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La spiritualità nei graffiti di Roma

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Lo studio di Edmund Power tra ironia ed esegesi

27 marzo 2020

Solo un inglese e solo un monaco poteva scrivere un libro come Graffiti di Roma  (Roma, Lateran University Press, 2019, pagine 112, euro 10). Solo un inglese ha in effetti quella  straordinaria capacità di scrutare il dettaglio, l’esprit profondo dei luoghi e della gente che visita; un’attitudine che ha fatto dei viaggiatori ed esploratori britannici i più affascinanti e letti  narratori di viaggi della storia della letteratura. E solo un monaco, avvezzo allo studio esegetico della parola, alla lectio, alla immersione quotidiana nella ricerca del  significato molteplice e profondo delle parole e del loro suono, poteva scoprire la meraviglia di quelle parole dipinte sui muri, così vicine eppure così distratte,  cioè i graffiti che arredano e violentano tante parti di Roma. E infatti l’autore Edmund Power è monaco e inglese.  Ma un po’ speciale in entrambe le qualifiche. Come monaco è stato per lunghi anni abate di San Paolo fuori le Mura, la basilica pontificia custodita da circa 1300 anni dai figli di san Benedetto. Abate, ma con frequenti “fughe” esplorative verso il vicino quartiere popolare della Garbatella, dove è conosciuto e amato da molti.  E anche come inglese è un po’ speciale: vive nella città eterna da circa trent’anni; ormai un romano d’adozione. E questo libro, un piccolo scrigno di sapienza monastica, è appunto figlio di questi due caratteri.  

Lasciata la Basilica di San Paolo oggi Power vive nell’abbazia primaziale di Sant’Anselmo all’Aventino, insegnando nella contigua università e curando il percorso formativo dei novizi.  Ma non di rado inforca la bicicletta e scende giù verso Trastevere per inerpicarsi dal monastero di santa Cecilia lungo le salite del Gianicolo.

Ed è nel corso di queste meditative e faticose  escursioni che la sua attenzione si è fermata più volte sui tanti graffiti con cui il popolo notturno dei writers deturpa le mura anche degli angoli più belli di Roma.  

Pur esecrando questa abitudine incivile e vandalica (peraltro comune ormai a tante capitali europee) dom Edmund ha cominciato a osservarli in serie, a catalogarli, studiarli, ponendosi curiose domande.  Chi sono i cultori di questa trasgressione? Cosa li spinge a comunicare in questa forma così irrituale? Scrivono per essere letti o semplicemente per se stessi? È una forma di amplificazione esasperata del proprio pensiero o piuttosto la reazione a una frustrante timidezza diurna?  Perché sono spesso così criptici?  

E da lì, andando oltre, si è perso nel provare a immaginare la personalità del writer di turno, la sua storia, il senso più intimo di quella scritta che ha sentito il bisogno compulsivo di disegnare su un muretto di travertino o sulla spalletta di un ponte. Compulsivo perché se è vero che la persona che si aggira di notte con una bomboletta di vernice spray «lo fa in modo clandestino, e normalmente non vuole essere identificata; allo stesso tempo però ironicamente vuole essere sentita». Sentiti per cosa?  

I messaggi quando comprensibili sono i più vari: appassionati, divertenti, enigmatici, filosofici, lirici, osceni, poetici, politici, satirici, spiritosi. Precursori e propedeutici di quella espressione più elaborata che è la street art.

Edmund Power ne ha scelti dodici: dieci tra quelli avvistati a cavallo della bicicletta, e due invece presi dall’antichità, a dimostrare che l’abitudine di lasciare messaggi sui muri con buona pace dei trasgressivi writers non è invenzione recente. E tra questi il celebre asino crocefisso di Alessameno al Palatino.  

Su queste scritte murali l’autore costruisce delle storie di fantasia che pure potrebbero averle ispirate. Storie che svelano da parte dell’abate Power una buona conoscenza dei lineamenti caratteriali e psicologici di certa gioventù romana. Ma il libro non si esaurisce in un divertissement  antropologico culturale.  

Piuttosto da ogni graffito Power prende spunto per proporre una riflessione meditativa di carattere spirituale.  In fondo, che sia in positivo o più frequentemente in negativo, ogni graffito propone  un pensiero sul senso della vita. Se così non fosse forse il writer non sentirebbe il bisogno di imbrattare i muri.

L’autore allora si cimenta in quell’esercizio dialettico e formativo che era tipico delle origini del monachesimo. I discepoli dei Padri del deserto coltivavano la loro ascesi andando periodicamente a visitarli nelle loro Laure e interpellandoli con la richiesta «Abbà dammi una parola». Ed essi rispondevano con una parola o una brevissima frase su cui l’allievo era chiamato a meditare fino alla successiva visita.

Power analogamente da una sola parola o una brevissima frase (o finanche un numero, una data),  ricava una riflessione o una piccola storia fantastica e a seguire una profonda meditazione spesso integrata da riferimenti biblici.  Ritorna spesso in queste  sue meditazioni la voce e lo spirito  del salmista, «dopo una vita monastica trascorsa a recitare i salmi, essi si radicano nel cuore e le parole riecheggiano alla mente, perché  (...) il Salterio esprime preminentemente il grido dell’essere umano davanti al mistero dell’esistenza e l’eroismo della speranza».  

E così le parole dei muri di Roma si snocciolano come dalla lingua dei Padri: “Quelle”, “Oceano”, “09.04.16”, “Iulia è perfetta per te”, “Giardino”, “Paura”, e via scorrendo.  Il graffito dei vicoli di Trastevere: «Che tutto arda d’amor e poesia» diviene allora lo spunto per una digressione sull’amore in filosofia ma ancor più diviene una meditatio su Corinti 13, 13 e sulla prima lettera di Giovanni  (4, 7), e sulla sequela incantatrice di «amore, ama amato, ami, amiamo, amare»  usata a mitraglia dall’Evangelista.

La scritta (ovviamente testaccina) «Laziale verme»  offre l’opportunità di una disamina di come il termine «verme» sia variamente impiegato nella Bibbia, anche con significati opposti; e come di conseguenza non possa più considerarsi insulto se omonimo di umile: umile come un verme.

E il semplice «NON» sul muro di una salita al Gianicolo — probabilmente un’espressione radicale di opposizione sociale —  all’abate Edmund evoca i tanti «Non» che i Vangeli di Luca e Giovanni attribuiscono a Giovanni il Precursore: «Non sono il Cristo», «Non sono Elia o uno dei profeti», «Voi non conoscete», «Io non sono degno», «Io non  lo conoscevo».  

Oltre l’originalità di queste riflessioni Edmund Power ci consegna un approccio metodologico che inverte la prassi usuale, cioè non solo partire dal Vangelo per indicare la strada della Verità, ma leggere la realtà, anche la più semplice come quella di una scritta sul muro,  alla luce del Vangelo. È certo che dopo questo delizioso libretto guarderemo ai graffiti dei muri di Roma con occhi meno distratti.

di Roberto Cetera