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Il locale di Parigi teatro del sanguinoso attentato del 13 novembre 2015 Il locale di Parigi teatro del sanguinoso attentato del 13 novembre 2015  (ANSA)

Attentati di Parigi del 13 novembre: non si può cedere alla paura

Cinque anni fa la strage nella capitale francese al Batacalan e allo Stade de France: ancora oggi la Francia e l’Europa cercano soluzioni contro il terrorismo jihadista. Ma la risposta non possono essere chiusure e nazionalismi, spiega, ai nostri microfoni, Azza Karam, segretario generale di Religions for Peace, protagonista in questi giorni della prima Assemblea internazionale online su Donne, Fede e Diplomazia

Gabriella Ceraso – Città del Vaticano

13 novembre 2015: Parigi piomba nel terrore per mano di una cellula belgo-francese dell’Isis. Attacchi coordinati e contemporanei a partire dallo Stade de France a Saint Denis durante l’amichevole Francia -Germania, presente l’allora presidente Hollande; quasi negli stessi minuti un gruppo di terroristi semina il panico nel X e XI arrondissement tra bar ristoranti e locali; alle 21.30 poi l’assalto nell’affollato Bataclan durante il concerto degli Eagle for Death Metal, trappola mortale per circa 90 giovani in 20 minuti di terrore. In un giorno 130 morti e circa 400 feriti. Dopo un anno, nel Bataclan torna la musica e sul fronte giudiziario, nel gennaio scorso, è inziato il processo per il commando, ma la Francia fa ancora i conti con il terrorismo. Dal 2019 il Paese fa da teatro a dieci episodi jihadisti. La metà dei responsabili è francese, l’80 per cento sconosciuto alla sicurezza. Gli ultimi tragici eventi tra Parigi e Nizza: due decapitazioni, quattro morti. Si torna a parlare di mancata integrazione, di periferie problematiche e si torna in piazza per rivendicare la laicità dello Stato, la libertà, l’unità e la fraternità e la politica torna sulla linea dura fatta di chiusure e controlli. L'ultimo annuncio alla vigilia dell'anniversario della strage di novembre scorso arriva dalla commissaria europea per gli Affari interni, Ylva Johansson, al Parlamento europeo: ci sarà un nuovo piano contro il terrorismo entro il 9 dicembre con l'obiettivo di identificare e colmare le lacune in materia di sicurezza, nella cooperazione tra forze dell'ordine, nell'uso della tecnologia e nella condivisione delle informazioni. I temi sul tavolo sono tanti: prevenire la radicalizzazione, proteggere gli spazi pubblici e collaborare con gli Stati membri, le regioni, le città.

Le risposte dell’Europa: controlli e condivisione dati

In settimana in un mini-vertice in video conferenza con i leader europei di Germania, Olanda, Austria e con il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, e la leader della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, il capo dell’Eliseo Macron ha chiesto agli Stati membri una risposta coordinata e rapida per affrontare la minaccia terroristica tramite una revisione dell'accordo di Schengen per controllare i confini esterni. "Non dobbiamo confondere la lotta al terrorismo con la lotta all'immigrazione irregolare ma ci sono dei legami che dobbiamo considerare", ha dichiarato Macron citando l'esempio dell'ultimo attentato di Nizza. La cancelliera Merkel ha sottolineato che "è imperativo sapere chi entra nell'area Schengen, ma anche chi la lascia" e ha esortato "ad agire rapidamente, ma entro i limiti costituzionali", auspicando una discussione più avanzata al Consiglio europeo del prossimo dicembre. Dal cancelliere austriaco Kurz, l'allarme per le "migliaia di combattenti terroristi stranieri che sono sopravvissuti ai combattimenti in Siria, Iraq e sono tornati, o che non hanno potuto andarsene, sono in prigione. Alcuni di loro sono già stati rilasciati e la triste verità - ha detto - è che molti di loro saranno rilasciati nei prossimi anni".

La voce di Religion for Peace: la strada è la fratellanza

Nello stesso giorno dell’anniversario del Bataclan, si chiude a Lindau la prima Assemblea internazionale online su Donne, Fede e Diplomazia organizzata da Religions for Peace and Ring for peace. “Mantenere la fede e trasformare il domani”, il sottotitolo dell’evento che punta a trovare nuovi modi per promuovere il dialogo interreligioso in tempi difficili e su più fronti: costruzione della pace, lotta al terrorismo, ambiente, leadership, migranti e violenza di genere. Un migliaio i rappresentanti di diverse fedi presenti insieme a leader politici, cui hanno portato il loro saluto la cancelliera Merkel e il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres.

