

Aprire gli occhi sulla realtà, vedendo la luce

Scrive Simone Weil nell’Europa dei nazionalismi tra le due grandi guerre: “La vita della nostra epoca è in balìa della dismisura… Ogni equilibrio è viziato, ma proprio questo andrebbe cercato: un equilibrio tra l’uomo e sé stesso, fra l’uomo e le cose. Noi viviamo in un’epoca che non ha precedenti e che esige un certo tipo di santità, anch’essa senza precedenti… aprire gli occhi sulla realtà, vedere la luce, ascoltare il vero silenzio. Questo significa rinunciare alla nostra illusione di essere al centro”. Siamo invitati a destarci, sottolinea l’abate benedettino, “aprendo gli occhi sulla realtà, vedendo la luce, ascoltando il vero silenzio”.

Io direi che queste tre esperienze possono portarci non sulla collina di San Miniato, ma niente di meno che sulla collina del Tabor. Perché direi davvero con umile determinazione che la luce di cui parla Simone Véil è forse davvero la luce che è apparsa per la prima volta nella nostra storia sul monte Tabor. Una luce di bellezza, che pur nell’estasi insostenibile, ha davvero “svegliato” … i discepoli, che erano “oppressi dal sonno”.

Non siamo noi al centro, ma Cristo

Tutto questo, prosegue il predicatore, “significa rinunciare alla nostra illusione di essere al centro”. Solo con la conformazione “al più bello fra i figli dell’uomo, lasciando Cristo al centro della storia e degli spazi, possiamo sperare di tornare ad ascoltare” il compiacimento che Dio manifestò fin dall’inizio nei riguardi della sua prediletta Creazione. “E Dio vide quanto aveva fatto, ed era cosa molto buona, molto bella, insieme”. Che è anche il compiacimento davanti al Figlio prediletto sul Tabor:

E allora, esito di un bel cammino quaresimale, è lasciare che la mano di Dio restauri la nostra bellezza. Ci sia la nostra disponibilità umile a rimettere nelle mani di Dio la nostra struttura che contro ogni nostra presunzione resta argilla, inabitata dal soffio di Dio, ma argilla, fragile e povera.

Sant’Ireneo: non sei tu che fai Dio ma è Dio che fa te

Nelle conclusioni, l’abate Gianni cita due padri della Chiesa, Sant’Ireneo e Sant’Agostino. Il primo chiede all’uomo: “Come sarai Dio se ancora non sei divenuto uomo?”… “Prima tu devi custodire la tua condizione di uomo, e poi partecipare alla gloria di Dio. Perché non sei tu che fai Dio ma è Dio che fa te”.

Qui c’è tutto il programma della Quaresima: fare è proprio della bontà di Dio, ed essere fatto è proprio della natura dell’uomo. Se tu dunque gli affiderai ciò che è tuo, vale a dire la fede in Lui e la sottomissione – obbedire all’obbedienza del Figlio – riceverai la sua arte e sarai opera perfetta di Dio.

Sant’Agostino: amando Dio diventiamo belli

E sant’Agostino, nel commento alla Prima Lettera di San Giovannici ricorda quale sia la vera bellezza e come si riceve”. “Quale fondamento – dice Agostino – avremmo per amare se Egli non ci avesse amati per primo? Amando siamo diventati amici, ma Egli ha amato noi quando eravamo suoi nemici per poterci rendere amici”:

Di nuovo, la primazia di Dio, l’anteriorità del suo agire, il nostro essere amati, essere fatti, essere decorati dalla sua bellezza. Ci ha amati per primo e ci ha donato la capacità di amarlo: ancora noi non lo amavamo; amandolo, diventiamo belli.

Parliamo ai giovani di bellezza, è la loro unica misura

In un mondo che bada moltissimo alle apparenze, conclude il predicatore degli esercizi di Papa Francesco e della Curia Romana, “la bellezza è un po’ ormai l’unica misura con cui i giovani si accettano e accettano altri giovani”. E allora, torniamo ad Agostino: “La nostra anima, o fratelli, è brutta per colpa del peccato; essa diviene bella amando Dio”:

In che modo saremo belli? Amando Lui, che è sempre bello. Quanto cresce in te l’amore, tanto cresce la bellezza, la carità e, appunto, la bellezza dell’anima. E tuttavia, Agostino riconosce davvero come il Signore Gesù, pur di donarci la sua bellezza, si è fatto anche brutto, e l’ha fatto sulla Croce, accettando quello sconvolgimento anche nel suo corpo.

La poesia di Luzi sull’Annunciazione di Simone Martini

L’ ultima citazione è di Papa Benedetto XVI e la sua riflessione al collegio dei Bernardini di Parigi sul contributo della cultura monastica, e il rischio di distruzione del mondo quando la misura “viene a mancare e l’uomo eleva se stesso a creatore deiforme”. Quindi la chiusa con “un’altissima poesia” di Mario Luzi, ispirata all’Annunciazione di Simone Martini, che il poeta immagina di impersonificare:

E’ un’invocazione: che la Beata Vergine Maria non abbandoni quel dipinto, resti lì, a dare piena pregnanza, significato e valore a quella bellezza perché non ricada su se stessa come vaniloquio, come colpa e banale e sterile compiacimento di chi l’ha dipinta. “Rimani dove sei, ti prego, così come ti vedo. Non ritirarti da quella tua immagine, non involarti ai fermi lineamenti che ti ho dato io, solo per obbedienza”.

12 marzo 2019, 10:59