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Haiti: accampamenti provvisori un mese dopo il terremoto Haiti: accampamenti provvisori un mese dopo il terremoto  (AFP or licensors)

Haiti ancora nel dramma a un mese dal terremoto

Il Paese caraibico, un mese dopo il disastroso sisma che ha causato più di duemila morti, oltre 12 mila feriti e 330 dispersi. Circa 600 mila le persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria. La drammatica situazione è aggravata dalla criminalità e dalla crisi politica culminata con l’uccisione del presidente Moise. Padre Antonio Menegon: gli haitiani non perdono la speranza e la fede in Dio

Giancarlo La Vella – Città del Vaticano

Haiti conta ancor oggi i danni e le vittime causate dal terremoto del mese scorso. Una serie di scosse violentissime ha colpito il Paese già duramente messo in crisi dall’altro disastroso terremoto del 2010, da altre catastrofi naturali, dalle scorribande della criminalità e da una crisi politica che appare ad oggi senza soluzione. L’inatteso epilogo tra il 6 e 7 luglio scorso con l’uccisione del presidente Jovenel Moise, eletto nel 2016. Molti gli osservatori internazionali secondo i quali Haiti sarebbe oggi sull’orlo della guerra civile. Proprio negli ultimi giorni la svolta giudiziaria del drammatico evento con l’incriminazione per omicidio del premier Ariel Henry chiesta dalla procura.

Un popolo attaccato alla vita

Di fronte a questa serie di sciagure il popolo haitiano dimostra una forza incredibile basata su una ferrea speranza e nella fede in Dio. Lo afferma nell’intervista a Radio Vaticana-Vatican News, il missionario dei Camilliani, padre Antonio Menegon. L’ordine religioso opera da anni proprio ad Haiti.

Ascolta l'intervista a padre Antonio Menegon

Padre Menegon, a un mese dal disastroso terremoto che ha colpito Haiti, qual è la situazione?

E’ sempre molto drammatica e soprattutto nei paesi di montagna, dove il terremoto ha colpito più gravemente, perché erano già alle prese con gravi problemi di miseria. E adesso questo terremoto ha distrutto quelle che non si possono neanche chiamare case, fatte di fango, fatte di cartone. E soprattutto sono paesi dove si fa molta difficoltà ad arrivare con le ambulanze. Quindi sono centri abbastanza isolati. L'altro aspetto purtroppo è quello di uno Stato in mano alle bande armate, che sono diventate dopo il terremoto ancora più inferocite: ammazzano, sequestrano, assaltano i convogli umanitari. La situazione è veramente drammatica.

Gli haitiani come fanno ad andare avanti in questa situazione?

Gli haitiani, credo, vadano avanti per disperazione e per attaccamento alla vita. Quando stanno per risollevare la testa capita un terremoto, un ciclone o appunto la criminalità di queste bande armate che li buttano a terra. Ma è un popolo forte, perché manca tutto, la natura è avversa, gli uomini sono più avversi della natura. Quindi veramente hanno un coraggio indomito, una forza grande nei confronti della vita.

Un Paese, Haiti, anche alle prese con una gravissima crisi politica…

Ogni volta che c’è l’elezione di un presidente della Repubblica, ci sono sempre tumulti e violenze. Ora c'è un governo molto debole, dovrebbero esserci le elezioni, anche se non si sa quando ci saranno, e quindi in questa situazione la realtà politica è ancora più preoccupante, perché invece che risolvere aggrava i problemi e la situazione che vive questa povera gente.

Come si svolge in questo momento l'attività di voi missionari Camilliani?

Noi siamo intervenuti subito e stiamo intervenendo ancora per quello che riguarda il discorso emergenza. Innanzitutto nel nostro ospedale di Port au Prince, il San Camillo, stanno arrivando sempre di più ammalati, traumatizzati, che vengono curati, che vengono operati. Poi dal San Camillo partono delle missioni con ambulanze, medici e infermieri che vanno nelle zone terremotate per dar soccorso ai malati e ai feriti. E in più inviamo camion con generi alimentari per dare da mangiare alla gente, perché uno dei grandi problemi di Haiti a causa di tutte queste cose è quello della fame. Questi sono gli interventi che stiamo facendo ora, ma abbiamo già iniziato la ricostruzione. Nel senso che noi iniziamo a ricostruire le case, cosa che abbiamo già fatto nel primo terremoto del 2010. La prima cosa è la costruzione di una scuola, proprio perché nella scuola i bambini trovano una casa, l’istruzione, trovano la possibilità di mangiare una volta al giorno e perché in un Paese così l'istruzione è fondamentale, anche se c’è la fame, è importante dare coscienza alla gente, al popolo e quelli che verranno che veramente sono loro i protagonisti della loro vita e sono loro che devono cambiare radicalmente le sorti di questo poverissimo Paese. Quindi iniziamo con la scuola e poi abbiamo già progettato la costruzione delle prime dieci case e andremo avanti così finché ce ne sarà bisogno.

La vicinanza espressa dal Papa dopo il terremoto che cosa ha suscitato negli haitiani?

Il Papa è una figura di riferimento per questo popolo, che è molto religioso, è un popolo che si abbandona e si affida sempre a Dio. Ha una grande fede in Dio. Molti di fronte a a situazioni del genere rischiano di perdere la fede, invece loro rinnovano il loro abbandono, la loro fiducia in Dio che è l'unico che gli dà la forza il coraggio veramente grande per poter vivere e affrontare un futuro così difficile e così drammatico. Dio è veramente ‘il buon papà’, come lo chiamano qui, il papà della loro vita che gli dà una grande forza è una grande speranza.

15 settembre 2021, 15:32