· Città del Vaticano ·

Quella discesa graduale verso il Male

© 2020 HarperCollins Italia© Zosia Dzierżawska.jpg

In libreria una riedizione di «Una bambina e basta» di Lia Levi

27 marzo 2020

«Questo libro — spiegava la scrittrice Lia Levi, ospite della mia scuola venticinque anni fa, presentando Una bambina e basta (1994) — non era un libro, erano i miei ricordi, le mie emozioni, l’ho tenuto molti anni dentro di me (...) La mia è una storia drammatica, non tragica».

E fu amore per quella bambina, di noi grandi cui diede le parole adatte per raccontare nei giusti modi e nei giusti tempi cose che non finiranno mai di essere inspiegabili; e dei ragazzi, che si lasciavano accompagnare nel flusso di memoria e di fatti descritti al presente, in presa diretta, si immedesimavano nell’autrice e alla fine si facevano domande. Alcuni dal Pigneto si spinsero a villa Sciarra per conoscere dove Lia aveva giocato a “guerra francese”, che suonava più elegante di ruba bandiera, e lo raccontarono con orgoglio durante l’esame di terza media.

Ora Lia Levi ripropone Una bambina e basta raccontata agli altri bambini e basta edito da Harper Collins (Milano, 2020, pagine 133, euro 13). In questa nuova edizione, delicatamente illustrata da Zosia Dzierzawaska, l’autrice si rivolge ai più piccoli, agli attuali coetanei di quella bimba timidissima di prima elementare alla quale la mamma, nell’estate del 1938, annuncia che da settembre dovrà cambiare scuola.

La bambina accoglie quasi con soddisfazione la notizia, in quella scuola «era come se in classe non ci fossi mai stata» ma vive con senso di colpa quell’evento. Forse è colpa sua, che a scuola non parla mai, se non la vogliono più? Però si chiede: «Che gliene importa a Mussolini che comanda su tutti se certi bambini ebrei (solo certi) non sono tanto bravi a scuola perché non gli esce la voce?». Anche Daniel, il meraviglioso protagonista dell’altro libro di Lia Levi La portinaia Apollonia (Premio Andersen 2005) trova strano che la mamma debba ricamare di nascosto le lenzuola per le suore, forse «i tedeschi non fanno lavorare gli ebrei perché non vogliono che si stanchino?».

Ma Daniel può rimanere ancora nelle sue risposte soffici, nelle file per il pane salta su «come un pupazzo a molle da dentro una scatola», ma è piccolo, non va a scuola; Lia sì, non andrà più in quella pubblica però c’è la scuola ebraica e si chiede perché non ci siano lavori ebraici quando il papà perde il suo.

Il racconto si srotola con naturalezza, in un intreccio senza sbavature fra individuale e collettivo, con la cronologia lineare dei bambini, estate, inverno, anno dopo anno.

Uniche eccezioni le spiegazioni, e a volte le anticipazioni, più illustrate che scritte, quando «la Storia, quella con la S maiuscola, si fa troppo complicata». La discesa verso gli anni delle persecuzioni è graduale, a segnare le varie tappe all’inizio sono solo microeventi, accadimenti che si possono manifestare in contesti del tutto ordinari «e anche mamma e papà facevano finta di niente».

Non si può andare in vacanza, non si possono avere apparecchi radio, ma la vera sofferenza per Lia e le sorelle sarà perdere la tata Maria che andrà dai vicini; «un cristiano non può lavorare nella casa di una famiglia ebraica».

Infine la fuga nel convento dove non si sta bene come a casa, ma nemmeno male, lì c’è anche un palcoscenico vero e ci sono altre bambine come lei che vengono accompagnate dai genitori. «Per favore nascondetele voi»: le suore dicono sempre di sì e alla fine la camerata sembra un unico grande letto, quasi un pavimento dove si poteva camminare e dove capita anche che una bimba di tre anni, Spepetto, una notte pianga e «sembra un pianto segreto soffocato da un cuscino come succede ai grandi».

Poi la liberazione, l’esilio è finito nella promessa di una stagione dove non ci sono distinzioni. Incontrando Adolph Eichmann, Hannah Arendt si trovò davanti un uomo grigio insignificante, del tutto privo di connotazioni diaboliche, che aveva eseguito gli ordini e lo aveva fatto come se quello che stava compiendo fosse un atto meccanico, la cosa più normale e semplice del mondo.

Con questo testo prezioso, Lia Levi — attraverso il suo linguaggio piano, a volte lieve come nelle fiabe — spiega la “normalità del male” ai bambini. La sua, ci dice, è una storia qualsiasi, una storia nella quale, proprio per la sua semplice normalità, è facile scivolare nuovamente se ci asteniamo dal vedere gli indizi, talora inquietanti.

di Nicla Bettazzi