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La sentenza di un Tribunale tedesco sulle torture in Siria

Il primo processo su scala globale a carico di un esponente siriano del regime di Assad si è concluso con una condanna. Il professore di Diritto Internazionale Paolo De Stefani spiega nella nostra intervista come si è arrivati a questo verdetto

Andrea De Angelis – Città del Vaticano

Per la prima volta un tribunale si è pronunciato su un crimine legato alla repressione del regime di Assad. Eyad Al Gharib, agente di Damasco, è stato condannato ieri dall'alta Corte di Coblenza a 4 anni e 6 mesi di detenzione per aver collaborato, dieci anni fa, a forme di tortura e gravissime privazioni di libertà in Siria. L’uomo è andato a processo con l’accusa di aver collaborato all'arresto di 30 persone durante una manifestazione fra il settembre e l'ottobre del 2011 in Siria. In piena guerra civile, i dissidenti furono portati in un centro dei servizi segreti di Damasco e qui torturati.

Il processo

Quella di Coblenza è una soluzione giudiziaria internazionale che vuole creare un precedente, come spiega il Pubblico ministero tedesco Jasper Klinge: "Diamo un segnale ai responsabili di gravi violazioni di diritti umani universalmente riconosciuti. I colpevoli devono sapere - ha affermato - che possono esser condannati sempre e ovunque". Il Tribunale Penale Internazionale in realtà permetterebbe il verdetto anche da parte di una corte sovranazionale, ma la Siria non ne ha ratificato il trattato costitutivo. Inoltre non sarebbe stato possibile neanche attivare il Tribunale dell’Aja, per il veto di alcuni Paesi del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Come si è arrivati, dunque, al processo in Germania?

I profughi siriani

“Si è arrivati a questo perché in Germania, come in molti Paesi europei, ci sono dei profughi siriani e tra loro molte persone che a partire dal 2010 hanno subito delle torture, denunciate nel tempo con accuse rilasciate a vari sistemi giudiziari europei nei confronti di soggetti specifici”. Lo spiega nell’intervista a Vatican News il professor Paolo De Stefani, docente di Diritto internazionale all’Università di Padova. “Succede poi che alcuni di questi soggetti denunciati - prosegue - si recano in Europa e grazie alle suddette segnalazioni, si può procedere agli arresti, come accaduto in questa occasione”.

Ascolta l'intervista a Paolo De Stefani

Il principio

“Tutto ciò è possibile perché in Germania si può procedere – sottolinea De Stefani – anche nei confronti di persone che sono accusate di aver commesso dei crimini all’estero, sulla base della cosiddetta giurisdizione universale”. Un criterio che prevede dunque la possibilità di mandare a processo dei soggetti “accusati di crimini contro l’umanità e di crimini internazionali”.

Il Tribunale dell’Aja

Perché non si è fatto ricorso al Tribunale Penale Internazionale? “Il motivo è duplice. Da un lato la Siria non ne ha ratificato il trattato, dall’altro il cittadino accusato era proprio siriano”, risponde il docente di Diritto Internazionale. “Inoltre – prosegue – anche volendo superare questo scoglio, così come previsto dai poteri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, va detto che in questo caso lo stesso non si sarebbe espresso in tal senso per il parere contrario di alcuni Stati”.

25 febbraio 2021, 13:00