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Vatican News

Una scintilla ha nuovamente incendiato il Darfur

Nella regione sudanese si contano oltre 150 vittime in meno di una settimana. L’esercito sembra aver riportato la situazione alla normalità nelle ultime ore, ma non cessa il timore per la sicurezza dell'area. L'africanista Casale: “Il Paese - afferma - sta vivendo una delicata transizione democratica”

Andrea De Angelis – Città del Vaticano

Ancora sangue e violenza in Darfur. Tutto sembra aver avuto inizio meno di una settimana fa con degli incidenti nel campo per sfollati di Geneina, capoluogo di provincia. Le tensioni sono aumentate con il passare delle ore, fino ad esplodere nella giornata di domenica, quando gli scontri hanno causato le prime vittime. Dopo quattro giorni, il bilancio nel Darfur occidentale è di almeno 160 morti, ancora più alto il numero di feriti.

La cronaca

Gli ospedali nella provincia sudanese del Darfur occidentale hanno registrato ieri una trentina di vittime, hanno detto i medici, portando il conteggio degli scontri tra fazioni ad ad almeno 160 morti, tra cui donne e bambini. Gli scontri si sono placati dopo che le autorità hanno imposto un coprifuoco 24 ore su 24 in tutto il Darfur occidentale ed hanno dispiegato più truppe e forze di sicurezza nella provincia. Gli operatori sanitari parlano di circa duecento feriti, un decimo dei quali è stato trasferito nella capitale Khartoum a causa delle condizioni critiche. Gli scontri tra i membri della tribù araba Rizeigat e della tribù non araba Massalit avrebbero inoltre provocato 50mila sfollati, secondo le stime delle Nazioni Unite.

Un anno importante 

Dal primo gennaio è terminata Unamid, la missione di pace delle Nazioni Unite e dell'Unione Africana nella regione sudanese del Darfur. Era iniziata 13 anni fa. Una richiesta in tal senso era arrivata dal governo sudanese, che ora avrà il compito di mantenere la pace nella regione. Iniziata nel 2007, ha visto schierati fino a 26mila caschi blu per garantire pace e sicurezza in Darfur. Spetta dunque al governo di transizione sudanese garantire la stabilità in Darfur, dopo la destituzione dell’ex presidente Omar al-Bashir, avvenuta l’11 aprile 2019.

Violenze inaudite

“L’esplosione di nuove tensioni ci fa presupporre come i problemi non siano stati risolti, è bastato un incidente per scatenare violenze inaudite tra le popolazioni di origine araba ed africana che vivono al confine col Ciad”. Lo afferma nell’intervista a Vatican News l’africanista Enrico Casale.  “Queste tensioni - prosegue - rivelano come in questi anni si sia messo il coperchio su una pentola che ha continuato a bollire. Tutto ciò accade in un momento delicato, di transizione politica”.

Ascolta l'intervista ad Enrico Casale

Il momento storico

“Con la caduta di al-Bashir si è instaurato un Governo di transizione che sta portando il Paese verso la democrazia, ma è una fase delicata, di passaggio”. Casale fa riferimento anche ad altre tensioni, specie “con l’Etiopia, sia per la questione dei confini che della Grande diga del millennio”. “Tutti sono interessati affinché cessino gli scontri, perché l’instabilità in Sudan ha ripercussioni sui Paesi confinanti”, spiega l’africanista.

La scarsità di risorse

“Per arrivare a questo credo sia indispensabile l’aiuto di Nazioni Unite ed Unione Africana, ma – conclude Casale – è necessario anche da parte del Governo per riuscire a ristabilire buoni rapporti tra le comunità locali, facendo un lavoro soprattutto sulla gestione delle risorse, dai pascoli all’acqua. Risorse che con i cambiamenti climatici diventano sempre più scarse e dunque preziose, in grado di accendere purtroppo queste tensioni”.  

20 gennaio 2021, 11:43