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Dal carcere la solidarietà che non ti aspetti

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Detenuti impegnati nella raccolta fondi, nella donazione di sangue e nella realizzazione di mascherine

31 marzo 2020

Di fronte ad emergenze come questa, ogni persona ha il preciso dovere di aiutare chi si sforza di alleviare i bisogni del prossimo. Avranno pensato questo i tanti detenuti che, all’indomani della diffusione del coronavirus, hanno dato il via ad una gara di solidarietà che ogni giorno si arricchisce di nuove iniziative e progetti in aiuto alla comunità che fuori è alle prese con un nemico invisibile. Una gara per confermare che non è tutto negativo quello che c’è nel carcere e dimostrare che i percorsi di ravvedimento sono più evidenti quando gli eventi esterni sono tanto straordinari, quanto nefasti.

La buona notizia è che da nord a sud dell’Italia la gente si sta rimboccando le maniche per aiutare, anche a distanza, gli ospedali, le famiglie che hanno perso i cari e persino le persone bisognose di aiuti che, in tempi ordinari, troverebbero ovunque ma che, oggi, non vengono ascoltate. Si va dalla raccolta fondi, alla donazione del sangue, dalla realizzazione di striscioni colorati con messaggi di incoraggiamento, fino alla trasformazione dei laboratori sartoriali in piccole fabbriche di mascherine e dispositivi di protezione individuale.

Domenico Schiattone del Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria della Campania spiega che: «Se si parla di carcere, si dicono sempre cose negative. In questa fase, ma anche in tanti altri periodi dell’anno, c’è un’attenzione particolare di detenute e detenuti responsabili che, dissociandosi apertamente dalle forme di protesta registrate in alcuni istituti di pena, hanno deciso di promuovere una serie di iniziative virtuose. A Pozzuoli, per esempio, sono stati raccolti fondi da destinare all’Ospedale Cotugno che, come sappiamo, è in prima linea nella cura dei malati».

Sempre a Pozzuoli, continua Schiattone, «una detenuta è stata assegnata ad una onlus che si occupa di Africa e coronavirus. Altre hanno deciso di manifestare la loro vicinanza alla comunità locale esponendo un maxi striscione con lo slogan “Andrà tutto bene”».

Iniziative frutto di una particolare attenzione da parte delle singole direzioni o maggiore sensibilità causata dal timore per il futuro? «È un po’ quello che sta accadendo anche nel mondo cosiddetto libero» risponde il dirigente del Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria della Campania: «Questo ci dimostra che i detenuti non sono diversi da noi. Sono persone che hanno sbagliato ma mantengono la loro umanità. Bisogna altrettanto dire che le amministrazioni stanno facendo la loro parte da Salerno a Santa Maria Capua Vetere, Sant’Angelo dei Lombardi, Benevento fino a Secondigliano. C’è una vera e propria gara a far sentire la propria vicinanza».

Dalla Campania al Veneto, la solidarietà non conosce sosta. Qui le 71 donne del carcere femminile della Giudecca sono riuscite a mettere insieme 110 euro e le hanno donate al reparto di terapia intensiva dell’ospedale dell’Angelo di Mestre, un altro presidio di trincea. «Non è una grande cifra, ma è un gesto altamente simbolico» osserva Liri Longo, che presiede la cooperativa Rio Terà dei Pensieri, realtà storica degli istituti veneziani. «Le ospiti della Giudecca hanno voluto così dire che, pur nella difficoltà che stiamo vivendo, non è necessario ricorrere alla forza e alla violenza. Il loro messaggio è più o meno il seguente: siamo spaventate per quello che sta succedendo, ma vogliamo aiutare, per quanto e come possiamo, la sanità pubblica» prosegue Liri Longo, specificando però che: «Ciò si verifica quando la gestione degli istituti avviene dentro le regole. Ovvero all’interno delle norme di capienza, nel rispetto degli standard di sicurezza sia da una parte che dall’altra. Il che fa sentire le persone recluse non in pericolo. C’è da dire che qui non esistono problemi di sovraffollamento, perché la struttura è piccola e di conseguenza è più facile la gestione. In un contesto così non ci si sente abbandonati e quindi si può dare maggiore spazio alla creatività e alla proposta costruttiva».

Iniziative di solidarietà anche ad Avellino, dove il direttore della Casa circondariale Bellizzi, Paolo Pastena, è molto vicino agli ospiti della sua struttura e ha consentito fin da subito il proseguimento dei contatti con i familiari attraverso le videochiamate. «Il legame con i cari è fondamentale — chiarisce —. La loro preoccupazione è tanta, ma finora hanno mostrato un alto senso di responsabilità, rispettando le distanze di sicurezza e le norme che tutti noi abbiamo imparato a rispettare per non infettarci». Ma «la vera sorpresa è stata — aggiunge — quando hanno chiesto di donare il sangue, dopo aver appreso della carenza soprattutto in questo periodo. Una settantina di ospiti hanno aderito e, devo dire, che assistere ad uno slancio di generosità come questo, soprattutto ora, è un fatto eccezionale. Il carcere, per come lo intendo io, deve cercare di tirar fuori tutte le qualità positive delle persone ristrette. Episodi come questi dimostrano che ci si può riuscire e, aggiungo, che dentro esistono tanti elementi di umanità che fuori troppo spesso sfuggono. Noi vogliamo valorizzarli nella maniera migliore possibile. Donando il sangue i detenuti si sentiranno protagonisti, nella tutela della salute pubblica, al fianco di medici ed infermieri che stanno rischiando la vita ogni giorno».

E nella categoria degli eroi che ogni giorno rischiano la vita per assistere i malati, l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita, inserisce a pieno titolo i cappellani: «Oggi sono l’avanguardia della Chiesa», sottolinea e chiarisce: «Sono gli angeli della prima frontiera, al pari del personale sanitario impegnato in questa sfida epocale. Hanno una analoga responsabilità e svolgono una straordinaria opera di misericordia. Dobbiamo sostenerli costantemente con la nostra preghiera».

di Davide Dionisi