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Papa Francesco al Memoriale dell'11 settembre Papa Francesco al Memoriale dell'11 settembre

I Papi e l’11 settembre, l’amore più forte dell’odio

Di fronte alla barbarie del terrorismo, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco hanno richiamato l’umanità a percorrere la via dell’amore che vince ogni forma di odio e di violenza.

Alessandro Gisotti – Città del Vaticano

E’ il 12 settembre. Mercoledì mattina. Piazza San Pietro è gremita di fedeli, come di consueto per l’udienza generale, ma il clima che si respira oggi non è gioioso come avviene in queste occasioni. Negli occhi della gente ci sono ancora le immagini di terrore del giorno prima: il crollo delle Torri Gemelle, l’aereo che si schianta sul Pentagono, gente disperata che fugge da uno scenario infernale, la polvere, il sangue, i morti per le strade. Sono le immagini che anche Giovanni Paolo II, nella residenza di Castel Gandolfo, ha visto con sgomento e angoscia. Karol Wojtyla – racconterà Joaquín Navarro-Valls – vuole mettersi subito in contatto telefonico con il presidente americano per esprimere il suo dolore e la sua vicinanza al popolo degli Stati Uniti, ma George W. Bush è irraggiungibile per motivi di sicurezza. Così viene inviato un telegramma in cui il Papa parla di “orrore”, “inumani attacchi” e assicura le sue preghiere “in questa ora di sofferenza e di prova”.

Giorno buio nella storia dell’umanità, ma l’odio non prevalga

Uno speaker in Piazza San Pietro sottolinea che l’udienza è segnata dai “drammatici eventi” del giorno prima. “Proprio per creare un clima di raccoglimento e di preghiera – prosegue – il Santo Padre desidera che non si facciano applausi”. La voce di Karol Wojtyla si incrina per la commozione quando afferma che l’11 settembre “è stato un giorno buio nella storia dell’umanità, un terribile affronto alla dignità dell’uomo”. Il cuore dell’uomo, soggiunge, “è un abisso da cui emergono a volte disegni di inaudita ferocia”. E facendo sua la domanda angosciante che molti hanno nel cuore, si chiede “come possano verificarsi episodi di così selvaggia efferatezza”. Tuttavia, il futuro Santo non lascia spazio ad una sterile disperazione. Anche nel momento più buio, ricorda che “il credente sa che il male e la morte non hanno l’ultima parola”, anche se “la forza delle tenebre sembra prevalere”. Papa Wojtyla prega il Signore “perché non prevalga la spirale dell’odio e della violenza” e chiede alla Vergine di suscitare in tutti “pensieri di saggezza e propositi di pace”.

Mai la religione sia usata come motivo di conflitto

Pochi giorni dopo, è in programma la visita di Giovanni Paolo II in Kazakhstan, Paese a maggioranza musulmana. In molti sconsigliano il Papa di andarci. Troppo pericoloso, anche perché nel frattempo la Casa Bianca ha avviato la macchina bellica che il 7 ottobre attaccherà l’Afghanistan dopo il rifiuto da parte dei talebani di consegnare Osama Bin Laden. Wojtyla teme un’escalation senza precedenti e fa di tutto perché non prevalga quello che già in molti definiscono “scontro di civiltà”. Il Papa va dunque in Kazakhstan e dalla capitale Astana lancia un appello affinché tutti, cristiani e seguaci di altre religioni, “cooperino per edificare un mondo privo di violenza, un mondo che ami la vita e si sviluppi nella giustizia e nella solidarietà”. “La religione – dice con parole accorate – non deve mai essere utilizzata come motivo di conflitto”. E invita “sia i cristiani sia i musulmani a pregare intensamente l’Unico Dio Onnipotente che tutti ci ha creati, affinché possa regnare nel mondo il fondamentale bene della pace”. Un impegno per il quale Giovanni Paolo II, anziano e malato, non risparmia energie convocando nel gennaio del 2002 un nuovo Incontro delle religioni per la pace ad Assisi sulla scia dello storico primo raduno del 1986.

