· Città del Vaticano ·

Un gregge da salvare

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· L’opera di don Bosco e dei suoi giovani nella Torino colpita dal colera ·

23 marzo 2020

Nel corso dell’Ottocento, a più riprese, Torino fu devastata dal colera che infuriò soprattutto nei quartieri più poveri della città, sovraffollati e privi di adeguate strutture igienico-sanitarie. La malattia, originata dal batterio vibrio cholerae, seminava il terrore: le persone colpite accusavano diarrea profusa, vomito, violenti crampi muscolari, disidratazione e sete intensa. Poiché in quel tempo non c’erano cure efficaci, le morti erano così frequenti che rapidamente scomparvero famiglie intere. L’epidemia del 1854, iniziata con i primi casi il 25 luglio e per la quale le autorità dichiararono la fine dell’emergenza solo il 21 novembre, causò nella città piemontese 1248 decessi. Fu particolarmente virulenta nella zona di Borgo Dora, segnata da miseria e squallore, dove già nel primo mese, su ottocento persone contagiate, si registrarono cinquecento morti. Proprio vicino a Borgo Dora, a Valdocco, viveva un sacerdote il cui nome ora è noto a tutto il mondo: don Bosco (1815-1888).

 

Mentre la stessa famiglia reale, alle prime avvisaglie del morbo, in carrozze sprangate abbandonava Torino per riparare nel castello di Caselette, chi poteva permetterselo fuggiva a precipizio, con scene simili a quelle descritte da Federico De Roberto ne I Viceré a proposito del colera che colpì la sua Sicilia; mentre i quartieri diventavano sempre più spettrali, con le botteghe chiuse e le vie deserte, il santo, dimentico di sé, si dedicò a curare e confessare i malati, aiutato dai suoi collaboratori e dai suoi giovani.

Don Giovanni Battista Lemoyne, nel quinto volume de Le memorie biografiche di don Giovanni Bosco, testimonia: «Da persona degna di fede abbiamo saputo che, fin dai primi giorni del pericolo, don Bosco prostrato davanti all’altare fece questa preghiera al Signore: “Mio Dio, percuotete il pastore, ma risparmiate il tenero gregge”. Poi, rivolgendosi alla beatissima Vergine, disse: “Maria, voi siete Madre amorosa e potente; deh! Preservatemi questi amati figli; e qualora il Signore volesse una vittima tra noi, eccomi pronto a morire quando e come a Lui piace”».

La sera del 5 agosto, Giovanni Bosco fece questo discorso ai suoi giovani: «Ecco dunque, miei cari figli, i rimedi che vi suggerisco per andare esenti dal colera. Sono i medesimi prescritti dai medici: sobrietà, temperanza, tranquillità di spirito e coraggio. Ma come potrà avere tranquillità di spirito e coraggio chi è in peccato mortale? Io voglio anche che ci mettiamo anima e corpo nelle mani di Maria. Quale medicina è migliore e più efficace della Regina del Cielo, chiamata dalla santa Chiesa “Salute degli infermi”, Salus infirmorum? [...] Nell’anno 1835 questa stessa malattia fece la sua visita a Torino, ma la Vergine santissima la cacciò presto. In memoria di questa grazia, la città innalzò la bella colonna di granito, colla statua di marmo bianco della beata Vergine in cima, che noi vediamo tuttora sulla piazzetta del santuario della Consolata. Maria non ci difenderà di nuovo quest’anno, allontanando questo male tremendo, o almeno non lasciandolo infierire con tanta forza tra noi? [...] Se voi vi metterete tutti in grazia di Dio e non commetterete alcun peccato mortale, io vi assicuro che nessuno di voi sarà colpito dal colera».

Poi don Bosco si mise subito all’opera. Nei dormitori i letti vennero allontanati fra loro, le camere furono lavate a fondo, il vitto fu migliorato. Don Giovanni Battista Francesia ricordava: «Quell’anno si anticiparono gli esami e prima che finisse luglio tutte le scuole furono chiuse». Appena il municipio aprì due lazzaretti per la zona di Borgo Dora, tanto colpita, il santo si recò subito a portare il suo aiuto ai malati, sia come confessore sia come infermiere. Mamma Margherita, sempre trepidante per la salute del figlio, quella volta disse che per Giovanni era doveroso affrontare il contagio. C’era un grande bisogno di persone che curassero i malati, ma tanti avevano paura e si tiravano indietro. Nelle cronache dell’epoca si legge: «In certi luoghi, appena uno era assalito dal male, i vicini e talora gli stessi parenti impaurivano e lo abbandonavano. Fu talora perfino mestieri che i becchini passassero per le finestre o rompessero le porte, per entrare nelle case ed estrarne i cadaveri».

In tale situazione di grande necessità, don Bosco decise di chiedere ai suoi giovani se qualcuno si offriva volontariamente per assistere gli infermi. Alla sua richiesta dapprima risposero quattordici ragazzi, poi altri trenta. Nessuno di loro fu colpito dall’epidemia. Affrontarono con slancio la fatica, sotto il caldo torrido, nell’aria piena di esalazioni malsane, senza perdere il sorriso e il bel garbo, anche quando si videro incompresi e perfino presi a sassate. La gente temeva di finire al lazzaretto, anche perché, come spiegarono i cronisti dell’Ottocento, «s’incaponiva nell’idea che i medici somministrassero ai malati una bibita avvelenata, cui a Torino davasi il nome d’acquetta, e ciò allo scopo di farli più presto morire e per tal modo scongiurare più facilmente il pericolo per sé e per gli altri».

I giovani non si scoraggiarono, continuando a servire amorevolmente i malati nelle loro abitazioni e nei lazzaretti, felici di collaborare con don Bosco. Correvano da mamma Margherita per farsi dare della biancheria per i più miseri. E lei dava tutto quello che aveva, anche il suo scialle, anche i suoi vestiti. Le rimase solo l’abito che indossava. Alla fine decise di donare, dopo aver chiesto il consenso del figlio, una tovaglia della mensa dell’altare, un amitto, un camice, nella consapevolezza che «le membra di Gesù sono i poverelli».

Nell’agosto 1884, quando di nuovo s’affacciò la minaccia del colera, Giovanni Bosco scrisse a tutti i direttori delle case salesiane, raccomandando di dare «quotidianamente la benedizione col SS. Sacramento», di usare «i riguardi consigliati dalla cristiana prudenza, onde evitare il morbo fatale». Poi sottolineava: «Desidero che, occorrendo il bisogno, ci prestiamo a servizio del nostro prossimo, per quanto la nostra condizione lo permette, sia nell’assistere gli infermi, sia nel soccorrere spiritualmente e anche accogliere nei nostri ospizi quei giovanetti poveri che rimanessero orfani e abbandonati per causa della malattia dominante». Concludeva con «i più cordiali saluti per tutti codesti miei cari figli».

di Donatella Coalova