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Una contadina in terra africana Una contadina in terra africana  (AFP or licensors)

Sempre più “Padroni della terra”, a danno di diritti umani e ambiente

Non c'è crisi per chi specula con il land grabbing: è quanto emerge dal rapporto della Federazione degli organismi cristiani di volontariato (Focsiv) dedicato al fenomeno dell'accaparramento senza scrupoli di terre e risorse in Africa. Il diritto internazionale in questi anni si è mosso ma non aiuta l'indebolimento del multilateralismo come sottolinea il curatore del rapporto Andrea Stocchiero

Fausta Speranza – Città del Vaticano

“I padroni della terra”. Questo il titolo scelto per il terzo rapporto che la Focsiv dedica al land grabbing. 79 milioni di ettari a grandi imprese, società finanziarie e Stati a danno delle comunità di contadini locali è uno dei dati che fotografa il fenomeno in Africa che prosegue senza sosta da tempo e che nell'ultimo anno è aumentato piuttosto che diminuire. In tempi di crisi, ben otto milioni di ettari in più sono andati a chi accaparra e gestisce terre con modalità che pesano in tema di diritti umani, ambiente e migrazioni. L'Africa è il continente più ambito perché custodisce il 60 per cento delle terre non coltivate.

Per capire l'entità, la gravità del fenomeno ma anche i termini del contrasto, abbiamo intervistato Andrea  Stocchiero che ha curato lo studio Focsiv presentato ieri:

Ascolta l'intervista con Andrea Stocchiero

Stocchiero chiarisce che si parla di investimenti su grandi appezzamenti per la produzione di monoculture per l’alimentazione umana e animale, di biocarburanti, per piantagioni e il taglio di foreste, per l’estrazione mineraria, per progetti industriali e turistici, per l’urbanizzazione. Investimenti che fanno perdere biodiversità e contribuiscono al riscaldamento del pianeta. Si tratta di contratti dal punto di vista legale regolari, per acquisto di terreni o per l’affitto in genere per 90 anni. Ma il fatto che siano legali – sottolinea Stocchiero – non vuol dire che non siano deleteri.  Il punto, secondo Stocchiero, è che le norme in tema di diritti umani o di ambiente da rispettare ci sono, ma la loro applicazione resta su base volontaria e dunque alcuni governi scelgono di non vincolare le imprese mettendo al primo posto interessi personalistici di profitto al bene dei territori, delle comunità del Paese. 

Il modello economico in atto - sottolinea Stocchiero -  è quello dell’estrattivismo: imprese, finanza e Stati che cercano di sfruttare al massimo le risorse della terra per fare profitto, inducendo e soddisfacendo il desiderio di consumo del mondo ricco ed emergente. Questo fenomeno produce scarti, rifiuti, umani e materiali, inquinamenti, veleni ed emissioni di gas serra, terre ed acque morte. Si parla di violazioni di diritti umani nel caso di filiere di produzione tipo quella per il cobalto.

Un fenomeno in aumento

Stocchiero spiega anche che il land grabbing non si limita alle più ‘consuete’ vicende di agri-business, ma amplia il discorso all’industria mineraria, allo sviluppo industriale. Chiarisce che dalla visione globale emerge subito un fattore certo: la terra suscita appetiti sempre maggiori. Paragonando i dati dei rapporti 2019 (relativo al 2018) e 2020 (relativo all’anno scorso) sulla base dei numeri della banca dati di Land Matrix, sono stati otto milioni gli ettari di terreno supplementari oggetto di interesse commerciale. Otto milioni che fanno parte dei 79 milioni di ettari al centro di 2.100 contratti di acquisto o affitto della terra – secondo un dato cumulativo degli ultimi dieci anni – da parte di grandi imprese, società finanziarie e Stati, a danno delle comunità di contadini locali e dei popoli indigeni, nel quadro della competizione globale per le risorse naturali.

Al di là dei vecchi Paesi colonialisti – spiega Stocchiero – oggi la corsa alla terra coinvolge Paesi emergenti come la Cina, ma anche il Brasile o altri Paesi del Sud est asiatico, e sottolinea che se i grandi Paesi investitori, su scala globale, si confermano la Cina, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Svizzera, il Canada, la Russia, i Paesi target in Africa sono soprattutto la Repubblica Democratica del Congo (Rdc), il Sudan, il Sud-Sudan, il Mozambico e il Madagascar.

L'impegno delle Nazioni Unite

A livello internazionale, in seno alle Nazioni Unite e in particolare al Comitato dei diritti umani, tutte queste questioni sono state sollevate e si cerca di fare pressione sui governi locali, che cedono per interessi personali, e sulle multinazionali. Le norme ci sono ma – afferma Stocchiero – perché si passi ad un'azione più efficace dovrebbe esserci un'azione concertata che negli ultimi tempi non si è registrata per il fatto che ha prevalso per molti Paesi la scelta di abbandonare l'approccio multilaterale, basti pensare al ritiro degli Stati Uniti dal trattato di Parigi sull'ambiente.

Il legame con le pandemie

Questi fenomeni creano le condizioni per la mutazione e diffusione di virus che possono sfociare in pandemie.  Molte delle cosiddette malattie emergenti – come Ebola, AIDS, SARS, influenza aviaria, influenza suina e oggi  il nuovo coronavirus (SARS-CoV-2 definito in precedenza come COVID-19) non sono eventi e catastrofi casuali, ma la conseguenza dell'impatto degli uomini sugli ecosistemi naturali.

17 novembre 2020, 14:12