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Massacro in Niger: almeno 137 le vittime

Nello Stato dell'Africa Occidentale il bilancio degli attacchi jihadisti di lunedì 22 marzo è drammatico. Condanna del Governo: "Atti barbari perpetrati da individui senza legge e senza fede". L'intervista al missionario Aurelio Boscaini: "La strada del dialogo, tante volte indicata da Papa Francesco, è l'unica percorribile"

Emanuela Campanile ed Andrea De Angelis - Città del Vaticano

Niger senza pace, ancora teatro di attacchi di stampo jihadista, ma la cui gravità ha raggiunto livelli senza precedenti. Ieri, uomini armati sono arrivati in moto in tre villaggi della regione di Tahoua vicino al confine con il Mali, sparando "a tutto ciò che si muoveva”, come ha riportato un funzionario locale. Le vittime sono almeno 137. "Trattando sistematicamente le popolazioni civili come obiettivi, questi banditi armati sono andati un passo avanti verso l'orrore e la brutalità", ha detto il portavoce del governo Zakaria Abdourahamane in una dichiarazione alla televisione pubblica. Il governo di Niamey ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale.

"Senza legge e senza fede" 

Sei giorni di inaudita violenza e profondo dolore per lo Stato dell’Africa occidentale, il cui governo ha condannato questi atti barbari perpetrati “da individui senza legge e senza fede" e che in meno di una settimana hanno causato la morte di almeno duecento persone.  L’ intensificarsi degli attacchi è la prima grande sfida per il neoeletto capo di Stato, Mohamed Bazoum, che succede a Mahamadou Issoufou. Una vittoria, la sua, confermata proprio domenica dalla Corte costituzionale del Niger. Bazoum, esponente del partito di governo Pnds, ha vinto con il 55,66% dei voti, mentre il suo sfidante Mahamane Ousmane, del partito Rdr-Tchanji, ha ottenuto il 45,34% delle preferenze, secondo i risultati finali. L'affluenza è stata pari al 62%.

La soluzione non è militare

"Il Niger ormai da anni è oggetto di attacchi jihadisti, come i vicini Mali e Nigeria. Le cose stanno peggiorando, nonostante le elezioni presidenziali abbiano portato ad una transizione regolare di potere". Lo afferma nell'intervista a Vatican News il missionario comboniano, Aurelio Boscaini, già direttore di Nigrizia. "Il problema dell'insicurezza è enorme ed è legato alla poverta che, come sappiamo, non è mai consigliera di pace quando rasenta la miseria. Questi attentatori sono soprattutto giovani". 

Ascolta l'intervista ad Aurelio Boscaini

"La soluzione non è certo l'intervento militare, il problema - prosegue - è sociale. Un problema enorme da dover affrontare in un Paese povero, che non può permettersi di farlo se non attraverso il dialogo. Vincere sul territorio questa sfida credo sia impossibile senza il dialogo, qui siamo dinanzi a veri massacri". 

L'invito al dialogo del Papa

"La questione è sovranazionale, la jihad nel Sahel occupa uno spazio che va dalla Mauritania al Niger, compreso il nord della Nigeria. Il Papa dovrebbe essere ascoltato dai presidenti di queste Nazioni, devono avere il coraggio di sedersi con questi responsabili dei massacri e dialogare. Quanto sta accadendo - afferma l'ex direttore di Nigrizia - è incredibile, direi indicibile. Ciò succede in Paesi che hanno conosciuto secoli di pace, non dobbiamo mai dimenticarlo". Dunque dialogare con chi? "Un dialogo democratico, tra le strutture di potere, seguendo un filo. Bisogna avere il coraggio di sedersi al tavolo. So che è difficile, perché il mondo è rivolto a sconfiggere il terrorismo, ma non dobbiamo dimenticare che anche i nemici sono persone. Non c'è altra soluzione che sedersi e discutere. Il problema non si risolve altrimenti. Almeno provarci diventa indispensabile, viceversa non ci sarà pace per nessuno". 

La Chiesa ed i missionari 

"Io sono stato missionario in Benin per anni, ho una ammirazione enorme per queste persone. L'avventura di padre Maccalli (il missionario rapito in Niger e rilasciato in mali dopo un sequestro durato oltre due anni - ndr) ci insegna qualcosa, i missionari - afferma Boscaini - sanno di essere esposti al pericolo, compresi i sequestri di persona. La Chiesa cattolica in Niger è presente, non certo come potenza regionale. Si tratta di un piccolo gruppo di cristiani che, però, ha molto significato. Il loro impegno nella scuola, nella sanità è un esempio per tutti noi. Questo lavoro nel sociale - conclude - è un modo per stabilire un dialogo tra culture e religioni. Dobbiamo essere orgogliosi di questi missionari, io ne conosco alcuni e sono persone che restano accanto al popolo. Certo hanno paura, ma la fede nel Signore prevale e permette loro di lavorare con la gente, di pregare, di annunciare l'amore in Gesù e la fraternità universale. Anche e soprattutto in un Paese in cui la Buona Novella non è accolta così facilmente...". 

23 marzo 2021, 12:44