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Afghanistan: urgente trovare una via per la pace Afghanistan: urgente trovare una via per la pace 

Afghanistan: i talebani avanzano e trattano con il governo

Il presidente degli Usa, Joe Biden, ha dichiarato che la missione militare degli Stati Uniti in Afghanistan si concluderà il 31 agosto e che sono stati raggiunti gli obiettivi. L’annuncio arriva nonostante l’avanzata dei talebani in tutto il nord e nell’ovest del Paese, conquistate due città di confine

Marco Guerra – Città del Vaticano

Aver neutralizzato Osama bin Laden e Al Qaeda. Il presidente Biden indica questi due obiettivi raggiunti per difendere 20 anni di missione in Afghanistan - costata più di 2000 soldati Usa morti e mille miliardi di dollari spesi per addestrare le forze locali - e la scelta del ritiro completo delle truppe entro il 31 agosto.

Biden: futuro nelle mani degli afghani

In realtà Biden sa che il Paese è tutt’altro stabilizzato e per questo dichiara: "Non siamo andati in Afghanistan per costruire il Paese. E' responsabilità del popolo afghano decidere il proprio futuro". Infine, il presidente Usa sottolinea che non è inevitabile il ritorno al potere dei talebani. Ma dal terreno intanto arrivano notizie della loro rapida avanzata nel nord: a Herat sono infuriati i combattimenti per il secondo giorno consecutivo, mentre una parte significativa del confine con il Tagikistan è ormai sotto il controllo delle milizie talebane (il 70 per cento secondo fonti russe).

Conquistate due città di confine

Anche i limiti occidentali sono finiti nel mirino dei Talebani. Due città di confine nell'ovest del Paese sono infatti cadute nelle mani dei militanti, come riferisce l'emittente Tolo News, citando funzionari locali. Una delle quali è la città di Islam Qala, una delle principali porte per il commercio con l'Iran e una delle maggiori dogane dell'Afghanistan, che permette di far entrare nelle casse del governo un gettito mensile pari a 20 milioni di dollari. I Talebani hanno conquistato anche Torghundi, una delle due porte commerciali con il Turkmenistan. Entrambe si trovano nella provincia di Herat, nell'Afghanistan occidentale. I combattimenti dell’ultima settimana sono costati la vita a 57 civili.

Talebani: discutiamo cessate il fuoco con il governo

Nel frattempo una delegazione del movimento integralista ha raggiunto Mosca per rassicurare la Russia che non saranno colpiti altri Paesi della regione e dell’alleanza Csto, organizzazione degli Stati dell’ex Unione Sovietica. Il movimento talebano ha preso il controllo dell'85% del territorio afghano, ha detto Shahabuddin Delawar, funzionario dell'ufficio politico talebano in Qatar e capo della delegazione talebana in visita a Mosca. Amministrazioni, scuole e ospedali continuano a funzionare in quei territori, ha precisato, citato da Interfax. Delawar ha quindi garantito che i Talebani sono pronti a mettere fine all'offensiva in corso in Afghanistan se avranno successo i colloqui di pace a Doha per una soluzione politica della crisi. “Stiamo discutendo un cessate il fuoco con il governo di Kabul” e, “se i colloqui di Doha andranno a buon fine, fermeremo i nostri attacchi”, hanno spiegato i Talebani.

Talebani: combatteremo Is e terroristi

La missione a Mosca è stata utilizzata anche come vetrina per tentare di offrire garanzie di stabilità alla comunità Internazionale.  ''Impediremo a Daesh e ad altri gruppi terroristici di guadagnare terreno in Afghanistan'', ha detto ancora l’esponente del Talebani. “Non rappresenteremo una minaccia – ha aggiunto - per la Russia o per i suoi alleati nell'Asia centrale''. ''I Talebani sono liberi di attaccare i distretti afghani'', in quanto ''non hanno fatto alcuna promessa agli Stati Uniti quando hanno lasciato il Paese'', ha poi spiegato il rappresentante dell'ufficio politico di Doha durante l’incontro con l'inviato speciale del presidente russo Vladimir Putin in Afghanistan, Zamir Kabulov.

Dottori (Limes): talebani militarmente più forti

“Sta accadendo che, dopo aver ottenuto il ritiro delle truppe occidentali, i talebani, essendo il movimento politico-militare più forte, stanno prendendo il sopravvento e i militari governativi e la polizia o fuggono o si consegnano ai miliziani talebani”. Così Germano Dottori, consigliere scientifico di Limes, analizza per Vatican News  l’evoluzione della situazione sul terreno. L’esperto di geopolitica ricorda che i talebani hanno sempre avuto il controllo delle aree rurali e del sud del Paese in questi 20 anni di missioni internazionali, “la novità è il tentativo di acquisire il controllo delle postazioni di confine e delle regioni del nord. Tutto questo rende concreta l’ipotesi che l’ordine politico in Afghanistan possa cambiare”.

Ascolta l'intervista a Germano Dottori

Fallita politica centralista

Secondo Dottori non ha funzionato il tentativo di rendere l’Afghanistan un Paese centralizzato sul modello occidentale e non è stata tenuta conto sia della diffidenza nei confronti degli stranieri, ma soprattutto dell’attaccamento all’autonomia delle loro valli e delle loro provincie. “In più c’è un fattore internazionale: il governo afghano filo-occidentale è stato considerato anche filo-indiano e questo ha spinto il Pakistan a sostenere la rivolta talebana”.

Talebani cercano il compromesso con la comunità internazionale

Tuttavia in questi 20 anni, con il sostegno delle missioni internazionali, sono successe anche cose positive, Dottori ricorda ancora che è diminuito l’analfabetismo, si è allungata la speranza di vita media, “tuttavia quello che è stato fatto è messo a rischio dalla visione dei Talebani”. Per questo “esiste un tentativo della diplomazia internazionale di moderare il movimento talebano”. In questa cornice rileva che i Talebani stanno perseguendo una strategia diplomatica “che tende a rassicurare le potenze euroasiatiche e gli Usa sul fatto che l’Afghanistan non tornerà ad essere un covo di terroristi, ma che dovrà essere libero di determinare il proprio destino”. 

I limiti delle missioni internazionali

Infine, Dottori riflette sul senso delle missioni internazionali: “Ogni intervento militare fa storia a sé. Funzionano di solito quelli in zone in cui c’è un accordo di tutte le parti locali, affinché i militari stranieri garantiscano la pace. E' più difficile che le cose vadano bene quando i contingenti stranieri diventano parte in causa di un conflitto, specialmente se la parte contro cui si schierano è quella più forte. Tutto dipende anche dalla volontà di far durare la missione che a sua volta dipende dagli interessi in gioco”.

09 luglio 2021, 12:41