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Myanmar, la protesta non si ferma. L’esercito usa i proiettili

Proseguono nel Paese asiatico le manifestazioni contro il colpo di stato militare. Per il quinto giorno consecutivo decine di migliaia di persone sono scese in piazza. Ieri il ricorso alle armi da parte delle forze dell’ordine e l’incursione nella sede della Lnd di Aung San Suu Kyi

Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

La protesta sfila ancora per le strade di Myanmar. Le manifestazioni contro il golpe militare, lo scorso 1° febbraio, e contro la carcerazione della leader Aung San Suu Kyi e degli altri leader della Lega nazionale per la democrazia (Lnd), attraversano le principali città del Paese, a dispetto dell’uso della forza da parte della polizia che, ieri, notizia non ancora confermata, avrebbe anche provocato una vittima, una giovane donna colpita alla testa forse da un proiettile vero e non di gomma come dichiarato. Ieri sera le forze armate hanno anche fatto irruzione nel quartier generale della Lnd a Yangon, mentre sarebbero decine le persone arrestate.

Il ricordo dellle manifestazioni del 1988

Si tratta sicuramente di una situazione difficile e inimmaginabile fino a pochi giorni fa, spiega il giornalista esperto di Asia, Stefano Vecchia, che trova analogie con quanto accadde nel 1988, “quando gli studenti dell'università cercarono di opporsi al colpo di stato militare che, peraltro, sostituiva un'altra leadership militare presente addirittura dal 1962”. In quel caso, dalle scaramucce iniziali si arrivò alla repressione finale, che fece un gran numero di vittime, soprattutto tra gli studenti, e che “costrinse a scendere in campo Aung San Suu Kyi, rientrata allora nel suo Paese dopo molti anni trascorsi all’estero”.

Ascolta l'intervista a Stefano Vecchia

I monaci buddisti in testa ai cortei

Elemento determinante di questa volta è l’utilizzo di internet, che permette la comunicazione ed il coordinamento con qualunque gruppo di protesta e “di far conoscere la propria voce al mondo”. Tra i partecipanti alla ribellione si contano esponenti di diverse categorie professionali e anche diversi poliziotti, passati dalla parte dei manifestanti. I cortei inoltre, nota ancora Vecchia, spesso sono aperti dai monaci buddisti, un forte segnale “in un Paese dove, nell’ultimo decennio, il nazionalismo ha fatto forte leva sulla religione buddista”.

Le richieste dei vescovi cattolici del Paese

A prendere posizione su quanto avviene sono stati, ieri, anche i vescovi del Paese che, in una dichiarazione firmata dal cardinale presidente della Conferenza episcopale del Myanmar, Charles Bo, chiedono l’immediato rilascio di Aung San Suu Kyi e degli altri leader detenuti. Anche questo, prosegue il giornalista, è “sicuramente un segnale di rilievo, forse non tanto nel contesto di un Paese dove la Chiesa cattolica è fortemente minoritaria, quanto in un contesto internazionale”.

La condanna internazionale e il ruolo della Cina

La condanna per l’uso della violenza nelle ultime ore, è stata espressa dalle Nazioni Unite, da Human Wright Watch e dalle cancellerie internazionali. Ad interrompere i rapporti con Myanmar finora è stata solo la Nuova Zelanda, divenuta il primo Paese a isolare la giunta militare dopo il golpe. Venerdì è prevista la riunione del Consiglio per i diritti umani dell'Onu, sollecitata dal Regno Unito e dall'Unione europea. “La pressione internazionale – prosegue Vecchia – così come la minaccia di nuove sanzioni contro i militari del golpe, un’influenza ce l’hanno e anche in modo rilevante”. A fare la parte del leone è la Cina, per la sua “comunanza di interessi con il regime militare”, determinante è stato quindi il veto cinese alla risoluzione di condanna del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, qualche giorno fa. “Il ruolo cinese, quindi – aggiunge – resta importante e su questo Pechino potrà giocare molto, in un senso e nell'altro”.

Il rischio di una gravissima crisi umanitaria

A preoccupare le Nazioni Unite è, inoltre, la possibilità di una crisi umanitaria senza precedenti, che potrebbe nascere da una repressione armata, pensando a tutti i birmani che lavorano all’estero, soprattutto in Thailandia, dove vivono in condizioni precarie, e anche e soprattutto, “alla possibilità di una fuga di massa dei birmani, in particolare nelle aree abitate dalle etnie minoritarie, che sono sempre state sotto la forte pressione delle forze armate”.  Impossibile, dunque, fare qualunque genere di previsione su cosa potrebbe accadere nelle prossime ore, di certo però, rimane davvero difficile ipotizzare che la Birmania, con 55 milioni di abitanti, da un decennio ormai abituata alla democrazia e in via di sviluppo, “possa tornare ad una situazione di oscurantismo repressione e miseria come quella provata nel mezzo secolo di controllo pieno dei generali”.

 

10 febbraio 2021, 13:48