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Ecologia delle menti

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Intervista all’economista Patrizio Bianchi, nominato a capo della Commissione sulla riapertura delle scuole

18 aprile 2020

Si definisce un economista “applicato” e, in effetti, il percorso di Patrizio Bianchi non rispecchia solo quello dell’accademico dalle numerose pubblicazioni di storia del pensiero economico, teoria delle politiche industriali e analisi delle evoluzioni sociali che, a livello globale, hanno coinvolto e coinvolgono strutturalmente i nostri sistemi e l’ambiente. Ma comprende anche un lungo impegno in complesse e difficili trattative per l’attuazione delle politiche pubbliche, dalla privatizzazione di gruppi statali allo sviluppo del Mezzogiorno, dalla crescita di piccole imprese dell’America Latina alla riorganizzazione dell’industria nel sud della Cina. Dalla cattedra dell’Alma Mater Università di Bologna, si è trasferito a Ferrara per fondare la facoltà di Economia, oggi valutato tra i più eccellenti dipartimenti italiani. Da rettore dello stesso ateneo, ha assunto, poi, la carica di assessore a Europa, educazione e lavoro della Regione Emilia-Romagna. In questo ruolo, si è trovato a gestire la riapertura delle scuole, dopo il drammatico terremoto dell’Emilia del 2012, e, in seguito, a coordinare quel Patto per il lavoro, che — con il coinvolgimento di tutte le forze sociali — ha portato ad un dimezzamento della disoccupazione. Infine, l’ultima avventura: la nascita a Bologna del più imponente centro di supercalcolo scientifico d’Europa e il ritorno al mondo accademico ferrarese con la prestigiosissima cattedra Unesco di educazione, crescita ed eguaglianza. È di queste ore la nomina ministeriale a presidente della Commissione sulla riapertura delle scuole in Italia.

Professore, cosa significa, in piena crisi pandemica, occuparsi di educazione, crescita ed eguaglianza con l’approccio Unesco, dunque, in una dimensione planetaria? E come si uscirà dal tunnel?

La pandemia ha dimostrato la fragilità dell’economia mondiale e ne ha disvelato tutte le incongruenze, prima fra tutte l’insostenibile diseguaglianza fra una ristretta cerchia di individui, che controllano le reti mondiali di connessione, e la stragrande parte della popolazione trascinata dalla pandemia sull’orlo della povertà, aggiungendoli ai milioni di soggetti che, da tempo, già non godevano di condizioni dignitose. Bisogna tornare a generare risorse, per rispondere ai bisogni di una popolazione mondiale giunta ai limiti della sopravvivenza, ma farlo ripensando profondamente allo stesso concetto di crescita, che non può diventare motivo di conflitto permanente, accendendo focolai di odio in tutto il pianeta.

Come immagina il nuovo modello di crescita?

A tale proposito, il Santo Padre ha scritto pagine illuminate nella sua seconda enciclica Laudato si’, che non a caso porta in sottotitolo la dizione «Sulla cura della casa comune», richiamando direttamente l’etimologia del termine economia. La premessa è che si parta dalla necessità di una cura consapevole e condivisa della casa comune, che è il pianeta che abitiamo, ma è anche il territorio che condividiamo con una comunità di cui siamo parte integrante e verso la quale dobbiamo sentirci responsabili. Cura della casa comune non si riduce alla sola tutela dell’esistente — quando è evidente che questo non basta — ma si compie nello stimolare innovazioni sostanziali e nell’attivare competenze e tecnologie, tese al raggiungimento degli obiettivi identificati dalle Nazioni Unite: dal diritto alla salute a quello all’istruzione, dall’accesso all’acqua alla tutela della biodiversità.

Come si combinano con la crescita, eguaglianza ed educazione?

L’eguaglianza deve essere il faro di questa nuova economia. Il concetto di eguaglianza non significa che siamo tutti uguali: affatto, siamo tutti diversi, ma significa avere uguale diritto alla diversità. Proprio perché ognuno ha diritto di essere se stesso e diverso dall’altro, dobbiamo spingerci, sforzarci al confronto per poi integrarci in comunità aperte e solidali. In questo, il principio di efficienza non è solo dato dalla specializzazione individuale, ma dalla complementarietà e dall’incontro delle competenze, realizzabile solo attraverso la rinuncia di ognuno ad una parte di sé per partecipare — insieme — ad un disegno comune più ampio. L’eguaglianza, che ognuno riconosce all’altro, è alla base di una sana dinamica sociale di integrazione e coesione, ed è la vera fonte di crescita.

Qui entra in gioco il terzo pilastro: l’educazione.

Esatto. Lo strumento fondamentale di questa dinamica sociale aggregante ed inclusiva è la scuola, dunque, educazione, formazione, ricerca e capacità di produrre cultura.

Quale è l'’mportanza della scuola nel tempo di internet e di wikipedia?

