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Un seggio nella città francese di Touquet Un seggio nella città francese di Touquet 

Francia, recupero dei partiti tradizionali alle amministrative

Né il partito di Le Pen né quello del presidente Macron ottengono la guida di una regione nel Paese, dove sembra tornare la divisione classica tra centrodestra e sinistra supportata dagli ecologisti. Estremamente significativo l’astensionismo record, che esprime più disorientamento che protesta, secondo lo storico Piero Craveri

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Secondo i primi risultati del secondo turno delle amministrative francesi, che si è svolto domenica 27 giugno, in Francia recuperano terreno politico la destra neogollista e l'unione della sinistra,  gauche, con l’avanzata degli ecologisti: il centro destra ottiene sette regioni, la sinistra - con i verdi al suo interno - ne conserva cinque. Ma dopo il voto non ci sarà nessun rimpasto di governo, solo  alcuni "aggiustamenti necessari e limitati". È quanto hanno dichiarato fonti dell'esecutivo citate ieri sera da Bfm-TV. 

In vista delle presidenziali

A meno di un anno dal voto per l’Eliseo del 2022, lo scrutinio regionale doveva essere la prova generale del confronto che si immaginava tra l'attuale presidente Emmanuel Macron, del partito République En Marche, e Marine Le Pen, di Rassemblement National, ma si tratta proprio dei leader che hanno subito il più forte ridimensionamento. Zero regioni per La République en Marche, il partito della maggioranza presidenziale, nato nel 2016 per sostenere il cammino di Emmanuel Macron verso l’Eliseo, ma che ancora non risulta radicato a livello locale: si è fermato al 7 per cento dei consensi.  Il voto di ieri segna un apparente ritorno alla divisione classica tra destra (che ottiene sette regioni con il 38 per cento delle preferenze) e sinistra (con un’avanzata dei verdi al suo interno), che ne conserva cinque con il 34,5 per cento.

Non c’è nessuna amministrazione locale  neanche per il partito di Marine Le Pen, Rassemblement National, che si è presentato come uno schieramento più “moderato” rispetto all’originario Front National. Secondo gli analisti francesi, potrebbe avanzare alla sua destra la possibile candidatura dell’opinionista Eric Zemmour, ben più critico contro immigrazione e islam.  

Secondo i primi risultati, con il 38 per cento delle preferenze, Républicains e alleati appaiono come la prima forza politica del Paese, pronti a lanciarsi nella corsa presidenziale. Xavier Bertrand, presidente uscente della regione Hauts-de-France, che è stato riconfermato battendo il candidato lepenista, ha dichiarato: "Questo risultato mi dà la forza per venire incontro a tutti i francesi”. 

Un voto da interpretare

I consensi, in questo voto segnato dall’astensionismo record di due elettori su tre, hanno formalizzato la tendenza a recuperare fiducia nei confronti dei partiti tradizionali, ma hanno anche espresso forte disorientamento, come sottolinea lo storico Piero Craveri:

Ascolta l'intervista con Piero Craveri

Craveri mette in luce un dato chiaro: con questo voto i francesi, che hanno alle spalle una tradizione forte di liberaldemocrazia, sono andati oltre la contrapposizione che si era creata negli ultimi anni tra due leader, Marine Le Pen e Macron. Al gioco di questa contrapposizione si era arrivati anche per la delusione nei confronti dei partiti tradizionali, travolti da scandali. E dunque, secondo lo storico, il punto è capire se questo rinnovato voto di fiducia nei confronti dei partiti tradizionali può portare a un reale recupero di peso politico.

Craveri ricorda che erano stati sfiduciati soprattutto per questioni di scandali e che è pensabile che qualcosa all’interno degli schieramenti sia stato fatto per superare problemi di tipo “morali” ma poi spiega che non è tutto: bisognerà vedere se gli elettori troveranno, nel centro destra che – dice risulta più favorito, e nella sinistra nuovi leader in grado di assicurare una visione per il futuro. Si tratta, spiega, di avere una visione che sappia fare i conti con il confronto con i Paesi dell’Asia – non solo la Cina -  che stanno sempre più emergendo.

Secondo lo studioso, non bisogna sottolineare troppo il dato dell’astensionismo: certamente è significativo e denuncia un certo disorientamento ma – afferma – è anche vero che è sempre diversa la partecipazione per le amministrative o per le politiche. C’è - sostiene – una sensibilità diversa. In ogni caso, Craveri interpreta la scarsa affluenza più come momento di perplessità collettiva che non come un dato di “protesta” e di disaffezione vero e proprio.  

28 giugno 2021, 13:49