Francesco lascia gli Emirati Arabi

Papa Francesco si è congedato dagli Emirati Arabi Uniti, salutato da un folto gruppo di autorità. Due giorni intensi, culminati con la folla entusiasta nella Messa allo Zayed Sports City di questa mattina

Alessandro De Carolis - Abu Dhabi 

Stamattina il congedo di Papa Francesco dagli Emirati Arabi. All'aeroporto presidenziale di Abu Dhabi la cerimonia: un saluto cordiale ma non protocollare. Che lo sia lo dimostrano la trentina di personalità del governo degli Emirati Arabi che attendono il Papa in aeroporto, prima del suo decollo per l’Italia. È il principe ereditario, Mohammed bin Zayed Al Hahyan, a salutare per primo Francesco e ad avere con lui ancora un breve scambio di parole. Poi le altre strette di mano, tra cui quella della ministra della Cultura, fin quasi all’imbarco del volo di sette ore, previsto in atterraggio allo scalo di Ciampino per le 17 ora di Roma. Sull'aereo, un B787 della Ethiad, ci sarà il tempo per il pranzo, forse per un momento di riposo. E ci sarà la consueta conferenza stampa con i giornalisti che hanno accompagnato Francesco anche nel viaggio di andata. 

La “prima” Messa

Ma Papa Francesco che saluta dall’aeroporto circondato dalle autorità e i fedeli di Abu Dhabi, e non solo, diretti dallo stadio a casa, a piedi, in macchina sotto un sole che picchia forte, solo in apparenza è una scena che racconta di strade che si dividono. Non potevano esserci qui le ali di folla lungo la strada e forse non era necessario. Perché la folla e il Papa si erano già parlati nello Zayed Sports City durante “la” Messa, quella attesa da una vita e quella da vivere senza perdersi una parola del primo messaggio di un Papa ascoltato dal vivo da queste parti. Soprattutto pensato per queste parti.

Cuori, non statistiche

La gioia che negli altri viaggi apostolici si diluisce in luoghi diversi, qui si è concentrata nell’unica occasione disponibile. Il risultato è stata la visibilità di una Chiesa invisibile, di un corpo vivo e ben più reale degli zero percentuali delle statistiche che la descrivono in modo impersonale e un po’ deprimente. Il catino dello stadio ha mostrato il volto di una Chiesa piccola che forse per la prima volta ha scoperto anche di se stessa quanto, in fondo, fosse grande. In uno Stato-città che abbaglia con gli attributi della sua opulenza, per una volta la ribalta è stata dei “disarmati” del Papa, dei molti lavoratori e lavoratrici asiatici e africani che qui li vedi svolgere mansioni di servizio, che magari scorgi sonnecchiare a un semaforo la mattina all’alba sul minivan che li porta al lavoro, sfiorati dalle berline dirette negli hotel a cinque stelle.

Uno straordinario normale

Sono questi spaccati di quotidianità, che si incontrano tra i grattacieli della Corniche e le spiagge esclusive, a dare alle parole pronunciate dal Papa all’omelia un senso concreto e profondo. Ascoltarlo dire che “le Beatitudini non sono per superuomini, ma per chi affronta le sfide e le prove di ogni giorno” è come leggere la storia personale delle mamme, dei papà, dei bambini col cappellino giallobianco che riempiono gli spalti e che non hanno per niente l’aria di possedere poteri speciali.

La forza della mitezza

Dove il petrolio ha “irrigato” il deserto, regalando una prosperità che non arriva a tutti, il Papa ha chiesto ai fedeli degli Emirati Arabi di essere con la loro semplicità le nuove “oasi di pace”. Questo rende “pulito il mondo”, ha assicurato Francesco. Che, come il Santo di Assisi di cui porta il nome, ha esortato a non blindarsi di armature che non siano il Vangelo e la mitezza. Nessuno dei disarmati del Papa uscendo dallo stadio aveva addosso una qualche corazza, al limite c'era qualche carrozzina. Ma certamente oggi tutti sono tornati a casa più forti.

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05 febbraio 2019, 09:12