Liberata dal ruolo di dispensatore di informazioni e stimoli — essendo tutti noi inondati da un’alluvione di messaggi, video, giochi — la scuola torna alle origini, recuperando tre antiche funzioni: abilitare a sfruttare gli strumenti della contemporaneità, ad interpretare gli eventi del proprio tempo, ad infondere la volontà di costruire una comunità. Oggi questo si traduce nell'insegnare a bambini e ragazzi il corretto approccio, ad esempio, alle piattaforme social, per non esserne schiavi. Il che implica trasmettere loro valori che siano bussola di riferimento tale da permettere di navigare, senza naufragare, in un mare magnum di informazioni acritiche. Oggi non basta capire, e già non sarebbe poco, cosa accade nel mondo: occorre “com-prendere”, ovvero relazionare, connettere, dare senso a quanto accade, cercando un punto di sintesi anche laddove la realtà appare incomprensibile. Che senso ha l’Olocausto, la guerra in Siria o le tante tragedie dimenticate d’Africa? Tutto ciò deve costruire quello spirito di solidarietà e coesione, che permette di reggere, sopportare e sconfiggere tragedie immani, pandemie incluse. La scuola o è il luogo che perpetua le diseguaglianze o quello che costruisce comunità, in cui poi crescere, ispirandosi alla Laudato si’.

Questa nuova economia deve oggi misurarsi con una realtà basata, al contrario, su princìpi ben diversi, da un consumismo che ha devastato l’ambiente, ad un individualismo che ha portato ad una concorrenza spietata: qui, non sembra trovare spazio la visione comunitaria da lei indicata.

E, infatti, vediamo i frutti avvelenati con un sistema che — nel suo attuale schema — alle prese con una pandemia globale, appare del tutto disarmato, se non primitivo, nonostante l’imponente dispiego di tecnologie e risorse finanziarie, distintivo della nostra epoca. Dopo aver minimizzato l’impatto dell’epidemia, si è proposta come unica misura il distanziamento sociale, cioè l’antica quarantena, che si traduce nell’impedire la socialità, spesso superficiale e frettolosa, di questi anni, retta dal paradigma di base dell’individualismo economico. Per questo, la crisi — etimologicamente fine e ripartenza — sia occasione per definire un modello in cui, come dice Papa Francesco, all’ecologia delle cose si aggiunga un’ecologia delle menti, che aiuti a riappropriarci di quella spinta innovativa, necessaria a rendere globalmente sostenibile la ripresa.

Intanto, però, il prolungarsi della pandemia sta mettendo in ginocchio imprese e famiglie. Come coniugare la necessità di riorganizzarsi con quella di mettere al riparo, per quanto possibile, lavoro e redditi? Bastano gli aiuti europei in una condizione in cui il Fmi prevede una riduzione del 3 per cento, del 7 per cento, del 9 per cento del Pil, a livello mondiale, europeo e nazionale?

Per questo l’uscita dalla crisi non potrà portare ad un ritorno alla condizione precedente. Da 20 anni l’Italia cresce meno di tutti i paesi sviluppati: nel 2019, il nostro paese, con un debole +0,3 per cento, non garantiva né lavoro né consumi interni. Nemmeno la crescita delle esportazioni, dovuta all’elevato livello del nucleo di imprese di automazione e robotica poteva trascinare la risalita dell’intero paese. È chiaro che, in fase di emergenza, si richiede l’immissione di liquidità nel sistema, ma, poi, occorre progettare il futuro. La prospettiva di un Green New Deal, ipotizzato dalla presidente della Commissione europea von der Leyen, deve essere sostenuta da risorse adeguate, così come diviene necessario un piano di infrastrutture che copra tutta l’Europa, di presidi medici che contrasti il rischio di nuove epidemie e una rete di controllo delle acque a protezione da eventi naturali estremi. Un tale complesso di investimenti, non solo avrebbe l’effetto di sostenere la domanda aggregata, ma di stimolare straordinariamente la ricerca internazionale. In questa prospettiva, l’Italia vanta assolute eccellenze in ambito imprenditoriale ed è il perno della rete di infrastrutture del supercalcolo scientifico.

Prima dello scoppio della pandemia, era previsto un incontro ad Assisi sull’economia di Papa Francesco, ora posticipato a novembre. Quale significato assumerà allora?

Il Papa si rivolge a “tutti gli uomini di buona volontà” e, mai come oggi, abbiamo bisogno di farci coraggio, esprimendo ognuno il meglio di noi, alla ricerca di nuove vie di sviluppo. Siamo chiamati tutti a crescere responsabilmente, ponendo al centro l’altro, perché ad ogni vita umana sia concessa la possibilità di una esistenza dignitosa e di una convivenza civile. Mi sembra una ambizione realistica e, contemporaneamente, profetica.

di Silvia Camisasca