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Cristiani in Pakistan Cristiani in Pakistan  (ANSA)

Pakistan: giovedì la “Giornata nera dei diritti umani” contro le discriminazioni

Dopo la liberazione della dodicenne cristiana costretta a sposarsi contro la sua volontà, resta alta l’attenzione sul problema delle conversioni forzate. Il 10 dicembre prevista un’importante mobilitazione

Lisa Zengarini – Città del Vaticano

Era stata rapita cinque mesi fa, costretta a convertirsi all’Islam e quindi a sposare uno dei suoi rapitori. Farah Shaheen, adolescente cristiana pakistana di appena 12 anni è stata liberata la settimana scorsa dalla polizia di Faisalabad e quindi affidata da un tribunale a una casa di accoglienza. L’adolescente - riporta l'agenzia Ucanews - è stata trovata incatenata in una stanza con ferite alle caviglie e ai piedi. Era stata sequestrata nel giugno scorso e costretta a sposare Khizer Hayat, un musulmano di 45 anni, ma solo nel settembre scorso i genitori hanno potuto sporgere denuncia ufficiale. La ragazza è in stato di shock e non è riuscita ancora a raccontare l’orrore che ha vissuto in questi mesi.

Una legge contro i matrimoni forzati

Farah è l’ennesima vittima di una conversione e matrimonio forzato con un musulmano, una pratica corrente in Pakistan, sempre più usata dagli islamisti come ulteriore strumento di persecuzione contro le minoranze religiose. Il fenomeno è salito nuovamente alla ribalta delle cronache in queste settimane dopo il caso del Arzoo Masih, la tredicenne cristiana rapita lo scorso ottobre e costretta a sposare un musulmano e successivamente “liberata” per ordine di un tribunale anche grazie alle proteste delle Chiese cristiane. Da tempo queste chiedono una legge specifica che renda penalmente perseguibili gli autori di questi crimini, che rimangono nella maggior parte dei casi impuniti per la complicità delle autorità di polizia e di quelle giudiziarie.

Grande mobilitazione

Dopo la liberazione di Farah, i cristiani, che la scorsa settimana hanno ricevuto assicurazioni che il governo indagherà sulle conversioni forzate, tornano a fare sentire la loro voce. Il prossimo 10 dicembre, Giornata internazionale dei diritti umani, è stata indetta una speciale "Giornata nera dei diritti umani" in tutto il Pakistan, per protestare contro l'aumento delle violenze e delle discriminazioni ai danni di tutte le minoranze religiose (compresi anche indù e la comunità ahmadiyya). "Ogni famiglia cristiana in tutto il Pakistan dovrebbe unirsi alla protesta. E’ ora di dire la verità per proteggere le generazioni future”, ha dichiarato Nadeem Bhatti, presidente della Canadian Aid to Persecuted Christians, organizzazione no-profit canadese impegnata a fornire assistenza finanziaria e legale ai cristiani pakistani arrestati illegalmente a causa della loro fede. "La polizia sembra sostenere i criminali. Il governo dovrebbe agire rapidamente contro questo e garantire una severa punizione per Khizar e il suo gruppo".

Numeri in crescita

Secondo la ong Centre for Social Justice(Csj), tra il 2013 e il novembre 2020 i media hanno segnalato 162 conversioni sospette e il numero più alto di casi (49) è stato segnalato nel 2019. Più del 46% delle vittime erano minorenni, con quasi il 33% di età compresa tra gli 11 e i 15 anni. Oltre il 54% delle vittime apparteneva alla comunità indù, mentre il 44% erano cristiani). Ma quelle segnalate dai media sono solo la punta dell’iceberg, perché molti non denunciano per timori di ritorsioni. Le minoranze cristiane in Pakistan non sono solo vittime di conversioni forzate, ma anche di altre violenze e abusi legati alla controversa legge sulla blasfemia e di discriminazioni nei salari e nelle assunzioni, nonché nell’accesso agli aiuti sociali. Sta accadendo anche durante la crisi del coronavirus. In questi mesi di emergenza sanitaria, gli addetti alle pulizie negli ospedali e nelle strade (settore ancora riservato ai non musulmani), si sono visti negare anche i dispositivi di protezione individuale solo perché cristiani, nonostante siano particolarmente esposti al contagio. “I capi reparto li ignorano. Per molti, non esistono nemmeno. Anche le leggi statali li stigmatizzano. Le leggi sul lavoro non proteggono la loro sicurezza”, ha raccontato all’agenzia Ucanews Saira Javed, che la settimana scorsa è stata insignita per il suo lavoro di un premio dal Center for Law and Justice (CLJ). “Le persone evitano di servirci i pasti nei piatti. I ristoranti consegnano il cibo in sacchetti di plastica e la maggior parte delle famiglie si rifiuta di fornire un bicchiere d'acqua. Ci dobbiamo dissetare alle fontanelle per strada. Le nostre scope - denuncia Saira -  possono pulire le strade ma non possono cancellare lo stigma nelle teste delle persone".

07 dicembre 2020, 16:43