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Polonia, la marcia per i profughi al confine: “Sfamare e vestire chi soffre"

Sabato pomeriggio, nel centro di Varsavia, in migliaia hanno marciato in solidarietà con le persone migranti che cercano di entrare in Europa dalla Belarus. Il portavoce dei gesuiti polacchi, padre Zmudzinski: “Non sono aggressori, ma disperati ingannati e bisognosi”

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

“Date da mangiare agli affamati, vestite gli ignudi!”. Erano in migliaia a gridare le parole di Gesù ieri pomeriggio a Varsavia, nella marcia di solidarietà con i profughi che stanno cercando di superare il confine polacco per entrare in Europa, sfidando il freddo, la fame e i respingimenti della polizia di frontiera. Nella manifestazione, partita da piazza dell’Unione di Lublino, nel centro della capitale polacca, organizzata dalle ong che cercano di soccorrere le persone migranti, tra la quali il Centro sociale dei Gesuiti, affiliato al Jesuit Refugee Service, le bandiere dei movimenti sono state sostituite dalle coperte termiche usate dai profughi per scaldarsi. La prima delle richieste è stata quella di far tornare i medici alla frontiera.

Al confine proseguono arresti e respingimenti

Intanto al confine con la Belarus, le autorità polacche hanno annunciato di aver respinto, solo ieri, 195 persone che cercavano di entrare illegalmente nel Paese, nella zona di Dubicze Cerkiewne. "Gli stranieri erano aggressivi, hanno lanciato pietre, petardi e lacrimogeni", si legge in un comunicato nel quale si specifica che la polizia ha arrestato diverse persone, tra le quali quattro cittadini polacchi, due ucraini, due tedeschi, un azero ed un giorgiano, accusati di aver tentato di aiutare un gruppo di 34 migranti a sconfinare.

Persone migranti  nei boschi al confine tra Polonia e Belarus, fotografati dai volontari cattolici
Persone migranti nei boschi al confine tra Polonia e Belarus, fotografati dai volontari cattolici

Minsk “ha cambiato tattica nella crisi dei migranti”, ha denunciato il ministro della Difesa polacco, Mariusz Blaszczak, indirizzando "gruppi più piccoli" a cercare di varcare la frontiera con la Polonia "in più punti". E ha avvertito che bisogna “prepararsi al fatto che questo problema continuerà per mesi”, perché “Non c’è dubbio che questi attacchi sono diretti dai servizi bielorussi”. Il presidente bielorusso, Alexander Lukashenko, ha ammesso che e' “assolutamente possibile” che le sue forze abbiano aiutato persone ad attraversare il confine con l'Ue, ma ha negato che si tratti di un'operazione orchestrata.

Il portavoce dei gesuiti: non aggressori, ma bisognosi ingannati

Tra i partecipanti alla marcia di Varsavia, anche padre Wojciech Zmudzinski, portavoce e assistente del provinciale della Compagnia di Gesù in Polonia, che, al termine, ha rilasciato questa intervista a Vatican News.

Ascolta l'intervista a padre Wojciech Zmudzinski

Lei ha partecipato, questo sabato a Varsavia, alla marcia di solidarietà con i profughi che cercano di entrare nell'Unione Europea dalla Bielorussia, attraverso il confine con la Polonia. Cosa hanno chiesto i manifestanti?

Per sottolineare l'unità di tutti, i partecipanti non hanno portato con sé bandiere e striscioni che mostrassero il loro orientamento politico o l’appartenenza religiosa, ma le coperte termiche usate dai profughi per scaldarsi, che sventolavano accanto alle bandiere dei rifugiati. Era stupendo, quando la folla gridava: "Date da mangiare agli affamati, vestite gli ignudi". I manifestanti hanno chiesto il ritorno dei medici alla frontiera. Una giovane organizzatrice, appena tornata dalla frontiera, ha letto le lettere dei rifugiati e ha raccontato come le persone dei villaggi insieme con i cattolici da Varsavia aiutano i migranti. Quando la marcia è partita, da Piazza dell'Unione di Lublino, contava diverse migliaia di partecipanti. C'erano persone di tutte le età, ma soprattutto giovani. C'erano anche molte famiglie con bambini piccoli. Però non ho visto un solo profugo. Spero che la marcia inviti molti a non pensare soltanto alla propria sicurezza ma a dare l'esempio di una ospitalità che costa.

Varsavia, la marcia di solidarietà con i migranti al confine
Varsavia, la marcia di solidarietà con i migranti al confine

Qual è in questo momento l’impegno dei gesuiti polacchi in aiuto ai profughi?

