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Crisi umanitaria in Tigray Crisi umanitaria in Tigray  (ANSA)

Etiopia, un Paese allo stremo

Dalle pagine de L'Osservatore Romano l'analisi di padre Giulio Albanese sull'escalation del conflitto in Etiopia segnato da una brutalità estrema, con vittime e sfollati difficili da quantificare. La via del dialogo auspicata da Papa Francesco è l’unica soluzione per scongiurare l’implosione della nazione

di Giulio Albanese 

«Seguo con preoccupazione le notizie che giungono dalla regione del Corno d’Africa, in particolare dall’Etiopia, scossa da un conflitto che si protrae da più di un anno, che ha causato numerose vittime e una grave crisi umanitaria». Si è rivolto con queste parole ieri Papa Francesco ai  fedeli e pellegrini convenuti a piazza San Pietro, al termine della recita dell’Angelus, invitando «tutti alla preghiera per quelle popolazioni così duramente provate» e rinnovando il suo appello «affinché prevalgano la concordia fraterna e la via pacifica del dialogo».

Il Santo Padre ha avvertito la necessità di ribadire la convinzione della Santa Sede, espressa peraltro in più circostanze, affinché cessino le ostilità tra gli opposti schieramenti e si avvii un negoziato per ristabilire la pacifica convivenza delle varie componenti etniche presenti in Etiopia.

Mentre è in corso l’avanzata del Fronte di liberazione del Tigray (Tplf) verso la capitale, Addis Abeba, sono molte le iniziative promosse dalla comunità internazionale per il conseguimento di un cessate il fuoco. Sia gli Stati Uniti che l’Unione europea, come anche l’Unione africana e l’Igad (Autorità intergovernativa per lo sviluppo) del Corno d’Africa, si stanno prodigando per scongiurare un sanguinoso inasprimento della guerra civile che potrebbe portare all’occupazione di Addis Abeba da parte dei ribelli.

Com’è noto il conflitto è esploso a seguito dell’operazione lanciata dall’esercito governativo nella regione del Tigray il 4 novembre 2020, dopo che il Tplf era stato ritenuto responsabile di aver attaccato una base militare a Dansha, con l’obiettivo di trafugare armi e munizioni. A tal proposito, il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, aveva accusato il Tplf di tradimento e terrorismo, avviando una campagna militare per riportare l’ordine nella regione. L’offensiva era stata dichiarata conclusa il 29 novembre 2020, con la conquista di Mekelle.

Sta di fatto che i combattimenti sono proseguiti nel settore centrale e meridionale del Tigray e i ribelli  qualche mese dopo hanno scatenato una controffensiva che non solo ha consentito la riconquista della capitale regionale, ma ha costretto l’esecutivo di Addis Abeba ad annunciare il 28 giugno scorso un cessate il fuoco unilaterale e immediato. La mossa ha segnato una pausa momentanea del conflitto civile che è poi ripreso registrando una significativa avanzata del Tplf verso Addis Abeba. A ciò si aggiunga l’alleanza stretta tra l’Esercito di liberazione oromo (Ola) con il Tplf, lo scorso agosto, che rende lo scenario sempre più infuocato. Da rilevare che il conflitto di cui stiamo parlando è caratterizzato da un’estrema brutalità. Secondo un rapporto diffuso in questi giorni, a seguito di un’indagine congiunta della Commissione etiope per i diritti umani e dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani — che  copre il periodo dal 3 novembre 2020, quando è iniziato il conflitto armato, fino al 28 giugno 2021 — sono stati perpetrati violazioni e abusi, tra cui omicidi, esecuzioni extragiudiziali, torture e vessazioni d’ogni genere contro i civili. Ciò ha provocato lo sfollamento di circa due milioni di persone, mentre in migliaia risultano aver perso la vita, il che ha destato la preoccupazione della comunità internazionale, anche per l’esacerbarsi della situazione umanitaria e le possibili ripercussioni del conflitto nella vasta regione del Corno d’Africa.

Da rilevare che il governo di Asmara, intervenuto militarmente nel Tigray, considera il Tplf come il principale ostacolo alla normalizzazione delle relazioni politiche con Addis Abeba; mentre il Sudan (in cui il 25 ottobre scorso è avvenuto un golpe militare) e l’Egitto, avendo in sospeso il contenzioso sul progetto di riempimento dell’invaso della Grande diga del rinascimento etiopico (Gerd), restano, almeno apparentemente, spettatori vigili e interessati rispetto a quelli che possono essere i possibili esiti della crisi armata.

L’escalation del conflitto in Etiopia sta seriamente minando il ruolo politico di Addis Abeba nell’ambito dell’Unione africana che è alle prese con l’emergenza covid-19 e la conseguente crisi economica che affligge molti Paesi del continente. La via del dialogo auspicata da Papa Francesco è l’unica soluzione per scongiurare l’implosione di un Paese, l’Etiopia, ridotto allo stremo.

08 novembre 2021, 14:50