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Il Papa alla Messa per il pellegrinaggio sinodale alla tomba di San Pietro

Francesco in Basilica Vaticana ha chiesto di rinnovare la professione di fede ai partecipanti al pellegrinaggio alla tomba di San Pietro, attraverso la via francigena, organizzato dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione per i partecipanti al Sinodo sui giovani

Giada Aquilino - Città del Vaticano

Un invito a rinnovare la professione di fede “nel luogo dove l’apostolo Pietro con la testimonianza della vita ha confessato la sua fede nel Signore Gesù, morto e risorto”. Lo ha levato il Papa in Basilica Vaticana ai partecipanti al pellegrinaggio alla tomba di San Pietro, attraverso la via francigena, organizzato dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione per i ragazzi e i Padri Sinodali che in questi giorni prendono parte all’Assemblea dei vescovi sul tema: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, accompagnati da una rappresentanza delle parrocchie romane. Subito dopo, la Santa Messa presieduta dal cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi, presso l’Altare della Cattedra. A tenere l’omelia, l’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del dicastero vaticano organizzatore dell’evento, con una preghiera affinché la “professione di fede” di Pietro diventi “anche la nostra”: dare cioè - evidenzia il presule - “la nostra vita al Signore Gesù” (Ascolta il servizio).

Il significato della vita e della vocazione di Pietro

Riflettendo sulla celebrazione “insieme a Pietro” del Sinodo dedicato ai giovani e sulla professione della fede compiuta col Pontefice, mons. Fisichella spiega come cogliere “per la nostra vita il significato di Pietro, della sua vita, della sua vocazione”. Si riallaccia al Vangelo di Giovanni letto in Basilica, ma evoca anche il capitolo quinto del Vangelo di Luca, in cui Gesù dice a Pietro di prendere il largo e gettare la rete e il pescatore risponde: “Sulla tua parola getterò la rete”.

Sulla tua parola: mi fido di te. Mi fido di te. E’ la fiducia che Pietro pone in Gesù, anche se non lo aveva mai visto prima, anche se non lo conosceva. Ma da qui incomincia a ricevere un primo insegnamento, quello che l’evangelista Giovanni ci dirà nel capitolo 15 del suo Vangelo: “Senza di me, non potete fare nulla. Chi rimane in me, porta molto frutto”. Pietro lentamente capisce che deve fidarsi, che ha bisogno della grazia di Dio. Senza di Lui non possiamo fare nulla: lo ripetiamo spesso anche noi quando invochiamo lo Spirito. “Sine tuo numine nihil est in homine”, senza la tua presenza, senza la tua luce non c’è niente in noi.

La salvezza viene dal Signore

Presa consapevolezza di chi dunque sia Gesù, ricorda l’arcivescovo Fisichella, Pietro ricorda di essere “un peccatore”, ”indegno” della Sua vicinanza. Ma Gesù lo rassicura, promettendogli di farlo “pescatore di uomini”, continuando ad “avere fiducia” in Lui, senza abbandonarlo.

Scopriamo un Pietro dal carattere generoso, come è tipico della nostra giovinezza: la generosità – accorriamo subito; la solidarietà, dove c’è bisogno … Pietro è un generoso. Pietro lascia tutto e segue Gesù. Non dubita, non ci sono indugi, per lui. Lascia tutto, segue il Maestro. E questa generosità la ritroviamo per tutti i tre anni. Sale con Gesù sul Tabor: “Gesù, che bello per noi stare qui!”. Fa la sua professione di fede: “Tu sei il Cristo”. E’ con Gesù nel Giardino degli Ulivi, taglia l’orecchio a Malco e Gesù gli dice: “Deponi: non è con la violenza che si risponde”. Pietro, passo dopo passo, deve capire che non è lui che si salva, ma è Gesù, è Dio che lo salva.

Nel martirio, offriamo la nostra vita a Dio

Quindi, nel capitolo 21 del Vangelo di Giovanni, riviviamo un “colloquio stupendo”: Gesù - spiega il presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione - non chiede a Pietro perché l’abbia tradito. “Io - ammette il presule - l’avrei fatto”. Invece “Gesù ci insegna che quando si è in Lui, si pensa in maniera diversa. Quando chiede: “Pietro, mi ami?”, Pietro risponde: “Ti voglio bene”. “Qui - nota - c’è il gioco di due verbi”, voler bene e amare, quest’ultimo inteso come capacità “di dare tutta” la vita al Signore. Gesù capisce che “Pietro non è ancora capace, deve avere pazienza”. Quindi gli dice: “Seguimi!”. “Questa seconda chiamata - prosegue mons. Fisichella - è la chiamata all’amore, a dare tutto”, “non solo a lasciare, ma a dar tutto se stesso”. “Passeranno 30 anni” e Pietro “piegherà le ginocchia davanti a Dio”, perché finalmente “disponibile” e capace di dare “tutto se stesso”.

Questo è il dono del martirio: nessuno ti toglie la vita; io la offro da me stesso. Qui Pietro compie la sua vocazione. Ci vorranno 30 anni: non importa; Dio ha pazienza con noi. I suoi tempi non sono i nostri tempi. Lui ci viene incontro quando Lui ha deciso di venire incontro a noi. Deve trovare un cuore aperto. E Pietro qui dirà, allora, come aveva detto Paolo ai primi cristiani di Tessalonica: “Noi vi volevamo dare non solo il Vangelo, ma la nostra stessa vita”.

 

25 ottobre 2018, 13:30