Il sacerdote responsabile del Centro Sociale dei Gesuiti a Varsavia, (che collabora con il Jesuit Refugee Service, padre Lukasz Lewicki, n.d.r.), è in costante contatto con i volontari delle organizzazioni che aiutano gli immigrati nelle vicinanze della zona nella quale il governo polacco ha introdotto lo stato d’emergenza. Però il nostro compito più difficile è cercare di arginare la mentalità dei circoli nazionalisti che si identificano con la Chiesa cattolica nonostante il loro atteggiamento non evangelico. Non vedono nei profughi delle persone che hanno bisogno d’aiuto. Per loro, questi disperati profughi, ingannati dal regime di Łukashenko, i giovani, le donne, i bambini, sono solamente degli aggressori. E’ molto triste. 

Riuscite a coinvolgere nelle iniziative di solidarietà i giovani universitari dei vostri gruppi pastorali?

La Polonia è talmente divisa che qualsiasi proposta di aiutare i profughi rivolta ai nostri studenti sarebbe percepita da alcuni di loro come un tradimento della patria. Alcuni laureati, che hanno frequentato i nostri gruppi pastorali per universitari, hanno partecipato, sabato pomeriggio a Varsavia, alla marcia organizzata dal nostro Centro per i profughi assieme ad altre organizzazioni non governative. Per quanto riguarda il confine, padre Lewicki organizza i volontari che prima dovrebbero essere addestrati alle diverse attività svolte sia alla frontiera che al campo profughi, che si trova vicino a Varsavia. Intanto, collabora con un Centro d’intervento organizzato dai giovani cattolici. Loro stessi hanno condotto più di cento interventi, durante i quali hanno aiutato circa 500 persone incontrate sul territorio polacco. 

Ancora un immagine della marcia di solidarietà con i profughi, sabato pomeriggio nel centro di Varsavia
Ancora un immagine della marcia di solidarietà con i profughi, sabato pomeriggio nel centro di Varsavia

Cosa riescono a fare i giovani del Club degli intellettuali cattolici? E la popolazione dei villaggi sulla frontiera, cerca di aiutare chi riesce a superare il confine e vaga nei boschi?

I giovani del Club degli intellettuali cattolici continuano a cercare coloro che sono smarriti nei boschi. Purtroppo, i funerali di due profughi musulmani sono stati celebrati in un villaggio di confine. Molti malati ricevono solo un primo soccorso dai volontari, ma hanno paura di andare in ospedale e i medici volontari che erano alla frontiera se ne sono andati dopo che loro macchine sono state distrutte da giovani nazionalisti. Alcune persone dei villaggi aiutano di nascosto. Anche la Caritas sta facendo molto, però non può entrare nella zona dove vige lo stato d’emergenza. 

Quali speranze ha che si permetta l’ingresso nell'Unione Europea di queste persone stremate e in pericolo?

Non vedo tale speranza per quanto riguarda la Polonia. Piuttosto qualche governo dell’Ovest offrirà l’ospitalità ai profughi tenuti in Bielorussia. E' incomprensibile che, respingendo questi migranti, lasciandoli nella foresta in un freddo tremendo, osiamo chiedere all’Unione Europea solidarietà per impedire il loro ingresso. Che solidarietà è questa? Solidarietà per costruire un muro, per bloccare persone, che sono venute a cercare pace e tranquillità, è un atto senza compassione. Un giudice del Tribunale costituzionale ha detto che quelli che aiutano i migranti e danno loro da mangiare sono dei traditori della patria e devono andarsene dalla Polonia. C’è molta paura tra i volontari, che non vogliono parlare neanche con i giornalisti.  

I gesuiti polacchi, insieme alla Chiesa che è in Polonia, stanno cercando di far comprendere le ragioni dell’accoglienza verso questi fratelli che soffrono e che purtroppo solo strumentalizzati…

I vescovi polacchi da tempo alzano la voce dicendo che non c’è contraddizione tra la tutela della frontiera e l’aiuto prestato ai profughi. Fanno appello al governo di aprire un corridoio umanitario. I gesuiti scrivono su internet, spiegano nelle chiese, entrano nel dibattito, cercano di sostenere i vescovi che parlano con una voce unanime ma ignorata.  Non può meravigliare il fatto che i migranti diventino sempre più aggressivi. Sono disperati. Alcuni fanno davvero paura. E’ vero quello che ho sentito da un mio amico, che gli immigrati si comportano così come vengono trattati. Questo vale anche per altre situazioni e per altre persone. Se qualcuno ci nega il diritto di essere trattati come esseri umani, ci sentiamo come le bestie ferite. Tante volte c'è anche odio verso i profughi. Forse perché le ferite dell’ultima guerra mondiale e della lunga lotta per l’indipendenza sono sempre aperte. Dobbiamo finalmente iniziare un processo di guarigione, di conversione, per essere più aperti. E forse in questo possono giocare un grande ruolo i sacerdoti e i religiosi come i gesuiti.

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Coperte termiche come bandiere nella marcia di Varsavia
21 novembre 2021, 10:28