· Città del Vaticano ·

Per gli innocenti che soffrono una sentenza ingiusta

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg

Nella messa a Santa Marta il Papa chiede di perseverare nel servizio alla Chiesa nonostante le cadute

07 aprile 2020

«Io vorrei pregare oggi per tutte le persone che soffrono una sentenza ingiusta per l’accanimento». Con queste parole Papa Francesco ha iniziato, martedì mattina, 7 aprile, la celebrazione della messa — trasmessa in diretta streaming — nella cappella di Casa Santa Marta.

«In questi giorni di Quaresima abbiamo visto la persecuzione che ha subito Gesù e come i dottori della Legge si sono accaniti contro di lui: è stato giudicato sotto accanimento, con accanimento, essendo innocente» ha detto, a braccio, il Pontefice. Rafforzando subito la sua preghiera con il versetto 12 del salmo 27 — «Non consegnarmi in potere dei miei nemici; contro di me sono insorti falsi testimoni, gente che spira violenza» — letto come antifona d’ingresso.

Per la meditazione nell’omelia, il Papa ha preso spunto dalle letture proposte dalla liturgia del giorno, tratte dal libro del profeta Isaia (49, 1-6) e dal Vangelo di Giovanni (13, 21-33. 36-38), chiedendo la grazia di perseverare nel servizio, nonostante le cadute.

«La profezia di Isaia che abbiamo ascoltato — ha spiegato — è una profezia sul Messia, sul Redentore, ma anche una profezia sul popolo di Israele, sul popolo di Dio: possiamo dire che può essere una profezia su ognuno di noi». Perché, «in sostanza, la profezia sottolinea che il Signore ha eletto il suo servo dal seno materno: per due volte lo dice. Dall’inizio il suo servo è stato eletto, dalla nascita o prima della nascita» (cfr. Isaia 49, 1).

E se, ha detto il Papa, «il popolo di Dio è stato eletto prima della nascita», lo stesso vale anche per «ognuno di noi. Nessuno di noi è caduto nel mondo per casualità, per caso. Ognuno ha un destino, ha un destino libero, il destino dell’elezione di Dio». Dunque, ha insistito Francesco, «io nasco con il destino di essere figlio di Dio, di essere servo di Dio, con il compito di servire, di costruire, di edificare. E questo, dal seno materno».

«Il Servo di Yahvé, Gesù, servì fino alla morte: sembrava una sconfitta, ma era il modo di servire» ha affermato il Pontefice. Proprio «questo sottolinea il modo di servire che noi dobbiamo prendere nella nostra vita: servire è darsi, darsi agli altri; servire è non pretendere per ognuno di noi qualche beneficio che non sia il servire».

«È la gloria, servire» ha rilanciato il Papa. E «la gloria di Cristo è servire fino ad annientare sé stesso, fino alla morte, morte di Croce» (cfr. Lettera a Filemone 2, 8). Gesù «è il servo di Israele. Il popolo di Dio è servo, e quando il popolo di Dio si allontana da questo atteggiamento di servire, è un popolo apostata: si allontana dalla vocazione che Dio gli ha dato». Così, allo stesso modo, «quando ognuno di noi si allontana da questa vocazione di servire, si allontana dall’amore di Dio ed edifica la sua vita su altri amori, tante volte idolatrici».

«Il Signore ci ha eletti dal seno materno» ha proseguito Francesco, spiegando: «Ci sono, nella vita, cadute: ognuno di noi è peccatore e può cadere ed è caduto». In realtà «soltanto la Madonna e Gesù» non sono caduti, ma «tutti gli altri siamo caduti, siamo peccatori».

«Ma quello che importa — ha spiegato il Pontefice facendo riferimento al brano del Vangelo di Giovanni — è l’atteggiamento davanti al Dio che mi ha eletto, che mi ha unto come servo». Deve essere sempre «l’atteggiamento di un peccatore che è capace di chiedere perdono, come Pietro, che giura che “no, io mai ti rinnegherò, Signore, mai, mai, mai!”: poi, quando canta il gallo, piange. Si pente» (cfr. Matteo 26, 75). E «questa è la strada del servo: quando scivola, quando cade, chiedere perdono».

«Invece — ha messo in guardia il Papa — quando il servo non è capace di capire che è caduto, quando la passione lo prende in tal modo che lo porta all’idolatria, apre il cuore a satana, entra nella notte: è quello che è accaduto a Giuda» (cfr. Matteo 27, 3-10).

Concludendo la meditazione, Francesco ha invitato a pensare «oggi a Gesù, il servo, fedele nel servizio. La sua vocazione è servire, fino alla morte e morte di Croce» (cfr. Lettera a Filemone 2, 5-11). E, ha esortato, «pensiamo a ognuno di noi, parte del popolo di Dio: siamo servi, la nostra vocazione è per servire, non per approfittare del nostro posto nella Chiesa. Servire. Sempre in servizio». Per questo, ha insistito, «chiediamo la grazia di perseverare nel servizio: a volte con scivolate, cadute, ma» con «la grazia almeno di piangere come ha pianto Pietro».

Successivamente, con la preghiera del cardinale Merry del Val, Papa Francesco ha invitato «le persone che non si comunicano» a fare la comunione spirituale. E ha concluso la celebrazione con l’adorazione e la benedizione eucaristica. Per poi affidare alla Madre di Dio — accompagnato dal canto dell’antifona Ave Regina Caelorum — la sua preghiera, sostando davanti all’immagine mariana della cappella di Santa Marta.