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Vatican News
Una veduta aerea della diga etiope sul Nilo azzurro Una veduta aerea della diga etiope sul Nilo azzurro  (AFP or licensors)

Nilo, speranze e ambizioni attorno alla diga del sogno etiope

La sua sigla, “Gerd” ("Grand Ethiopian Renaissance Dam"), simboleggia la volontà di rinascita del Paese africano: un enorme invaso d’acqua da decine di miliardi di litri destinato a spostare gli equilibri sullo scacchiere africano. Oggi in primo piano su L'Osservatore Romano

di Chiara Graziani

Storia di un piccolo seme di grano e della colossale diga che sta partorendo, nel corno d’Africa, una delle più grandi riserve d’acqua del pianeta attingendo al Nilo Azzurro all’altezza dell’Etiopia.

 Il chicco dovrebbe, e potrebbe, moltiplicarsi fino a nutrire 110 milioni di etiopi che, invece, dipendono da importazioni ed aiuti umanitari per cibarsi. Eppure, dice un recentissimo rapporto dell’Usda (United States  Department of Agricolture) l’Etiopia avrebbe il potenziale per produrre cereali  di qualità e a buon prezzo non solo per sé ma anche per i paesi dell’est del continente. Nutrirsi, nutrire, svilupparsi, rinascere. È questo il sogno. Eppure i mulini d’Etiopia, quasi tutti attorno alla capitale Addis Abeba, lavorano al 50% della loro capacità ed otto milioni di etiopi hanno bisogno di tutto. C’è poco grano, quasi tutto da aiuti del World Food Program e da importazioni gestite dal governo.
 

Se i mulini restano fermi, la grande diga si gonfia d’acqua per il secondo anno consecutivo, sfruttando la stagione delle piogge fra le proteste ed i ricorsi al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di Egitto e Sudan che si sentono minacciati dalla sete di energia elettrica dell’Etiopia. Proprio in queste ore Seleshi Bekele, il ministro etiope per l’acqua, l’irrigazione e l’energia, ha infatti annunciato che il secondo riempimento del bacino, visibile dai satelliti, «è stato completato». Tredici miliardi e mezzo di metri cubi d’acqua, per un livello di circa 500 metri (e a regime la portata dell’invaso potrà arrivare a 73 miliardi di metri cubi). Un’operazione avviata due anni fa e che gli altri due paesi niloti avevano inutilmente cercato di fermare appellandosi anche ad una mediazione dell’Onu e dell’Unione africana.

 La Grande diga del Rinascimento etiope (o Gerd, stando all’acronimo inglese), fin dal nome più che un progetto di industrializzazione basato sulla futura maggiore centrale idroelettrica del continente, è ormai una realtà piantata nel Corno d’Africa su una delle sue maggiori risorse idriche: il Nilo Azzurro che, unendosi al Bianco, forma, dal Sudan, il grande Nilo. E, dopo un decennio di avvertimenti, trattative ed un patto di divisione siglato nel 2015 fra i tre e poi impugnato fino davanti al consiglio di sicurezza Onu, la realtà ha il suo punto fisso. La grande diga è piena e, dice il governo etiope, sarebbe già in grado di far funzionare le turbine, cosa che potrebbe fare fin dai prossimi mesi.

 Tutta la trattativa ruotava sui tempi di riempimento. Egitto e Sudan a chiedere fra i cinque ed i sette anni di raccolta, ipotesi che avrebbe avuto un impatto minore a valle: l’Etiopia ferma sui due anni, massimo tre: un periodo sufficiente a garantire, insieme, i 6 mila megawatt di produzione (pari al potenziale di sei centrali nucleari) e — sosteneva Addis Abeba — le necessità dei vicini a valle. In tutto 250 milioni di persone, fra Etiopia, Egitto e Sudan a spartirsi una risorsa che, a ben vedere, ne riguarda quasi il doppio, visto che il Nilo è patrimonio di 11 paesi attraversati.

Ora il dado è tratto, l’invaso è colmo e la piena funzionalità del gigante — 1800 metri per 170 — è prevista per il 2023. Gerd è un nuovo attore nel delicatissimo scacchiere africano che va dall’Uganda al Mediterraneo. Dieci anni fa, mentre l’Egitto viveva i moti che portarono alla caduta di Hosni Mubarak, ne fu annunciata la nascita, con uno stanziamento iniziale di tre miliardi di dollari. La corsa all’energia, in un  paese in cui 65 milioni di persone ancora non hanno accesso all’elettricità, non ha da allora conosciuto ostacoli, di governo in governo. È rimasta, invece, inesplorata l’altra grande potenzialità, della quale parla il rapporto dell’agenzia statunitense; produrre cereali di qualità, mais soprattutto,  e a buon prezzo per il mercato continentale.

 Occorrerebbe però, in un paese percorso da inondazioni come da cicliche siccità, una politica dell’acqua, da raccogliere con le piogge per sfruttarla nelle stagioni secche. Ma gli invasi necessari ai contadini ed alle popolazioni etiopi, per di più inseguiti da drammatiche guerre interne e da antiche divisioni etniche, non hanno catalizzato gli interessi internazionali che, indubbiamente, hanno invece dato l’abbrivio, dal 2011, al faraonico progetto etiope.

 Il mondo ha fame di energia da fonti rinnovabili e molte alleanze internazionali, in Africa come in Asia, ruotano attorno alle dighe idroelettriche. L’acqua è il nuovo petrolio, secondo le previsioni del secolo scorso. E, non a caso, le trattative sono state frenetiche negli ultimi 12 mesi nei quali era stato avviato il riempimento al partire della stagione delle piogge. L’Egitto, 100 milioni di abitanti, dipende da sempre e totalmente dal Nilo: ed ora protesta che Gerd sarebbe nè più nè meno che  «una minaccia» alla sua esistenza. Il Sudan lamenta che l’economia agricola sostenuta dal Nilo ne uscirebbe devastata e sostiene che già le prime attività di riempimento avrebbero scatenato, l’anno scorso, una crisi idrica dovuta alla minore portata del fiume. L’Etiopia, nel secolo scorso esclusa dai patti di divisione che hanno radice nel periodo coloniale, sostiene che in realtà si voglia mantenere un’eredità storica ingiustificata. E reclama il diritto ad uno sviluppo industriale che fornirebbe energia anche ai vicini. La riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di pochi giorni fa è stato giudicata «inutile» da Addis Abeba e la mediazione dell’Unione Africana non ha scalfito la determinazione etiope: il frutto della stagione delle piogge, quello che nell’antico Egitto si chiamava «il Nilo nel cielo», è stato trattenuto dall’Etiopia per produrre energia elettrica.

 La comunità internazionale, dall’Onu agli Stati Uniti, fino all’Unione Europea, ha moltiplicato gli appelli a cercare un punto di accordo, consapevole com’è della fragilità degli equilibri che coinvolgono la ben più ampia comunità nilotica che vive delle acque di un fiume lungo oltre seimila chilometri. Una questione che riporta anche all’attenzione la domanda chiave su uno sviluppo sostenibile e sulla comunità delle risorse.  La lezione dell’Etiopia, in cerca di rinascita, in fondo potrebbe essere quella dell’umile invaso che manca nel disegno generale, quello che potrebbe moltiplicare il grano per tutti. 

20 luglio 2021, 16:04