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Papa: diaconato permanente, iniziativa profetica

Francesco ha inviato un telegramma per i 50 anni dei primi sette diaconi permanenti della Pia Società San Gaetano, avvenuta il 22 gennaio 1969 a Vicenza. Intervista di Vatican News con Giuseppe Creazza, diacono della congregazione, appena rientrato da 32 anni di missione in Centro America

Giada Aquilino - Città del Vaticano

“Vivo compiacimento” per i 50 anni di ordinazione dei primi sette diaconi permanenti della Pia Società San Gaetano, avvenuta il 22 gennaio 1969 nella cattedrale di Vicenza. L’ha espressa il Papa in un telegramma a firma del segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, indirizzato al vescovo della città veneta, mons. Beniamino Pizziol. L’occasione è stata il convegno: “Il diaconato - Germoglio per una Chiesa dai frutti nuovi”, svoltosi ieri all’istituto della congregazione religiosa missionaria di diritto pontificio, nata nel 1941 ad opera del venerabile Servo di Dio don Ottorino Zanon.

Dal cuore dei padri conciliari

Con la ricorrenza, si legge, “è resa gloria a Dio per i maturi frutti umani e spirituali scaturiti dall’azione dello Spirito Santo mediante l’istituzione del diaconato permanente, provvida iniziativa nata dal cuore dei padri conciliari” e sbocciata a Vicenza per la “profetica azione apostolica e spirituale” di don Zanon. Una occasione di “promozione umana e spirituale” nonché “di evangelizzazione degli orfani e dei ragazzi più bisognosi, per lo sviluppo di personalità mature e dedite al servizio di Dio e dei fratelli”.

La testimonianza

Qualche mese dopo quelle che la Pia Società San Gaetano festeggia come le prime ordinazioni di diaconi permanenti in Italia, il 19 marzo 1969 fu ordinato a Crotone un altro diacono permanente della medesima congregazione: Giuseppe Creazza, religioso vicentino, oggi ottantenne, appena rientrato da 32 anni di missione in Guatemala. Per tutti, in Italia come nel Paese centro americano, è Beppino.

Il cammino tra la gente

Della scelta di cinquant’anni fa non ha dubbi, racconta Giuseppe a Vatican News (Ascolta l'intervista a Giuseppe Creazza). “Il nostro fondatore, don Ottorino Zanon, parlava di diaconato già nel 1946: il prete ‘dentro’ e - diceva - qualcuno fuori dalla chiesa col cuore da prete, cioè innamorato del Signore, per stare tra la gente, ‘sulla strada’. Ho conosciuto personalmente don Zanon e ha catturato la mia attenzione, perché in cuor mio già avevo il desiderio di consacrarmi a Dio vivendo più da vicino la realtà del quotidiano di tutta la gente. Perciò mi dissi: questo è il cammino”. Oggi è impegnato nella parrocchia di Santa Maria Ausiliatrice della città veneta, ma Beppino lo spirito latino americano degli anni di missione all’estero lo ha conservato. “Sono sempre stato ‘con la vita’: per questo - scherza - ho centinaia di ‘figli’ al Nord Italia, al Sud Italia, in Guatemala. La mia missione è sempre stata promuovere la vita ovunque andassi, essere al servizio della vita”.

Tutto il bello del Guatemala

Il Guatemala lo ha nel cuore: lì si è occupato di formazione per presbiteri e diaconi e di pastorale giovanile. “Ho qui delle lettere bellissime - spiega, scartabellando tra i fogli - di quelli che sono stati e sono i miei ragazzi, ora sposati, hanno famiglia e figli, e mi dicono quella che è stata l’esperienza vissuta, il fatto di essere stati coinvolti nelle attività che ho fatto in Guatemala, perché è stato un pezzo grande della mia vita. Dicono che hanno trovato la gioia di vivere, il senso della vita. Ho puntato molto sull’umanità, soprattutto gli ultimi anni che ho trascorso nel Paese, in una parrocchia di periferia: tra violenza, povertà, con tutto il peggio che si può pensare, ma principalmente con tutto il bello di cui ho goduto lì con loro, promuovendo vita. Mi sono servito della musica, dell’arte, perfino della danza”.