Lavoriamo per un mondo in cui regni la pace e l’amore

Sette anni dopo quel terribile martedì di settembre, il 20 aprile 2008, un Papa si reca a Ground Zero. Benedetto XVI sceglie di non pronunciare alcun discorso. Incontra i parenti delle vittime e i soccorritori, gli eroi di quel giorno. Accende un cero in ricordo di tutte le vittime di New York, di Washington e del volo United 93. Quindi, si raccoglie in preghiera al centro dell’immensa cavità dove un tempo si ergevano le Twin Towers. Sotto un cielo grigio, che contrasta con l’immagine del cielo terso del giorno degli attentati, il Pontefice in ginocchio - in un silenzio quasi surreale, rotto solo dal suono delle cornamuse dei Vigili del Fuoco di New York - invoca il Dio “dell’amore, della compassione e della riconciliazione”. Benedetto XVI chiede al Signore di portare la sua pace “nel nostro mondo violento”, “pace nei cuori di tutti gli uomini e le donne e pace tra le nazioni della terra”. “Confortaci e consolaci, rafforzaci nella speranza – conclude il Papa, con a fianco l’arcivescovo di New York, Edward Egan – e concedici la saggezza e il coraggio di lavorare instancabilmente per un mondo in cui pace e amore autentici regnino tra le nazioni e nei cuori di tutti”.

A Ground Zero, una rosa bianca sui nomi delle vittime

Passano altri sette anni e questa volta Papa Francesco trova uno scenario completamente diverso rispetto al suo predecessore. Dove c’era il cratere di Ground Zero si trova ora il Memoriale dell’11 settembre, due immense vasche della dimensione delle impronte delle Torri Gemelle. Sui bordi, sono iscritti i nomi delle 2974 vittime di 90 nazionalità diverse. Qui, il 25 settembre del 2015, Francesco, visibilmente commosso, posa una rosa bianca prima di raccogliersi in preghiera. Il cielo questa volta ricorda quello della mattinata di 14 anni prima, ma a fare ombra non ci sono più le Twin Towers ma la Freedom Tower, il più alto grattacielo degli Stati Uniti, inaugurato solo pochi mesi prima della visita papale. Come già Benedetto XVI, Francesco incontra i parenti delle vittime, i soccorritori, accompagnato dall’arcivescovo della città, Timothy Dolan. Anche questa visita è contraddistinta dal silenzio. Unico suono: lo scroscio dell’acqua delle grandi fontane del memoriale.

Le religioni siano forze di pace, giustizia e riconciliazione

Assieme al momento di commemorazione delle vittime, Francesco vuole lanciare – proprio da un luogo così simbolico – un appello affinché le religioni lavorino assieme per la pace e contro ogni strumentalizzazione del nome di Dio. Si rivive dunque lo spirito dell’iniziativa che San Giovanni Paolo II aveva promosso pochi mesi dopo l’11 settembre con l’Incontro dei leader religiosi ad Assisi. L’immagine non potrebbe essere più eloquente: il Papa, con accanto un imam e un rabbino, pregano assieme contro il terrorismo e contro la guerra. Si susseguono meditazioni indù, buddista, sikh, cristiana e musulmana sulla pace. E ancora la preghiera ebraica per i defunti. “Spero – dice Francesco – che la nostra presenza qui sia un segno potente delle nostre volontà di condividere e riaffermare il desiderio di essere forze di riconciliazione, forze di pace e di giustizia in questa comunità e in ogni parte del mondo”. Il Papa esorta a bandire i sentimenti “di odio, di vendetta, di rancore”. Solo così, afferma, potremo “chiedere al cielo il dono di impegnarci per la causa della pace”. 

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11 settembre 2018, 08:00