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Vatican News

Covid in Africa, continente giovane e forse più resistente

Non si interrompe la crescita del numero di vittime del coronavirus nel mondo, mentre il continente africano continua a sembrare solo sfiorato dal contagio

Eliana Astorri e Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

Un anno fa, era la fine di dicembre, l’Oms segnalava lo scoppio del Covid-19 in Cina.Oggi la pandemia del nuovo coronavirus si avvicina a grandi passi al drammatico traguardo del milione e mezzo di morti. Oltre 61 milioni i casi di infezione in tutto il pianeta, cifra che però non è fotografia reale dell’evoluzione del virus, poiché in alcuni Paesi, ad esempio in quelli più poveri, le capacità di test sono molto limitate. In cima alla lista restano gli Stati Uniti, sia in termini di casi che di decessi, con 13 milioni di contagi e 264mila vittime dall’inizio, seguiti da Brasile, India, Messico. In Europa, considerata la seconda area più colpita al mondo dietro all’America Latina e ai Caraibi, sono oltre 400mila i decessi.

Il mistero dell’Africa, con meno malati e decessi

L’allarme dell’Oms ora si sposta sull’Africa, dove le vaccinazioni di massa contro il covid-19 potrebbero non iniziare prima della metà del 2021. L’Africa, spiega l’Organizzazione, è lungi dall’essere pronta per quella che sarà la più grande campagna di immunizzazione del continente, timori confermati dal Centro africano per il controllo e la prevenzione delle malattie, che richiama il rischio, per il continente, di venire “trascurato”, una volta che i farmaci saranno a disposizione. In questo momento, tuttavia, la percentuale di contagi e decessi sembra bassa, rispetto alla popolazione, in tutto il continente di parla di più di 50mila morti e di oltre due milioni di casi.  Un dato reale o piuttosto falsato dalla difficoltà di reperire le notizie  a causa, ad esempio, della mancanza di internet o della posizione sperduta di villaggi e paesini? Lunga esperienza in Africa la vanta il professor Roberto Cauda, ordinario di Malattie Infettive presso l’Università Sacro Cuore, sede di Roma:

Ascolta l'intervista a Roberto Cauda

R. - Sì, forse c'è un po' di tutto, nel senso che in Africa la situazione non ha la stessa attenzione, in termini numerici, di diffusione dei numeri e di condivisione dei numeri, rispetto a quello che è la situazione in Europa e negli Stati Uniti. Però, io do credito ai numeri che noi vediamo riportati per quel che riguarda l'Africa e devo dire che l'Africa è un continente molto giovane, l'età media è molto più bassa che in Europa e negli Stati Uniti e questa potrebbe essere una ragione per cui possono esserci più forme asintomatiche, forme meno gravi. L'altra possibilità, e la dico un po’ sommessamente, perché fa parte un po' ancora della ricerca scientifica e non è stata ancora ben definita nella sua patogenicità, nella sua rilevanza, è il fatto che in Africa si fa ancora la vaccinazione contro la tubercolosi, la BCG. E’ una vecchia vaccinazione introdotta agli inizi del ventesimo secolo in Francia da Calmette e Guérin, e questo tipo di vaccinazione sembrerebbe, il condizionale è d'obbligo, stimolare una risposta, che si chiama in inglese trained immunity (risposta immunitaria allenata), per cui la risposta di difesa non è soltanto rivolta contro il mycobacterium tuberculosis - e qui il discorso sarebbe molto lungo sul significato di questa difesa -  ma anche verso un certo numero di altri patogeni in modo del tutto aspecifico e sarebbe legata a cellule che mostrano questo tipo di difesa come un allenamento a seguito della somministrazione del vaccino. E’ certamente un'ipotesi affascinante su cui gli immunologi stanno lavorando in tutto il mondo. Questo mix: persone giovani, forse la vaccinazione e probabilmente anche il fatto che in Africa si vive molto all’aria aperta, tutto questo può aver contribuito ad una minore diffusione.

Professore, in Italia come vede la situazione?

R. – E’ una situazione da seconda ondata, forse era anche prevedibile se guardiamo alla storia. C’è stata una seconda ondata per la Spagnola, per l'Asiatica, quindi, pensare che una pandemia potesse passare così, era forse un po’ troppo ottimistico. La situazione in questo momento è delicata. Stiamo vivendo gli effetti della regionalizzazione che è un interessante modello epidemiologico applicato in maniera, direi, moderna all'Italia, così come altri esempi in Europa, però dobbiamo vederne gli effetti un po' nel lungo termine. Qualcosa si sta già vedendo perché la curva si sta deflettendo, però non possiamo commettere l'errore di chi, vedendo le cose andare un po' meglio, non bene, ma un po' meglio, pensa che tutto sia passato e che si possa tornare a quello che era lo stato di prima. No, sarebbe un errore molto grave. Dobbiamo ancora stringere i denti, avere grande fiducia verso il vaccino, una volta che questo verrà approvato dagli enti regolatori, quindi vaccinarci su base volontaria, ma il più possibile e, mentre viene effettuata la vaccinazione, mantenere inalterati i livelli di attenzione: uso della mascherina, distanziamento, lavaggio delle mani.

28 novembre 2020, 14:49