Non tutti delinquenti

Quando si parla di Guatemala, gli diciamo, spesso le notizie riferiscono di corruzione, criminalità, migranti, come nel caso della “carovana” di persone che dall’Honduras entra in Guatemala cercando di raggiungere gli Stati Uniti. Cosa significa - gli chiediamo - promuovere vita in quella terra? “Educare significa educĕre, tirar fuori e non mettere dentro le teste. Mi piace che il Papa al Sinodo sui giovani abbia detto: ci siamo preoccupati di riempire le orecchie e meno i cuori. Lavorando nella pastorale giovanile, ho cercato, insieme a tante altre persone lì, di creare opportunità perché ogni ragazzo potesse scoprire che può cantare, può ballare, può organizzare, può lavorare, sperimentando quindi il poter essere, il poter valere”. Beppino, a Città del Guatemala, ha operato in due parrocchie differenti, una più centrale, San Cayetano, l’altra, tra le baraccopoli di periferia, dedicata alla Virgen de la Medalla Milagrosa. “Erano ragazzi di strada, in un rione - chiarisce - dove non entravano nemmeno i tassisti se non erano della zona, non entrava nessuno, tutti avevano paura. La strada per loro era maestra, ma di delinquenza. Questo non vuole dire - ci tiene a precisare - che erano tutti delinquenti o banditi, perché ho incontrato gente davvero capace di impegnarsi, di lavorare! Si trattava di creare, tutti assieme, un ambiente di umanità e di relazioni, dove le relazioni si fanno difficili per la povertà, la mancanza di lavoro, la mancanza di formazione: nella zona non c’era nemmeno una scuola media, la parrocchia serviva 60 mila persone”.

Il ministero diaconale

A proposito del ministero diaconale ristabilito dal Concilio Vaticano II per uomini sia celibi sia sposati, Papa Francesco ha auspicato che si realizzi primariamente nel servizio ai poveri, nella carità. Nelle zone di missione, aggiunge, “c’erano i più poveri dei poveri, i cosiddetti ultimi, ma sempre fratelli: vedo il diaconato proprio come la risposta e il segno sacramentale della presenza di Gesù nel mondo, tra chi ha più bisogno”.

La sfida di portare Gesù nel mondo

Il Pontefice ha pure evidenziato come oggi ci sia il rischio che i diaconi vengano visti “come mezzi preti e mezzi laici”: sono invece, ha spiegato Francesco, i custodi della “dimensione di servizio” della Chiesa. “E’ vero, il grande pericolo è quello di cui ha parlato il Papa. Ed era quello che io non volevo essere quando sono entrato in congregazione. Mi sono appassionato alla figura del diacono perché non era un chierichetto o il mezzo prete o il sacrestano promosso”. E parlando dei tanti diaconi sposati in Italia, su più di 4 mila oltre l’87% ha una famiglia, il pensiero va ad una parrocchia romana che a Cinecittà è guidata da un diacono, sposato, che vive lì con la famiglia. “E’ una ricchezza - dice Giuseppe - perché il diacono è quello che porta la chiesa fuori, nel mondo. Una domenica qui in Italia, dando il segno della pace, ho detto ai miei parrocchiani: datevi un abbraccio e ditevi ‘ti voglio bene’. Non finivano più! Io - sorride - sono abituato ai grandi abbracci del Guatemala! Cosa voglio dire con questo piccolo esempio? Portiamo umanità! Il diacono deve essere quello che porta fuori Gesù Cristo, che lo porta nel mondo, nella famiglia, nel lavoro. Quella è la sfida”.

21 gennaio 2019, 14:14