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Carcere. Don Resmini, limpido esempio di umanità evangelica

Verrà intitolato oggi al cappellano bergamasco, scomparso poco più di un anno fa per le complicanze causate dal Covid-19, l'Istituto penitenziario lombardo. Il ricordo della Direttrice, Teresa Mazzotta

Davide Dionisi - Città del Vaticano

“C'è molta trepidazione, molta ansia, molta gioia. Don Fausto era una persona eccezionale. Nella notte tra il 22 e il 23 marzo 2020 è venuto a mancare non solo un uomo, un religioso, limpido esempio di umanità evangelica, ma una risorsa per l’intera istituzione penitenziaria, per l’amministrazione, un punto di riferimento per tutti i soggetti che a vario titolo interagiscono con la nostra comunità”. La voce della Direttrice della Casa Circondariale di Bergamo, Teresa Mazzotta, è rotta dalla commozione nel ricordare la figura di Don Fausto Resmini, cappellano per oltre trent’anni dell’istituto penitenziario lombardo, scomparso poco più di un anno fa per le complicanze causate dal Covid-19 all’età di 67 anni. Al sacerdote, lunedì prossimo, verrà intitolato il carcere alla presenza della Ministra della Giustizia, Marta Cartabia, e del Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Bernardo Petralia.

Il nostro padre spirituale

“La sua capacità di entrare in empatia con i detenuti non aveva eguali” racconta la Direttrice, sottolineando che Don Fausto: “Era il padre spirituale con cui rivedere in senso critico una condotta censurabile o consolidare la fede in un momento di difficoltà. L’amico a cui confessare ansie e timori o su cui contare per far fronte a situazioni di indigenza. Diventava supporto anche per le famiglie delle persone private della libertà personale”

Il carcere come vocazione

Don Fausto nacque a Lurano, un piccolo centro in provincia di Bergamo il 7 aprile del 1952. Cominciò a frequentare il patronato di San Paolo d’Argon fin da piccolo e qui iniziò il suo percorso formativo che proseguì presso il Centro di Sorisole. Si iscrisse all’Università Cattolica di Milano, frequentando la facoltà di giurisprudenza e dopo circa un anno decise di seguire i corsi di Teologia nel seminario di Bergamo. Nel 1978, a giugno, venne ordinato sacerdote. Fondò la comunità Don Lorenzo Milani grazie all’aiuto di alcuni ragazzi che aveva seguito come assistente educatore e che lo affiancheranno per tutti gli anni successivi. Nel 1987 iniziò ad accedere come volontario nel carcere di Bergamo. Entrò così in contatto con il mondo penitenziario degli adulti, incontrando persone che avevano sbagliato, ma che, al tempo stesso, mostravano fragilità, erano bisognose di conforto,  “quei poveri di spirito protagonisti del Discorso della Montagna ai quali avrebbe dedicato tutta la sua vita”, riprende la Direttrice.

Ascolta la testimonianza della Direttrice Teresa Mazzotta

Il ricordo di Mario Draghi

Don Resmini venne ricordato anche da Mario Draghi il 18 marzo scorso in occasione cerimonia in ricordo delle vittime del Covid tenutasi proprio a Bergamo. Il presidente del Consiglio lo inserì a pieno titolo nelle figure simbolo resistenza civile, definendolo “prete degli ultimi”. “Con lui rendiamo omaggio ai sacerdoti della diocesi bergamasca deceduti per il virus” disse il premier nell’occasione.

Credeva nel recupero individuale e sociale

Cappellano a Bergamo dal 1992, il sacerdote si è molto adoperato nell’accompagnamento dei detenuti durante la fruizione dei permessi premio con un lavoro di raccordo con la magistratura di sorveglianza, “esplicitando chiaramente gli obiettivi del suo operato, cioè favorire le relazioni tra genitori e figli minori. "In questo - continua Mazzotta - ha lavorato per sostenere i momenti di aggregazione familiare anche all’interno del carcere”. Quanto al rapporto con i ristretti, Don Fausto credeva nel recupero individuale e sociale delle persone private della libertà personale. “Attraverso un dialogo costante e prendendo le mosse dal trauma conseguente all’ingresso in Istituto, senza voler influire sulla libera scelta dell’individuo, interagiva con lui alla stregua della maieutica socratica, ne sollecitava un’autonoma presa di coscienza di eventuali errori e delle conseguenze pregiudizievoli che ne erano derivate in un’ottica di liberazione dal peso della sofferenza. Trasmetteva valori che partivano dal rispetto verso sé stessi e verso gli altri, alleviando così la sofferenza nella prospettiva del futuro reinserimento sociale”.

Una parola di conforto per tutti

La sua missione guardava con attenzione anche a chi lavorava in carcere (agenti di Polizia Penitenziaria e personale amministrativo): “Costruiva un secondo rapporto di collaborazione fondato sulla fiducia, sul rispetto, sulla stima”, rivela Mazzotta. “Era un punto di riferimento anche per progettualità specifiche sul benessere del personale stesso. Una presenza costante in manifestazioni ufficiali. Ricordo, ad esempio, le feste della Polizia Penitenziaria officiate all’esterno della struttura dove pronunciava sempre parole che davano lustro e  prestigio al Corpo. Costruiva rapporti con i singoli, oltre che con le loro famiglie. Aveva sempre per tutti parole di conforto ed incoraggiamento”.

Un grande uomo, un grande sacerdote

La Direttrice, infine, ricorda il suo rapporto di stretta collaborazione con Don Resmini: “All’ingresso in istituto era solito passare sempre dal mio ufficio e oggi ho la sua foto che mi sorride e avverto il tuo sostegno e il suo conforto, anche se confesso che mi mancano veramente i suoi saggi consigli. Mi manca l’impossibilità di condividere con lui un’idea, un progetto. Tutti noi oggi condividiamo il ricordo di un grande uomo, di un grande sacerdote. Egli ha voluto massimamente tra queste mura mettere a profitto il suo impegno a favore del prossimo. La prospettiva della realizzazione della dignità della persona è stata la finalità che ha contrassegnato la vita e la sua opera”.

(Ultimo aggiornamento 19 aprile 2021, ore 9.40)

17 aprile 2021, 14:51