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Appelli del Papa all'Angelus per Nicaragua, Nigeria e Mali

Il Papa sostiene i colloqui in Nicaragua per risolvere la crisi e invoca una soluzione pacifica per il bene di tutti. Francesco all'Angelus prega anche per la Nigeria e il Mali segnati da violenti attacchi terroristici

Cecilia Seppia – Città del Vaticano

Dopo la recita della preghiera mariana, il primo pensiero di Francesco è per il Nicaragua, attraversato da una profonda crisi sociale, politica ed economica, che sta mettendo in ginocchio la popolazione e che ormai dura da circa un anno.

Cari fratelli e sorelle, dal 27 febbraio sono in corso in Nicaragua importanti colloqui per risolvere la grave crisi socio-politica in cui versa il Paese. Accompagno con la preghiera l’iniziativa e incoraggio le parti a trovare al più presto una soluzione pacifica per il bene di tutti.

Preghiera per Mali e Nigeria

Il Papa guarda anche all’Africa e prega soprattutto per la Nigeria e il Mali, segnati da nuovi terribili attentati.

Preghiamo per le numerose vittime degli ultimi attentati disumani avvenuti in Nigeria e in Mali. Il Signore accolga queste vittime, guarisca i feriti, consoli i familiari e converta i cuori crudeli. Preghiamo: “Ave, o Maria…”.

In Nigeria in particolare, un rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre, parla di 130 vittime nel solo Stato di Kaduna, dall’inizio di febbraio, colpite dalla furia dei Boko Haram e da una nuova ondata di terrore scatenata dai pastori islamisti di etnia fulani. Gli attacchi diffusi hanno inasprito la crisi umanitaria, provocando oltre 10 mila sfollati e riducendo in macerie i villaggi e le abitazioni di diverse comunità. In Mali invece, l’attacco sanguinoso di ieri contro il  villaggio di Ogossagou Peulh, nella regione di Mopti, ha lasciato a terra circa 130 morti tra cui donne e bambini. E mentre Francesco invoca la conversione dei cuori crudeli, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres esprime indignazione esortando le autorità maliane a “raddoppiare i loro sforzi per riportare la pace e la stabilità nel Paese”.

La liberazione dei prigionieri politici

La tensione in Nicaragua sta invece toccando livelli altissimi e più volte i colloqui tra governo e opposizione sono stati interrotti da episodi di violenza e manifestazioni in cui migliaia di cittadini sono scesi in strada per chiedere le dimissioni del presidente Daniel Ortega. Il 21 marzo scorso il governo del Paese del Centro America, ha accettato di liberare tutti i suoi prigionieri politici entro 90 giorni come concessione per far ripartire il dialogo e ottenere la rimozione delle sanzioni imposte sul Paese, dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. Si tratta di più di 700 persone incarcerate dallo scorso aprile, quando montò la rivolta contro Ortega, che nel 2017, forte della riforma costituzionale da lui stesso voluta per legalizzare la rielezione a tempo indeterminato, è arrivato al suo terzo mandato consecutivo.

I numeri della rivolta

Solo lo scorso fine settimana sono stati arrestati cento manifestanti e per questo i gruppi di opposizione hanno fermato le trattative con l’esecutivo. Negli scontri per reprimere le proteste di questi mesi, circa 300 persone sono morte, 600 disperse, 3mila i feriti ma finora Ortega si è rifiutato di indire nuove elezioni. La scarcerazione dei prigionieri sarà monitorata e assistita dalla Croce Rossa. Ma anche la Chiesa ha un ruolo importante nella ripresa del dialogo. Il nunzio apostolico nel Paese, mons. Waldemar Stanislaw Sommertag, che giorni fa ha ricevuto l'appoggio dell’arcivescovo di Managua, il card. Leopoldo Brene, sta infatti lavorando per mediare i negoziati. 

La scintilla della crisi

Il movimento di protesta nel Paese è detonato il 18 aprile 2018 quando la popolazione è scesa in strada contro una controversa riforma della sicurezza sociale che, oltre ad aumentare i contributi, puntava ad imporre una tassa sulle pensioni. Secondo il governo di Ortega, queste misure erano necessarie per affrontare un deficit di oltre 75 milioni di dollari che minacciava il futuro dell’Istituto di Previdenza Sociale del Nicaragua (INSS). Le marce, inizialmente di carattere pacifico, sono state duramente represse dalla polizia.

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24 marzo 2019, 12:15