Il Papa ci incoraggia alla cura dell'altro, del "diverso" da noi

Con noi la professoressa Azza Karam, segretario generale di Religions for Peace alla quale abbiamo chiesto come, davanti ad una minaccia terroristica che non accenna a cessare anche nell’anno dell’enciclica del Papa “Fratelli tutti”, possiamo costruire fratellanza se c'è paura dell'altro e se c'è una minaccia che rischia di trasformarsi in lotta tra religioni:

Ascolta l'intervista con la Prof.ssa Karam

R. - La vera paura non è quella dell’altro, ma spesso abbiamo paura di noi stessi. Dobbiamo chiederci perché abbiamo questa paura. Se non ho paura di me stessa perché ho paura degli altri? Forse è perché viviamo in un tempo di insicurezza, di cambiamenti, e anche le comunicazioni non ci consentono di restare immobili. Noi invece come esseri umani siamo spinti alla stabilità, a volte alla staticità, mentre la pandemia ci sta costringendo al cambiamento, un cambiamento veloce in cui siamo spinti a prenderci cura di noi stessi, ma per aver cura di noi stessi dobbiamo avere l’altro nella nostra vita e quest’altro non può essere solo uno della famiglia,  uno di quelli che conosciamo bene, abbiamo bisogno di qualcuno che è diverso e magari anche 'strano' dal punto di vista culturale e religioso e questo per farci vedere il bello dentro di noi. E se lo vediamo spiritualmente, quest’altro diverso non è uno di cui aver paura ma uno da abbracciare. Il Papa nell’enciclica Fratelli tutti parla di questa cura dell’altro, parla del Samaritano e ci dà l’esempio di una persona diversa che si prende cura di noi. Dobbiamo sentirci incoraggiati nella ricerca del diverso anche da quanto il Papa ha detto e questo fa crollare le paure che scatenano anche gli atti terroristici.

“Donne, fede e diplomazia”: dal vostro incontro è emerso che le donne possono avere un ruolo particolare nella società e nella politica di questo momento così difficile per l'umanità? Cosa può dirci riguardo a questo?

R. - Non possiamo immaginare una società senza donne, o pensare alle nostre comunità religiose senza le donne. Noi come persone, uomini e donne, abbiamo un ruolo, un compito nella nostra vita e nelle nostre comunità. Spesso pensiamo anche nella diplomazia che le decisioni sono di politici, uomini e donne, che non hanno fede. Non è vero perché ognuno crede in qualcosa, c’è una fede dentro ognuno di noi e questa fede ci guida. La fede guida la vita di uomini e donne. Non puoi avere nessuna comunità politica o religiosa senza le donne e il ruolo delle donne nella religione, nella politica è il ruolo delle donne nella società, non ci sono cose separate.  

Ci può fare qualche esempio di donne costruttrici di pace nel mondo?

R. - Durante questa Assemblea su Donne, Fede e Diplomazia abbiamo avuto la testimonianza di tante donne che hanno agito ispirate dalla fede. Mary McAleese, ex presidente dell’Irlanda, per esempio, lei come donna, presidente e donna di fede ha preso decisioni importanti per la pace e la riconciliazione del suo Paese, ha messo insieme la comunità protestante e cattolica e ha potuto farlo perché lei aveva la fede e credeva che sono entrambi cristiani e devono coesistere e diceva che se crediamo in Dio dobbiamo coesistere. E ha guidato un processo di pace come donna cattolica, come una persona con una fede, e come lei, sono tante a vivere così anche quando le istituzioni non sono pronte a supportarle. Penso anche alle donne della Sierra Leone, madri di bambini soldato. Loro si sono messe insieme, musulmane e cristiane, e hanno ottenuto la liberazione dei loro figli.

La cancelliera Merkel e il segretario Guterres hanno portato il loro contributo al vostro incontro. Due leader mondiali: in che direzione va il mondo? Che futuro abbiamo davanti?

R. - Io vedo davanti a noi due direzioni che sono le facce della stessa medaglia e sono due aspetti dell’esistenza umana: una è che ognuno di noi sta diventando più solo e isolato nella propria famiglia, chiuso nella propria comunità, nella propria nazione. Ma l'altra direzione è esattamente l'opposto, quella cioè che ci vede effettivamente riunirci. Vogliamo stare insieme perché c'è un bisogno di farlo, un bisogno che questa pandemia ha reso tanto visibile e palpabile. E questo tempo ci dice che dobbiamo coesistere,  dipendiamo gli uni dagli altri. E penso che da una parte ci sia la paura che ci lacera e dall'altra ci sia l'incredibile senso di bisogno che ci costringe a unirci, a stare insieme. Sono queste le due direzioni che abbiamo dunque davanti e ciò che vorremmo dire come RfP è: come possiamo rafforzare la seconda direzione, perché c’è una necessità forte di unirci. Come possiamo sostenere questa volontà di essere insieme, consapevoli che dipendiamo gli uni dagli altri e solo gli uni con gli altri possiamo guardare e costruire un futuro di dialogo.

13 novembre 2020, 08:00