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Papa: ho voluto l’Accordo con la Cina, il dialogo è la strada

Quella sull’Accordo con la Cina è stata una delle risposte del Papa più attese dai giornalisti sul volo di rientro dal Baltico. Tra i temi toccati dal Papa la difesa dell’identità delle tre Repubbliche, la condanna degli armamenti e quella degli abusi del clero, definiti una mostruosità.

Alessandro De Carolis - Città del Vaticano

C’è più di un viaggio nel viaggio di Francesco nel Baltico. O meglio l’esperienza appena vissuta si ramifica presto in un intreccio di temi sui quali il Papa ha voglia di esprimersi, temi che sono l’architrave del suo magistero. Così accade un rovesciamento di ruoli, a un certo punto è l’intervistato a pungolare i giornalisti sul volo di rientro da Tallinn, a chiedere “domande sul viaggio”, frenando le altre che fremono sui taccuini. Perché le tre rivoltegli dai colleghi dei Paesi visitati non bastano a fargli esprimere appieno cosa sia stato per lui immergersi nella realtà delle “tre sorelle”.  Quattro giorni a contatto con le piaghe della memoria che accomunano Lituania, Lettonia ed Estonia, con i loro conti tra un presente politico che le ha proiettate a ovest e radici che le trattengono sul versante opposto, con un futuro che il Papa ha più volte auspicato nel segno della speranza, di una autentica riconciliazione.

 

L’identità da conservare

E’ come se Francesco avesse un mosaico da comporre. Primo, insistere, come fatto praticamente ogni giorno del viaggio, sulla conservazione dell’identità dei Paesi baltici, troppe volte calpestata da invasori crudeli e custodita da coloro che ieri se ne sono serviti come scudo contro le dittature e oggi, anziani, hanno il dovere di trasmetterla ai giovani con l’intero retaggi di cultura, fede, arte. Poi, ripensando alle stanze tortura nel Museo delle vittime di Vilnius, per condannare la violenza e lo “scandalo” del commercio legale e illegale delle armi che la fomenta. E’ “lecito” e onorevole, sostiene, difendere la patria ma uno Stato dovrebbe dotarsi di “un ragionevole e non aggressivo esercito di difesa”. E ancora richiamare al più volte citato principio della “prudenza”, sull’immigrazione, che nelle Repubbliche baltiche è sia in entrata che in uscita, notando come gli stessi capi di Stato appena incontrati abbiano riconosciuto il valore dell’“accoglienza”.

 

Cina, la “saggezza” dell’Accordo

Poi Francesco si sottomette al dovere di cronaca. L’Accordo provvisorio con la Cina è l’argomento che all’arrivo in Lituania ha spostato molto più a est  l’attenzione degli esperti di cose vaticane. Le critiche sulla svolta maturata sabato scorso, su cui la Santa Sede lavora da dieci anni, sono note: il Vaticano avrebbe “svenduto” la Chiesa a Pechino. Il Papa replica con calma: l’Accordo “l’ho firmato io”, “sono io il responsabile”, e chiede di “pregare” per chi, “avendo tanti anni alle spalle di clandestinità”, oggi non ne comprende la portata. In ogni accordo di pace, ricorda, “tutte e due le parti perdono qualcosa” e tuttavia adesso, rimarca, “è il Papa a nominare” i vescovi cinesi. Francesco loda la “pazienza” e la “saggezza” di negoziatori vaticani – dal cardinale Parolin a mons. Celli al padre Rota Graziosi – asserendo di aver valutato tutti i “dossier” dei vescovi la cui nomina non aveva ancora l’avallo pontificio e rammentando che essa sia diventata di esclusiva pertinenza papale in tempi non così lontani.

 

La “grande fede” dei cinesi

E sempre sulla Cina, Francesco offre un tributo alla “grande fede” dei cattolici così a lungo provata. “Sempre in un accordo – riconosce – c’è sofferenza” e rivela un aneddoto: in occasione del “famoso comunicato di un ex nunzio apostolico”, che aveva spinto molti episcopati a esprimergli vicinanza, anche i fedeli cinesi lo hanno fatto firmando in modo significativo, quelli della Chiesa tradizionale e non, una comune lettera per dire al Papa la propria solidarietà. Per lui quello, ha detto Francesco, “è stato il segno”.

 

Gli abusi sono mostruosi

Il Papa risponde alla domanda di una giornalista tedesca prendendo spunto dalle parole dette ai giovani estoni. Sarebbe “mostruoso” dice anche se ci fosse un solo prete ad aver commesso questo crimine. Confessa di non aver mai “firmato una richiesta di grazia” davanti a una notizia di condanna in relazione ai casi segnalati dalla Congregazione per la Dottrina della fede. Gli abusi sessuali ci sono dappertutto ma nella Chiesa, incalza, sono ben peggiori perché i sacerdoti devono “portare i bambini a Dio” e su questo “non c’è negoziato”. Tuttavia, osserva il Papa, non si deve commettere l’errore di interpretare il passato con il metro di giudizio, con “l’ermeneutica”, di oggi in cui si ha una diversa sensibilità. Francesco prende ad esempio la Chiesa della Pennsylvania. Una volta questi crimini “si coprivano”, mentre “da quando la Chiesa ha cominciato a prendere coscienza di questo ce l’ha messa tutta”.

 

25 settembre 2018, 23:00