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Donne libanesi protestano contro la crisi Donne libanesi protestano contro la crisi  (AFP or licensors)

L'agonia del Libano e il rischio di crisi umanitaria

Il fenomeno delle nuove povertà sgomenta il Libano. Oltre il 60% dei libanesi vive sotto la soglia di povertà e il cibo scarseggia. Nessuna intesa per la formazione di un nuovo governo tra il presidente Aoun e il premier incaricato Hariri. Cresce, intanto, la proccupazione internazionale per le conseguenze dell'instabilità politica.

Stefano Leszczynski - Città del Vaticano

Ancora nessuna soluzione per la crisi politica ed economica libanese dopo il fallimento dei nuovi negoziati di lunedì 22 marzo tra il presidente della Repubblica Michel Aoun e il premier incaricato Saad Hariri. La paralisi istituzionale del Libano va ormai avanti da mesi con conseguenze disastrose sulla vita dei cittadini. Negli ultimi 18 mesi la crisi economica ha portato ad una svalutazione del 90% la lira libanese sul dollaro. Una situazione che allarma l’Ue e che ha spinto l'Alto Rappresentante Josep Borrell ha dichiarare che il Libano “potrebbe andare a pezzi ed è nostra responsabilità tentare di impedire che accada". Il tema delle ingerenze esterne sulla crisi libanese viene trattato in maniera sempre più esplicita nelle cancellerie europee tanto che l’Eliseo ha rilasciato un comunicato in cui si afferma che la situazione in Libano è "destabilizzata da Paesi che usano la diplomazia religiosa con fini politici".

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Rischi per la pace in Libano

Con il 60% della popolazione che vive al di sotto del livello di povertà, una disoccupazione generalizzata, e la crisi istituzionale che non vede sbocchi il futuro del Libano appare oscuro e ignoto. Monsignor Cesar Essayan, vicario apostolico di Beirut, non nasconde le sue preoccupazioni quando parla di una popolazione allo stremo e ormai insofferente nei confronti di un mondo politico che viene percepito come incapace. Il Libano – spiega – è stanco di vivere in una "situazione di guerra civile latente, alimentata da un rigido confessionalismo, da un nepotismo imperante e da chi serve i signori della guerra. L’idea di una guerra fratricida è un incubo per i libanesi, che respingono la violenza e voglio vivere insieme e in pace”.

Barricate per le strade di Beirut
Barricate per le strade di Beirut

La fuga dei libanesi all'estero

“La crisi economica in cui siamo sprofondati – spiega Tony Mikhael, imprenditore nel settore dei media – assomiglia a quella che abbiamo visto con il crollo de sistema sovietico e le migrazioni di massa verso Occidente. Ormai nel paese mancano i beni essenziali e tutti quelli che possono fuggono dal Libano; una situazione che riguarda soprattutto le forze più giovani del paese, quelle che avevano animato le manifestazioni di ottobre, ma che non sono state in grado di darsi degli obiettivi concreti, un programma o una leadership alternativa a quella esistente.”

Colloqui tra il presidente Aoun e il premier incaricato Hariri
Colloqui tra il presidente Aoun e il premier incaricato Hariri

La crisi umanitaria è imminente

Il fenomeno delle nuove povertà rappresenta una realtà che il Libano vive con sgomento. Il collasso del sistema bancario, la svalutazione della lira libanese e l’impossibilità di recuperare i risparmi da parte dei cittadini libanesi hanno spinto anche chi apparteneva alle classi più agiate a chiedere aiuto agli enti di carità. “Le stesse persone che prima della crisi erano donatori e sostenitori finanziari – spiega padre Michel Abboud, presidente di Caritas Libano – oggi sono in fila a chiedere il nostro aiuto per poter dare da mangiare ai propri figli. Oggi gli aiuti ci giungono dall’esterno: dalle reti Caritas, dalle rimesse degli emigrati, dalle organizzazioni della diaspora. Diamo tutto quello che abbiamo, ma non basta. Le persone debbono addirittura rinunciare alle cure mediche, che in Libano sono a pagamento, per poter comprare da mangiare”. L’appello di padre Abboud lanciato dai microfoni di Radio Vaticana è quello di chi non ha più alternative se non sperare in un aiuto internazionale. E’ ormai una lotta per la sopravvivenza, non c’è spazio per il superfluo e nel superfluo, oggi, rientra anche l’istruzione.

[ Audio Embed Ascolta l'intervista a mons. Cesar Essayan]

Il possibile ruolo dei cristiani in Libano

Il Libano – come diceva Giovanni Paolo II – “è un messaggio”. Messaggio di possibile coabitazione tra religioni, culture e popoli diversi. Il Libano dev’essere preservato con ogni sforzo come spazio di democrazia, pace e dialogo nel cuore del Medio Oriente. E’ questo il compito che spetta innanzitutto ai cristiani libanesi che devono ricercare un’unità di intenti persa in un punto indefinito del passato. Monsignor Cesar Essayan lo dice senza giri di parole: “Se la componente cristiana viene a mancare in Libano, anche la vita dei musulmani diventerà impossibile perché l’integralismo prenderà il sopravento. Serve un profondo processo di riconciliazione tra i cristiani per trovare un terreno d’intesa che porti il Libano ad essere nuovamente un paese per tutti, un paese d’accoglienza, in cui musulmani e cristiani collaborino alla ricostruzione. Ma perché questo possa avvenire bisogna mettere da parte gli interessi personali e lavorare per il bene comune”. Una chiamata all’unità del paese che trae forte ispirazione dal messaggio lanciato da Papa Francesco con il suo viaggio apostolico in Iraq e che il Libano avverte come unico motivo di speranza.

23 marzo 2021, 10:48