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Dal Guatemala “grazie” al Papa per la vicinanza dopo il passaggio di Eta

Ieri all’Angelus, Francesco ha rivolto il suo pensiero alle popolazioni dell’America centrale colpite dall’uragano che ha provocato circa 200 vittime tra morti e dispersi, soprattutto in Guatemala. Dal distretto dell'Alta Vera Paz, uno dei più devastati, la testimonianza di padre Vittorio Castagna, salesiano da 10 anni nel Paese guatemalteco

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

E’ un pensiero di vicinanza e di sostegno quello che Papa Francesco rivolge all'Angelus alle popolazioni dell’America Centrale, già provate dalla pandemia e colpite nei giorni scorsi dal violento uragano Eta che si è spostato verso Cuba, diventando tempesta tropicale, ma che gli esperti ritengono possa riacquistare forza nel suo dirigersi verso la Florida.

Il Signore accolga i defunti, conforti i loro familiari e sostenga quanti sono più provati, come pure tutti coloro che si stanno prodigando per aiutarli.

Il Guatemala piegato dalla pandemia e dall’uragano

Padre Vittorio Castagna e da dieci anni in Guatemala, nel distretto dell'Alta Vera Paz, dedicandosi insieme ad altri salesiani ai Q'eqchi, una popolazione indigena molto antica, “dai quali – afferma - ho imparato ad essere felice, una serenità del cuore non intaccata dalla povertà estrema in cui vivono: quel sorriso interiore che vorrei riportare ai tanti giovani anche in Italia”. Così commenta quanto detto da Francesco all’Angelus, descrivendo la difficile situazione in cui versa ora il popolo guatamalteco:

Ascolta l'intervista a padre Vittorio Castagna

R. - Le parole del Papa hanno realmente toccato il nostro cuore, anche il popolo guatemalteco è felice di aver potuto ascoltare che lui ha pregato per loro. La situazione è difficile perché si stanno ancora cercando persone disperse. Abbiamo anche delle storie di sofferenza che conosciamo bene: uno dei nostri alunni che vive nella nostra scuola del Centro Don Bosco ha perso tutta la famiglia, i nonni, gli zii, i genitori, i fratelli è rimasto completamente solo. Una storia come questa tocca il cuore e quindi la preghiera del Papa sicuramente darà forza a queste persone che potranno superare un momento così difficile, non solo per il coronavirus, ma anche per questo disastro naturale. Ancora una volta questo popolo è stato colpito, però sono sicuro che si rialzerà perché i Maya Q'eqchi e tutte le altre popolazioni maya che sono stati colpite sono popolazioni forti e riusciranno anche questa volta ad alzarsi e andare avanti con le proprie vite.

I primi aiuti della parrocchia di padre Vittorio
I primi aiuti della parrocchia di padre Vittorio

Com'è la situazione e come state vivendo queste ore?

R. - La situazione in questo momento è davvero difficile. La nostra parrocchia con 200mila abitanti vive una prova molto forte, non abbiamo notizie dei villaggi più lontani ma faremo tutto il possibile per recarci al più presto nelle zone più isolate. Qui le inondazioni sono state molto, molto forti e la gente si è salvata solo se raggiunta da un elicottero. La nostra parrocchia di Campur è stata totalmente sommersa dall'acqua, il parroco ha dovuto lasciare la parrocchia e andare in un villaggio vicino, più sicuro. Attualmente il quadro ancora non è molto chiaro, quello che noi vediamo è che sta crescendo il numero delle persone che sono state colpite fortemente da questo uragano. Come chiesa stiamo studiando soluzioni per poter aiutare, per poter andare incontro ai bisogni della gente.

 

Cosa state facendo in concreto?

R. – La risposta della Chiesa è stata immediata e concreta, abbiamo subito aperto i nostri ambienti parrocchiali a tutte le persone che sono rimaste senza casa, fornendo il servizio della mensa, assicurando i vestiti e tutto quello di cui le persone hanno bisogno. Ma non è solo il momento che dobbiamo risolvere stiamo anche pensando alla ricostruzione, in accordo con le stesse autorità per proiettarci a quello che sarà il dopo. Come chiesa siamo stati maestri della carità, i primi a scendere in campo e anche i primi ad asciugare le lacrime, quelle lacrime che sono indescrivibili; lacrime che vedi negli occhi delle persone che sono sole e si sentono perse e anche le lacrime dei bambini che sono lacrime che realmente toccano il cuore e ti lasciano molto spesso parole.

Qual è l'impegno della missione salesiana?

R. - Io mi trovo tra le popolazioni maya, la nostra parrocchia è missionaria, siamo otto sacerdoti e visitiamo un territorio di mille chilometri quadrati con circa 350 villaggi. Abbiamo anche strutture educative, in diverse sedi con circa 5000 studenti che vanno dall'asilo all'università. L'obiettivo è di formare buoni cristiani e onesti cittadini. La nostra storia di presenza missionaria è di circa 80 anni quindi siamo in una fase iniziale dell'evangelizzazione e il nostro sforzo principale è appunto quello di annunciare il Signore con la testimonianza personale e soprattutto con la vicinanza di una chiesa che, in queste periferie, è viva, è una chiesa presente, attenta ai bisogni della gente.

09 novembre 2020, 10:17